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giovedì 19 febbraio 2009

Il mio primo libro


Un'altra prima volta. Il primo racconto, il primo concorso... lo so, lo so che pubblicare un libro da soli non è proprio il massimo, se trovi qualcuno che te lo pubblica è meglio, oltretutto te lo promuove anche. Però questa casa editrice fa dei prezzi onesti. Uno sfizio me lo potevo pure togliere. Che diamine!
Poi, hai visto mai che qualcuno se lo compra anche?
Se vi interessa, lo trovate cliccando qui.

venerdì 14 novembre 2008

Racconto - Il bottone


Il suono del vecchio Siemens squarta l’ultimo scampolo di paradiso. Ma che male ho fatto per merirarmi questo? L’ho ucciso io Gesù Cristo? Mi pare proprio di no.
E tu? Come risolveresti il problema del bottone ostinato, al quale hai spiegato varie volte che è ineducato stringere a morte la pancia quando viene chiamato a fare il suo dovere? Basta mangiare di meno, bere di meno e rifiutare gli inviti a pranzo e a cena, mi diresti. E io? Potresti per cortesia cominciare a pensare a quella domanda su Gesù Cristo, alla quale ancora non mi hai risposto?
Una cosa posso provare a farla. Una corsetta. Un amico mi ha detto che è semplice. Mezz’ora e hai risolto i tuoi problemi.
Però. Che ci vuole? Mi metto la maglietta, i pantaloncini, i calzini bianchi di spugna e le scarpette mezze sfondate. Poi mi infilo al buio nella camera di mio figlio, alla ricerca dell’emmepitrè.
Eccomi. Chiavi, marsupio, auricolari di ordinanza. Venti secondi per decidere. Soundgarden o Alex De Grassi. Alex no. Non vorrei addormentarmi mentre corro.
Primo giro. Vado bene. Piano, senza correre, la signora infreddolita mi passa davanti e mi ignora completamente. Secondo giro, comincio ad avere qualche problema di respirazione, ma è normale, portare a spasso cento chili non è una passeggiata, è un allenamento. Sul Siemens sono passati dieci minuti scarsi. E quando ci arrivo a mezz’ora?
Seiedieci. Mancano cinque minuti alla fine del supplizio e Black Hole Sun mi sta trapanando il cervello. Mi sento meglio di quando sono uscito e peggio di quel ragazzo con lo zainetto che si avvia al cantiere, incazzato ma almeno riposato, che sicuramente avrà appena preso il primo caffè della giornata e sta per accendersi la prima siga della giornata.
Fatto. Di mezz’ora avrò corso sì e no un quarto d’ora. E tutto per farti piacere a te. Poi dici che l’uomo non si affeziona a delle cose inanimate.
Ok. Che ne dici di darmi un po’ di respiro oggi? Dai.
Ignorante che non sei altro. Un’altra giornata in apnea.

domenica 14 ottobre 2007

Racconto - La lisca


“Signora, guarda che stoffe! Signoraaaa!”.
Quando Vito Cammarata vendeva le sue stoffe era imbattibile. Con il suo carretto girava casa per casa, mercato per mercato e il suo urlo oramai lo riconoscevano tutti. Dopo un paio di “Signoraaaa” il suo carretto era attorniato da donne che cercavano questa o quella stoffa, per confezionarsi il proprio vestito.
Vito aveva cinque figli maschi, uno più bello dell’altro: Tonino, Carmelo, Rosario, Nunzio e Giuseppe. La signora Rosaria aveva il suo daffare, a tenerli a bada… ma quanta fame soffrivano i ragazzi. Era l’Italia del 1950, certi giorni la signora Rosaria mandava i pargoli al pascolo in campagna, a sfamarsi con quello che trovavano.
Tonino era un asso nel catturare qualsiasi essere vivente commestibile e gli altri facevano tabula rasa di piselli, zucchine, pomodori e quant’altro potesse offrire la campagna. Ma che fame… i fratelli Cammarata sono cresciuti portandosi dietro una fame inestinguibile, come se qualsiasi cosa non fosse abbastanza per togliere loro questa sensazione. Sono diventati grandi e, seguendo le orme di Vito, sono diventati tutti commercianti di stoffe, con il pallino degli affari e del mercanteggiare.
Rosario ha messo anche un banco al mercato, per continuare la tradizione di famiglia. Se la passano bene economicamente, i fratelli Cammarata. Ma quella fame non li abbandona mai. Tant’è che uno di loro, Carmelo, ha messo su un ristorante, “Il carretto”, per dare sfogo alla propria passione per la cucina e per il cibo. Carmelo è un cuoco nato. Sa associare e cucinare gli ingredienti più disparati, creando dei piatti incommensurabili.
Da quando il ristorante è stato inaugurato, ogni mercoledi’ sera, quando c’è il giorno di chiusura, i fratelli Cammarata si riuniscono e si concedono delle cene inimmaginabili. Questo era diventato il loro modo per placare quella fame che si portavano dietro. Ovviamente, non si risparmiavano in niente.
Piano piano, vuoi l’età, vuoi le abbondanti libagioni, prima Carmelo, poi Rosario e via via gli altri fratelli sono stati messi alle strette dal dottore. “Basta con le cene infinite, se non volete finire tutti col diabete”. Che sfortuna. Ora che avrebbero potuto mangiare qualsiasi cosa, non si sarebbero potuti mangiare quasi più nulla. Cosi’ il rito della cena del mercoledi’ era diventato una specie di cena dei ricordi, a base di verdure lesse, pesce lesso e acqua minerale. Carmelo addirittura si rifiutava di cucinare quella roba e aveva incaricato un giovane cuoco, Roberto, per la preparazione di quello che rimaneva della cena del mercoledi’.
Una volta però successe qualcosa. I fratelli erano seduti attorno al tavolo, che fissavano tristi una lisca di spigola lessa, appena coperta da un ciuffetto di bieda… improvvisamente, Carmelo si alzò di scatto, come indemoniato: “Robertoooo!” “Che c’è?” Roberto stava sistemando la cucina e usci’ di corsa a quell’urlo. “Senti, guagliò” gli fece Carmelo, prendendo con due mani il piatto da portata con la lisca della spigola e dandolo al cuoco , “prendi questa, poi la metti in una padella grande con un po’ d’aglio, poi ci spremi tre quattro pomodorini. Poi prendi un pacco di spaghetti del cinque, poi li cuoci e li ripassi qua…”
Carmelo muoveva le mani come se avesse la padella in mano. ”Poi ci porti due litri di bianco. Fresco. E vaffanculo al dottore e alla dieta!” Un urlo da stadio scosse il ristorante “Il Carretto”. Cosi’, da quella sera, durante la cena del mercoledi’, i fratelli Cammarata qualche volta conservano la lisca del pesce lesso fino alla fine, non si sa mai…

Racconto - Cinquanta lire


Mettetevi comodi, voglio raccontarvi una storia.
Una storia di giornate passate sulla spiaggia di un campeggio. Un'estate dalle giornate infinite, iniziate tardi, con un ciao mamma vado al mare. La bicicletta da donna e l'asciugamano sulla sella.
Al chioschetto del campeggio la maestosa voce di Sting che parlava di un messaggio in bottiglia. Che giornate, sulla spiaggia di Sabaudia.Diciotto chilometri di sabbia, a destra il mare e a sinistra il lago. In fondo un enorme promontorio verde che piomba su mare, spiaggia e lago. Il Circeo. Una cosa sconvolgente. E' come se qualcuno avesse deciso di piazzare un enorme masso, qualcosa di completamente estraneo al paesaggio, per farlo contemplare dalla spiaggia.
Gli asciugamani a disegnare due porte: a quanto arriviamo? a dieci? Va bene. Poi, a dieci, qualcuno immancabilmente urlava "Recupero! Recupero!". Poi Tommaso prendeva un secchio e cominciava a fare gavettoni. Un gelato all'ombra, per finire la giornata di mare, mentre l'attacco di batteria di "My sharona" cominciava a far dondolare le teste.
"Qualche volta andiamo a Punta Rossa in bici?", chiedeva sempre Maurizio, guardando il Circeo. "Ma sei matto? E chi ce la fa?" era il coro di risposta. Mentre tutti inforcavano le bici, i Supertramp cantavano la loro canzone logica. "Oh ragazzi, ci facciamo una doccia e ci vediamo alla base dopo cena". Che serate. Senza una lira. "Ragazzi, svuotate le tasche, che servono le sigarette!" "No, passa dritto qua, non ho niente." "Ma dai, sei sempre il solito spilorcio." Alla fine, non si sa come, Gianni riusciva a comprare le sigarette. "Queste sono per dopo!". Peccato che venti sigarette, erano due giri. Ma c'erano le bici, e il dopo era il campeggio.
Ma quanto sono belle, le ragazze di Roma? Sono simpatiche e spigliate e poi parlano, parlano, ridono. Non ti stancheresti mai di stare con loro. A te chi piace? A me quella con i capelli ricci. E ce ne era una che solo il nome già ti stendeva. Il giorno che è arrivata Maurizio l'ha guardata e ha sentito quegli occhi verdi trapassarlo da parte a parte. "Ciao, io sono Elena".
Ha fatto un passo indietro, Maurizio, per non essere sopraffatto da tanta bellezza. Non aveva mai conosciuto una ragazza con un nome così bello e austero. Elena. Passava delle ore a parlare con lei e non gli importava cosa dicesse, l'importante era che lo guardasse negli occhi. Lui era uno studentello di un istituto tecnico, mentre lei studiava lettere antiche all'università. E come arrivavano presto le undici e mezza.
"Si chiude!!! Fuori gli estranei!!" Peppino, il custode del campeggio era inflessibile. Tutti fuori. "Ciao Elena a domani." E lei gli dava la buonanotte con un bacio sulla guancia. Dopo quello sarebbe potuto arrivare a Rimini, con la sua bici da donna.
Ma bastava arrivare alla base. E’ presto, che si fa? "Facciamo una partitella!" E si facevano le due, le tre. Un profumo di pane e di pizza cominciava ad uscire dal forno di Cesare. "Dai Cesare, facci un testo di pizza, dai, Cesare, dai…". Cesare li adorava, era come se fossero figli suoi, lui non ne aveva. E che cosa era quella pizza alle tre e mezza del mattino, con quella fame.
E che cosa era quella splendida estate del millenovecentoottanta? Come ci penso, ora che faccio la muffa in uno scantinato. Maurizio aveva quindici anni e ogni sera alle dieci veniva da me, al chioschetto del campeggio, infilandomi cinquanta lire. K...6! "E guardo il mondo da un oblo'...". A Maurizio piaceva Gianni Togni. Anche ad Elena. E anche a me. Nella mia ruota c'erano tanti dischi, ma quella estate era quello il mio preferito.

Racconto - Chiaretta




“Ma te la ricordi Chiaretta, la figlia di Claudio?”
“Ma che scherzi? Guarda, io la conosco da quando è piccola. Avevo forse quindici anni e andavo sempre al bar da Claudio, il pomeriggio dopo i compiti e c’era questa bambina stupenda di due anni, con gli occhi grandi e i capelli neri. Già parlava come una radio, diceva di tutto…”
“E’ vero, me la ricordo anche io…”
“Ma guarda, ti dico, uno spasso. Una volta ha cominciato a strillare MAIALE!!! MAIALE!!! allo zio, che, diciamolo francamente, un maiale lo sembrava proprio…”
“Un bue, più che un maiale, direi… ma tu non l’hai più vista?”
“Come no?” l’ho rivista che avrà avuto dieci anni, assieme a Claudio. L’ho chiamata, lei si è girata e mi ha guardato con aria indagatoria… poi Claudio le ha spiegato che per me lei era il mio giocattolo preferito, che passavo i pomeriggi senza studiare a giocare con lei… meglio di una baby-sitter! Lei a quel punto mi ha fatto un sorriso dei suoi… è stata una bella senzazione…”
“Io anche l’ho rivista…”
“Aspetta… io pure, ora che ci penso è stato un paio di anni fa. Sono andato con mia moglie a ballare la salsa, in un locale al lungomare. Ci sediamo a sorseggiare un po’ di ruhm e ho dato un’occhiata distratta sulla pista. C’era una coppia di ragazzi che ballava in una maniera strepitosa, un ragazzo in canottiera abbronzantissimo e una ragazza con una minigonna e dei lunghissimi capelli neri, con una faccia familiare… Chiaretta! No! Impossibile, ma guarda che ragazza stupenda che è diventata. Devo andarla a salutare assolutamente. Dopo aver litigato con mia moglie che avrebbe voluto ballare subito, aspetto la fine della canzone e vado da lei. Le batto la mano sulla spalla e lei si gira. Chiaretta, ciao!! Ti ricordi di me? Oddio, fa lei, Chiaretta non mi chiama più nessuno da un bel po’ di anni… chi sei? Eh sapessi, le faccio io, sono Roberto, il tuo baby-sitter quando avevi due anni… Ciaoooooo!! Come stai??? Mi fa lei, illuminando il mio sguardo con un sorriso dei suoi. Non mi dire che ti piace la salsa? Si, ma sono ancora alle prime armi… dai balliamo!!!, mi fa lei… ma no, dai,le faccio io… sai, dopo averla vista ballare… ma dai, se un po’ sei capace, non siamo mica ad una gara… intanto l’orchestra cubana era partita in con un altro pezzo trascinante e Chiara mi ha portato di forza in pista, non ti dico quanto mi sono divertito e quanto ho poi litigato con mia moglie…”
“E ci credo. Che avresti detto tu, al posto di tua moglie?”
“Bè non posso darli torto… ma tu piuttosto l’hai più rivista?”
“Eh si, anzi l’ho rivista recentemente…”
“Davvero? E dove”
“Guarda, stavo andando a trovare un amico e l’ho incontrata per strada… hai ragione tu, lei ha un sorriso veramente bellissimo… quando l’ho vista mi sono fermato, ho preso una rosa che avevo preso per il mio amico e l’ho messa nel vaso sotto la sua foto… ora so dove trovarla, la prossima volta…”

giovedì 11 ottobre 2007

Racconto - Io aspetto





Questo è un incubo.
Questo fu il mio primo pensiero, entrando in quella camera. Davanti a me un mucchio di fasciature e di cerotti. Un viso deturpato. Una gamba massacrata.
Un incidente. Ma come un incidente? Un camionista come te? Anzi, tu guidi un furgone. Un furgonista. Si dice cosi’?
Ma come era potuto succedere? Tu non ricordavi nulla.
La polizia ha detto che ti sei infilato sotto un camion, fermo al semaforo. Ci sono volute ore di lavoro da parte dei vigili, per aprire quella macchinetta accartocciata e tirarti fuori.
Questo era niente. Vicino a te, il solito grugno di mamma. Che sembrava urlarti lo sapevo, te lo avevo detto che finivi male, sempre in giro la notte. Sai come sono le mamme.
Mi hai cercato con gli occhi. Il trauma ti impediva di indirizzare lo sguardo di entrambi gli occhi nella stessa direzione. Eri diventato strabico!
Un sorriso, appena percettibile sotto i cerotti. Poi hai alzato la mano, per darmi il benvenuto. E un colpo al cuore.
Tutto finito. Le serate con Stefano, le giornate di fatica con Simone. Avevi improvvisamente bisogno di tante cure.
E non potevi più camminare.
L'ospedale è diventato la mia seconda casa. Una domenica pomeriggio sono rimasto a vedere le partite in ospedale con te. Era l’ultima di campionato.
La tua squadra vinse lo scudetto, strappandolo alla sua rivale, che perse giocando in un pantano.
I dottori decisero che la prima cosa da fare sarebbe stata l'intervento al viso. Un bel lavoro, disse qualcuno, mettendo a posto perfino delle imperfezioni che avevi già prima dell'incidente. Ricordi di scambi di opinione un po' vivaci.
Cosi' hai ripreso coraggio e ti sei guardato nuovamente allo specchio, per la prima volta dopo l'incidente.
Un giorno i tuoi occhi hanno ricominciato a guardare dalla stessa parte. Qualcuno, per questo, ringraziò Padre Pio.
Tornato a casa, di tanti amici che avevi prima dell’incidente, te ne erano rimasti due o tre. Stefano, Simone, il Principe.
E’ difficile pensare di frequentare una persona che si muove a fatica dal letto. Non è che mi tocca anche scarrozzarla, alzarla per metterla in macchina.
No. Meglio di no. In fondo non eravamo neanche tanto amici.
In quel periodo ho preso l’abitudine di venirti a trovare spesso durante la settimana e sempre la domenica. Mangiavamo tutti insieme nella tua camera da letto, per non farti muovere.
Terapie. E’ solo un problema di nervi. Il dottore dell’ospedale era sicurissimo. Ma tu sentivi che comunque c’era dell’altro. Il piede non voleva saperne di assecondarti.
Giugno, Luglio. Terapie. Tutta l’estate. Tutto l’anno.
Qualche volta passavo davanti alla tua camera e ti spiavo. Seduto sul letto, con la testa tra le mani. Chissà quanta altra gente, al posto mio, avrebbe trovato sicuramente qualcosa da dirti. Una cosa qualsiasi.
Ma non io. Non ero pronto. Non sono mai pronto per queste cose. Mi è mancato il coraggio. Come sempre.
O non ne sono proprio capace. Che ne so. Qualcuno mi dovrà spiegare come si fa, prima o poi.
La sera di San Silvestro, ti sei messo in tiro. Vestito elegante, sbarbato, profumato. Ti sei seduto ad aspettare che chi te lo aveva promesso ti venisse a prendere per uscire. A mezzanotte ti sei spogliato e ti sei rimesso a letto.
Terapie. Progressi prossimi allo zero. Forse era il caso di provare anche altre strade. Ma mamma e papà non ne volevano sapere.
A Marzo, dopo mesi di discussioni, finalmente provammo qualcosa di diverso. A Bologna, al Rizzoli.
La clinica è su una collina, in periferia. Ed ecco che qualcuno ti indicò la via di uscita. Un intervento al bacino e alla testa del femore. Poi avresti potuto ricominciare le terapie. Il nervo non sarebbe mai stato recuperato del tutto. Camminare però si. Si poteva tornare a camminare.
L’operazione si fece e andò tutto bene. Ti sono venuto a trovare a Bologna. E’ sempre una città bellissima. E finalmente ho rivisto un sorriso. Ho cominciato a crederci.
Un’altra clinica specializzata, sprofondata nel verde del Circeo. La nostra nuova casa. E divenne tanto casa anche questa che il piccolo prese a chiamarla "la montagna dei fiori".
Tutta l’estate e tutto l’autunno. Terapie su terapie. Le cose migliorano. La domenica ti passavo a prendere e andavamo tutti assieme a pranzo da mamma.
Dopo qualche mese, hai cominciato a camminare da solo. Con le stampelle, ma da solo. Non avresti mai potuto guidare un auto normale, ma una con i comandi invertiti si. Cosi' ne hai trovato una.
Eri quasi tornato quello di prima. Ti mancava un lavoro. Ero in vacanza, quando mi arriva un messaggio sul telefono:
“Benzinaio. Da oggi.”
Un lavoro spossante. Stare in piedi ti pesava parecchio. Dopo due anni di inattività alla fine della giornata eri stanchissimo.
Poi hai trovato un lavoro migliore. In una fabbrica.
Sono passati altri tre anni. A quell’incidente ora penso di meno. So che tu invece ci pensi tutti i giorni.
Stefano e Simone nel frattempo sono andati. Un atroce rappresaglia del destino. Due incidenti stradali. Tutti e due con la moto. Hai mai pensato a questo?
Ci penso sempre, quando ci sediamo intorno a un tavolo e litighiamo parlando di politica.
Quando stai fino a notte fonda a casa mia per sfogarti.
Quando mi dici “Tu dici sempre…”.
Accidenti! Ma che dico sempre io? Dico forse cose memorabili? Io neanche me lo ricordo. Devo pensare di più a quello che dico.
L’abitudine di venire a pranzo da mamma la domenica è rimasta. Ormai non mi sembra neanche domenica, se non vengo.
Dopo tutto questo tempo, ho capito che non c’è nulla di impossibile. Con un po' più di immaginazione, avrei potuto capirlo anche quella domenica pomeriggio, quando la Lazio vinse lo scudetto.
Che si può perdere uno scudetto per una pioggia torrenziale.
Che si può morire in un minuto, per strada, per un’insulsa disattenzione, guidando.
Oppure vincere un campionato aspettando due ore dentro lo stadio la fine di un’altra partita.
Oppure rinascere e combattere anni contro il destino, per ritornare in corsa e battersi come gli altri.
C’è ancora una cosa. Una cosa che mi fa impazzire.
Come è andato l’incidente non l’ho ancora capito.
Me lo spiegherai tu.
Quando vuoi.
Io aspetto.





Copyright Piero Mattei 2007

martedì 9 ottobre 2007

Racconto - Gino il finanziere


Gino il finanziere non è uno di poche parole. Anzi, tutt’altro. Sa sempre cosa è meglio e cosa è peggio. Se gli chiedi un consiglio è tutto un lascia stare, te lo dico io cosa fare, dai retta a me, ma che cazzo ne sa quello, non ti preoccupare, ecc.
Sui quaranta, corporatura esile, sguardo serio, cappello sempre ben schiacciato sulla fronte e divisa sempre in ordine. Sul lavoro e’ il terrore dei commercianti, che sanno bene cosa significa vedere quella faccia entrare nel proprio negozio, magari accompagnato da un cliente appena uscito senza scontrino. Inflessibile. E’ questa la parola con la quale si definisce un tutore della legge fanatico come lui. Un bastardo. Cosi’ lo chiamano tutti.
Si narra che una volta, in un negozio, il figlio del titolare gli ha mostrato il proprio tesserino. “Dai, io sono carabiniere, collega...”. “Ho chiesto il registro dei corrispettivi, non il tesserino” è stata la raggelante risposta.
Per non parlare di quello che è successo quando si è installato in qualche azienda per mesi, leggendo documenti, facendo riscontri, verificando bilanci, fino a che la lista delle infrazioni al codice fosse abbastanza lunga per presentare il conto. Inflessibile.
E’ talmente inflessibile da risultare antipatico anche ai suoi stessi colleghi, con il suo voler sempre spiegare il perchè ed il per come di ogni cosa, i suoi io lo sapevo che dovevi dare retta a me, io ci sono stato, io ci ho lavorato, ecc. Ormai solo il suo amico Emanuele lo sopporta. Un po’ perchè si frequentano dalle elementari, un po’ perchè Emanuele è una di quelle persone pazienti, votate al sacrificio, che se hanno un amico se lo tengono stretto, a qualsiasi costo. Cosi’ a mensa, al loro tavolo, ci sono sempre solo loro due, lui ed Emanuele.
Una sera, lui ed Emanuele vanno a mangiare una pizza, con un vecchio amico, Peppe. Seduti al tavolo, una birra dopo l’altra, anche gli argomenti si fanno più leggeri. Cosi Emanuele si informa sulle ultime notizie dal mondo della musica da Peppe.
· “Peppe, tu che sei un cultore, che musica ascolti ultimamente?”
· “Mah, ti dirò... ascolto molto i miei vecchi dischi. Purtroppo costano un po’ i CD. Non è che me li posso comprare spesso. Venti euro sono venti euro!”
· “Venti euro?” fa Gino. “Ma sei scemo? Ma che te li compri i CD? Ma ancora c’è gente che compra i CD?”
· “Perche’, a te li regalano i CD? Oppure hai qualche sconto divisa color salvia?”
· “Ma che? Ma lascia stare. Ma oggi tutti scaricano la musica da Internet. Ma chi li compra i CD? Ma chi li spende tutti quei soldi?”
· “Io, per esempio.”
· “Ma che fesso che sei. C’hai pure l’ADSL a casa, scaricati la musica che è gratis. Ti affogherai di musica! Ma lascia stare...”
· “Io le cose le voglio comprare. E i musicisti li voglio pagare. Se facessero tutti come te, nessuno suonerebbe più. Non credi?”
· “Ma che dici? Ma quelli sono ladri. Venti euro! Ladri! Come tutti! Questo è un mondo pieno di ladri. Non mi fregano. Li frego io!”
· “Cosi’ rubi anche tu!”
· “Io rubo. E certo che rubo. Qua rubano tutti. Perchè, tu non rubi?”
· “Tu parla per te”.


Copyright Piero Mattei 2007

lunedì 8 ottobre 2007

Racconto - La gara di Fabio


Bruno aveva un’abilità strepitosa a prepararsi le sigarette usando il trinciato forte e le cartine. Chi lo andava a trovare e lo vedeva mungere le bestie, sapeva che da un momento all’altro avrebbe compiuto quel gioco di prestigio degno di miglior fortuna. Perché durante la mungitura non ci si ferma, le bestie si innervosiscono. Almeno, questo era quello che sosteneva lui.

Con una mano, la destra, continuava a mungere. Con l’altra, la sinistra, estraeva il sacchetto di tabacco dalla tasca della camicia a quadri, lo poggiava sulla gamba, lo apriva, estraeva il pacchetto di cartine, ci metteva un po’ di trinciato, lo rollava e in meno di un minuto aveva una sigaretta che gli penzolava dalle labbra, accesa. E Bruno non era certamente un mancino.

La sua reggia era un podere con un bel pezzo di terra, con dieci mucche da latte. Abitava li’ da una vita, da quando suo padre Luigi prese il treno e da Padova scese con tutta la sua numerosa famiglia a bonificare “le terre irredente dell’Agro Pontino”. Come ricompensa, il governo gli avrebbe dato una casa e terra da coltivare.

Un piccolo universo, quello di Bruno. Fatto di sveglie all’alba, di mungiture, di giornate passate a lavorare nei campi, di pranzi e cene tutti assieme intorno al tavolo della cucina, di serate ad ascoltare le vecchie zie che raccontavano ai bambini storie di fantasmi e di streghe, mentre cucivano e rammendavano davanti alla stufa, con la luce di un piccolo lume ad olio.

Sessent'anni. Un fisico asciutto, solo un po’ ingobbito dalla fatica e dal duro lavoro dei campi.

I solchi scavati sulla pelle del suo viso raccontavano molto di più di quanto il suo carattere scontroso avrebbe potuto. Raccontavano di un tempo che gli aveva portato via papà, mamma, le zie. Di un figlio, portato via dal tifo.

E di Teresa. Degli altri figli, sposati e accasati lontano.

Il figlio più piccolo fortunatamente viveva ancora con lui. Fabio aveva venti anni e si divideva tra scuola e lavoro nei campi. Come tutti i figli più piccoli, aveva potuto approfittare dell'età avanzata del genitore, per spuntarla su molte cose che i fratelli più grandi non erano riusciti mai ad ottenere.

Era riuscito ad entrare nella squadra di canottaggio.

Solo se vai bene a scuola. Se cominci ad andare male, niente più allenamenti”. Bruno non aveva concesso deroghe. E Fabio non aveva mai sgarrato. Studio, lavoro e allenamenti.

Cosi’ Fabio era diventato in pochi anni un canottiere con pochi rivali. Il suo “due con” andava come il vento, sul lago di Sabaudia. Quell’anno, ad aprile, in una gara, i russi avevano appena fatto in tempo a vederlo passare. Un po' come quando da bambini, si partiva e si andava in campagna, a veder passare il treno.

Tre lunghezze. Ed ora, Fabio ed il resto della squadra era pronto per i campionati Europei, che ci sarebbero stati a Luglio, in Germania.

Bruno però non era molto contento di tutto questo. A giugno, ci sarebbe stata la trebbiatura. E chi lo avrebbe aiutato?

Cosi' un giorno dovette fare quello che non avrebbe mai voluto fare.

Dovette proibire a Fabio di allenarsi.

Fabio rimase in silenzio. Saltò l'allenamento e aiutò Bruno tutto il pomeriggio.

La notte, nel buio della sua camera, Bruno sentì Fabio piangere disperatamente. Mise la testa tra i due cuscini del vecchio letto matrimoniale con la testiera in ottone. Non pianse.

Ma non dormì.

Quando il pomeriggio dopo, Fabio saltò nuovamente l'allenamento, il suo allenatore andò personalmente a parlare con Bruno. Da solo.

Il giorno dopo, alle tre di pomeriggio, il pullman che portava tutti i giorni i canottieri all'allenamento, anzichè fermarsi per prendere su Fabio, entrò direttamente nel podere di Bruno, parcheggiandosi sul piazzale, di fronte alla concimaia. L'allenatore spense il motore e scese, seguito a ruota da venti canottieri.

“Signor Bruno, eccoci qua. Come promesso”, fece l’allenatore a Bruno, con aria soddisfatta.

Bruno diede un'occhiata a quella strana combriccola.

“Bene. Il campo è di là” li sfidò Bruno, indicando lo stradone con un cenno della testa.

Fu cosi' che un vecchio contadino, un ragazzo, un allenatore di canottaggio e venti canottieri si incamminarono verso la campagna.

I venti canottieri formarono due squadre. Sotto la direzione di Bruno, cominciarono a muoversi rapidamente su e giù per il campo ammucchiando il fieno in grande quantità.

L'atmosfera si fece rapidamente gioiosa. Come era giusto che fosse in un gruppo di ragazzi poco più che ventenni. Ogni tanto qualcuno tentava di riposarsi, di nascosto. Per poi venire duramente redarguito dall'allenatore.

Fabio cominciò anche a sorridere. Bruno ogni tanto scuoteva la testa, facendo delle smorfie che, per chi lo conosceva bene, valevano molto più di un sorriso.

Bruno e Fabio ci avrebbero messo una settimana. Le due squadre finirono in poco più di cinque ore.

A sera, mentre i ragazzi si facevano la doccia usando l'acqua fredda della gomma dell'orto, Bruno preparò il tavolo sotto il porticato. Quello grande, dove lui quando era piccolo doveva mangiare in ginocchio, da quanto era alto.

In una sera d'estate come quella, dal portico si potevano vedere i campi di grano, illuminati a giorno dalle lucciole. E sentire le cicale, che urlavano disperate la loro insofferenza per il gran caldo.

Una caldaia con otto chili di spaghetti, più diversi litri di vino, contribuirono a rendere la serata memorabile.

Finchè Bruno, un po' alticcio, riusci' ad articolare qualcosa che avrebbe voluto essere un finto rimprovero, verso Fabio.

“E domani, guai a te se salti l’allenamento!”

Tutti risero di cuore, alzando i bicchieri, per l'ennesimo brindisi.

E Fabio pianse ancora. Di gioia.


Copyright Piero Mattei 2007

lunedì 1 ottobre 2007

Racconto - Notte d'estate


“Ciao piccolo! Come stai?”
“Ciao papà. Sto bene.”
“Che stai facendo?”
“Gioco. Gioco sempre, tutto il giorno. Qui ci sono tanti bimbi…”
“Ah che bello. Ti diverti tanto?”
“Tantissimo papà. Ora andrò anche a scuola, a settembre!”
“Che bello. I tuoi amici verranno con te?”
“Si si!”
“Che bravo. E come ti sei fatto grande! Me lo dici quanti anni hai?”
“Cinque!”“Cinque? Mamma mia che grande! E dimmi un po’: è venuta mamma a trovarti?”
“No, sono andato io. Lei non viene da me, perché se viene diventa triste.”
“Eh lo so. Quando pensa a te diventa sempre triste. Lei avrebbe voluto sempre stare assieme a te.”
“Ma io dovevo andare via, papà. Glielo hai detto a mamma?”
“Glielo ho detto. Ma lei è triste lo stesso".
“Dai piccolo, non fa niente. Gli passerà!”
“Anche se l’ho fatta soffrire tanto?”
“Ma non è stata colpa tua. Tu volevi correre, saltare… avevi tanta fretta. Mamma pensava solo che tu fossi un po’ agitato, invece…”
“Eh si papà, volevo correre e saltare…”
“Te lo ricordi quella notte quando sei andato via, piccolo?”
“Mi sentivo dondolare, su e giù…”
“Certo amore, stavamo in aereo e l’aereo è come una giostra: prima va su su su su e poi va giù giù giù…”
“Papà, la mamma stava tanto male?”
“Eh si piccolo. Ha perso tanto sangue. Pensa che quando l’aereo è sceso c’era l’ambulanza ad aspettare la mamma e l’ha portata via…”
“Si si, faceva tanto rumore l’ambulanza. Uuuuuuuuuuuuhhhhhhhh. Uuuuuuuuuhhhhhhhhhh. Uuuuuuuuuuhhhhhhh.”
“E poi? Ti ricordi quando siete arrivati all’ospedale?”
“Si. Mamma piangeva forte. Diceva che gli facevo tanto male.”
“E tu che hai fatto?”
“Io non volevo che lei piangeva. Cosi’ la dottoressa mi ha chiesto se volevo andare via, cosi’ mamma non piangeva più e io sono andato via… mi hanno messo dentro un panno bianco e mi hanno portato via…”
“E dove sei andato?”
“Qua! In paradiso!”
“Eri triste quando sei venuto qui?”
“Un po’… fino a che mamma era triste, ero pure io triste.”
“Ma lo sai che da un po’ mamma non è più tanto triste? Ti è nata una sorellina!!”
“E come si chiama? E come si chiama?”
“Giada!”.
“Papà posso giocare con Giada?”
“Solo le la vai a trovare nei sogni, la notte!”
“Va bene papà!”
“Ciao piccolo!”
“Ciao papà!”


Copyright Piero Mattei 2007

Racconto - Alin


“Allora, quanto vi ci vuole per fare una cassetta di pomodori?”.
Rahid urla sempre. “Che vi paghiamo a fare? Sta arrivando il capo, datevi una mossa. Per la dieci dobbiamo aver finito, c’è un altro campo di pomodori da fare”.
Io sono Alin. Sono venuto in Italia da Albania a lavorare. Cinque euro a giorno.
“Ehi tu, albanese di merda, la prossima volta che ti vedo in piedi ti caccio a calci. Hai capito? Hai capito?”
Rahid parla con me. Voglio lavorare. Non ho risposto e mi sono rimesso giù.
Arriva una macchina.
“Rahid, come va stamattina?”
Il capo è italiano. Sembra uno di quelli di televisione quando stavo a casa, sempre elegante. Ha bella macchina grande e parla sempre telefono.
“Capo, tutto bene qui. Siamo un po’ in ritardo ma stiamo recuperando. Per le dieci finiamo e ci spostiamo.”
“Va bene, chiamo Vito e gli dico che per le dieci viene con il camion”. Il capo fa altra telefonata.
Viene camion tutto sporco di terra si avvicina al campo. “Chi ha finito venga qui”, urla Rahid.
Io finito. “Rahid, me ne vado. Ci vediamo oggi”. Il capo va via.
Devo chiedere ora soldi ad Rahid, ora che c’è capo. Corro. “Rahid, mi servono soldi”.
Rahid mi guarda e non risponde. Non ascolta.
“Rahid, mi servono soldi!” gli strillo.
“Che cazzo vuoi? I soldi te li ho già dati!”
“Devi dare ancora trenta euro.”
“Ma non rompere il cazzo. Non ti ti devo dare niente”
“Che succede?” Capo è tornato indietro a vedere che succede.
“Questo albanese di merda vuole soldi senza lavorare”
“Ah, bravo. Qui prima si lavora, poi si chiedono i soldi. Non funziona cosi’ anche da voi?”
“Io lavorato, ma Rahid non dato tutti soldi”
“Non dire stronzate. Noi paghiamo sempre tutti. Ora mettiti in fila, che devi salire sul camion.”
Io voglio soldi. “Rahid deve dare trenta euro”
“Ancora? Vattene”.
Corro verso capo, gli prendo il braccio.
“Che cazzo fai?” urla Rahid.
Sento forte botta sulla testa.
“Ma che cazzo fai Rahid? L’hai ammazzato…”
“Questo gia rompeva il cazzo da due giorni. Lo dovevo mandare via subito. Albanesi di merda…”
“Vabbè, non perdiamo tempo. Prendi le pale dal camion, chiama due o tre uomini e fai sparire tutto… guarda qua, mi ha sporcato pure la giacca! Merda!”
“Vito, tira giù le pale. Facciamo un po’ di pulizia.”
Perché mi buttate dentro buca? Io no morto, non mi mettere sotto terra. Sento macchina di capo che va via. Non mi buttate terra… non respiro…



Copyright Piero Mattei 2007