E allora!
Un racconto d'annata, ormai. Ma ha dei numeri.
Dodici, per la precisione.
Ci riproviamo!
Ciao
Piero
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Gent.mo Sig. Mattei
La Commissione ha selezionato la sua opera “Orologi “ per le serate di semifinale che si svolgeranno al Circolo Mazzini, Via Emilia Levante 6 a Bologna il prossimo mese di marzo. Durante le serate le opere scelte dalla Commissione verranno lette da un attore professionista, Filippo Plancher, e votate dal pubblico in sala che decreterà ogni sera i finalisti che concorreranno per l’assegnazione del premio, ovvero della pubblicazione su Il Resto del Carlino.
Fra qualche giorno la sua opera verrà pubblicata sul sito internet www.premioletterariopanchina.it
La informeremo al più presto del calendario delle serate.
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lunedì 9 febbraio 2009
sabato 18 ottobre 2008
"Quaranta" - A-Zine di Ottobre 2008 sul sito di A.S.I.MOV.
Beh, a quanto pare, qualche volta i miracoli si ripetono. Non vorrei che ora la gente mi prenda per uno scrittore in gamba. Ancora non lo sono.
Almeno non come vorrei essere.
Il racconto "Quaranta" è l'A-Zine n. 4 di Ottobre 2008 sul sito di A.S.I.MOV.
Mica male, a ripensarci!
Ciao
Piero
Almeno non come vorrei essere.
Il racconto "Quaranta" è l'A-Zine n. 4 di Ottobre 2008 sul sito di A.S.I.MOV.
Mica male, a ripensarci!
Ciao
Piero
Racconto - Quaranta*
Che freddo avevo stamattina, Ale. Solo tu puoi capirmi. Sono andata in cucina e ho guardato fuori, attraverso la porta a vetri. Pongo scodinzolava. Sa bene come lo tratto, io. Altro che la stronza.
Ho guardato sulla tavola. Stamattina sopra c’era un settantadue, nel vasetto bianco e verde. E poi un ottantadue, nel bicchiere, con un po’ di caffè.
Ho chiuso gli occhi. Vedevo solo il quaranta. Nero, sullo sfondo rosso.
Tu sai come sono. Appena sveglia sono sempre incazzata. Il signor ottantadue e il suo amichetto settantadue sono volati nel cesso. Dura come il marmo, Ale!
Già che ero in bagno, l’ho fatto, Ale.
Quarantaquattro. Merda. Ma tu come hai fatto a scendere?
Mia madre era uscita. Oggi polpette, Ale. Mi ci gioco quello che vuoi. Come faccio? Saranno ottocento, se va bene.
Sono tornata in camera. Ho messo il riscaldamento a palla. Mi sono ranicchiata vicino al termosifone, sotto la coperta e con il phon acceso al massimo. L’ho inventato io, questo sistema contro il freddo. Che ne dici, Ale?
Ho acceso la tele. A quell’ora non c’è niente, solo cartoni e pubblicità. Però c’era quel programma sulla collezione primavera-estate. Che cazzo, Ale. Ma le hai viste?
Ho dovuto cambiare canale. E lì dolci, cioccolata! Lo stomaco mi stava facendo male.
Ma capita anche a te, Ale? Non credo. A te no. Non ti viene mai in mente di andare in cucina. Dovrei bere un cucchiaio di aceto, come fai tu, per farmi passare questa voglia.
Anzi. Mi prendo un lassativo. Ecco, ottima idea, ho pensato. L’ho comprati l’altro ieri, ne dovrei avere ancora. Mi fanno un po’ male alla pancia, ma almeno non penso ad altro.
Niente. L’ho finiti.
Quaranta.
A un certo punto mi sono svegliata. Sai quando ti guardi in giro e dici dove sono? Mi girava la testa. Che cazzo ci faccio in cucina, mi sono chiesta.
Mi sono guardata le dita. Poi sul tavolo. Ale, se mi avessero dato una coltellata, non avrebbero trovato neanche un po’ di sangue.
Davanti a me c’è solo il barattolo di nutella, vuoto.
Ale! Ma hai visto che cazzo ho fatto? Ale, mi devi aiutare, non ce la posso fare da sola! Sei o no la mia socia?
Sono corsa in bagno e mi sono infilata lo spazzolino in gola. Quella merda alla nocciola non mi avrà, ho pensato.
L’ho vista la chiazza rossastra. All’inizio mi faceva paura. Adesso so bene che è buon segno. Significa che è uscito tutto. Pensa che prima che tu me lo spiegassi mi sembrava la buccia di una mela. Ma sarò scema o no?
Poi quando vomito mi sento bene. Mi sento come Dio. Ho il controllo. Decido io.
Mi sono rimessa sotto la coperta con il phon. Mi sentivo stanca, Ale. Mi sono appisolata.
A un certo punto, la voce della troia mi ha svegliato. Indovina un po’? Mi ha comprato le polpette!
Vaffanculo. Tanto anche queste se le mangia Pongo.
Ma come facevi tu a metterti nuda davanti allo specchio e a mangiare lentamente? Non avevi freddo?
Chissà se quando una muore sente questo freddo.
Ma che mi viene da pensare! Tra qualche giorno starò benissimo. Sarò bellissima! Anzi, ora mi alzo e vado a correre. Almeno un ora. Mi copro per bene e mi faccio cinque volte il giro del parco. Milleduecento. Milleduecento calorie in meno. Poi oggi pomeriggio ti vengo a trovare.
Quella troia mi ha nascosto la tuta. Dice che la devo smettere di andare al parco tutti i giorni, che è pericoloso.
Che bello infilarsi i pantaloni senza doverli sbottonare, Ale, avevi proprio ragione. Poi oggi pomeriggio ti vengo a trovare. Vengo a vedere come fai a non mangiare, con tutti quei dottori intorno. Solo io lo so cosa ti serve, Ale. Ma perché non ci lasciano in pace?
Quaranta chili. Taglia trentotto. Ancora qualche giorno, Ale.
* vincitore del concorso A-Zine del mese di Ottobre 2008 su A.S.I.MOV.
venerdì 12 settembre 2008
Piccoli scrittori crescono...
E così venne il momento della prima recensione che mi riguarda...
http://www.parvapolis.it/page.php?id=41361
Beh? Festeggiamo o no? Intanto grazie a Nadia Turriziani!
Ciao
Piero
http://www.parvapolis.it/page.php?id=41361
Beh? Festeggiamo o no? Intanto grazie a Nadia Turriziani!
Ciao
Piero
lunedì 25 agosto 2008
"Orologi" - A-Zine di Agosto 2008 sul sito di A.S.I.MOV.
Come faccio a spiegarvi in due parole cosa è il concorso A-Zine? Impossibile fare meglio di Luigi Bruno Cristiano, meglio conosciuto in giro per il web come "remote", che sul sito A.S.I.MOV. lo descrive così:
Il concorso A-Zine è un concorso che l'Associazione A.S.I.MOV. organizza per i Soci:
I racconti vincitori verranno stampati in un semplice foglio A4.
Quel foglio A4, piegato in un determinato modo, produrrà una sorta di libretto che sta comodamente
in un taschino, e non ha bisogno di rilegatura.
Il nostro sogno è questo:
se ognuno di noi scaricasse il racconto vincitore in formato A-Zine che verrà
confezionato dalla redazione e contenente il racconto del mese e se ne preparasse
almeno 10 copie spargendole in giro; dandole alle librerie, ai passanti, abbandonandoli
sui tram, otterremmo una cosa che non si è mai vista.
Gli scrittori A.S.I.MOV. sono in movimento e lo saranno anche i loro racconti.
In pratica porteremo quel NON LUOGO che è la Rete nella Vita reale e dalla Vita Reale
porteremo i lettori alla Rete. Questo perché sulle A-Zine c'è un invito a chi le raccogliesse
di raggiungerci qui, nel Portale A.S.I.MOV., di registrarsi e di dirci dove l'hanno trovata.
Le A-Zine sono il biglietto da visita dell'Associazione, sono la misura della qualità di quanto
scriviamo, siamo noi in molteplici luoghi, contemporaneamente, stando tranquillamente sul divano.
(da un'idea di Luigi Bruno Cristiano)
... il tutto per dirvi che "Orologi" è l'A-Zine di Agosto 2008.
Ciao
Piero
Il concorso A-Zine è un concorso che l'Associazione A.S.I.MOV. organizza per i Soci:
I racconti vincitori verranno stampati in un semplice foglio A4.
Quel foglio A4, piegato in un determinato modo, produrrà una sorta di libretto che sta comodamente
in un taschino, e non ha bisogno di rilegatura.
Il nostro sogno è questo:
se ognuno di noi scaricasse il racconto vincitore in formato A-Zine che verrà
confezionato dalla redazione e contenente il racconto del mese e se ne preparasse
almeno 10 copie spargendole in giro; dandole alle librerie, ai passanti, abbandonandoli
sui tram, otterremmo una cosa che non si è mai vista.
Gli scrittori A.S.I.MOV. sono in movimento e lo saranno anche i loro racconti.
In pratica porteremo quel NON LUOGO che è la Rete nella Vita reale e dalla Vita Reale
porteremo i lettori alla Rete. Questo perché sulle A-Zine c'è un invito a chi le raccogliesse
di raggiungerci qui, nel Portale A.S.I.MOV., di registrarsi e di dirci dove l'hanno trovata.
Le A-Zine sono il biglietto da visita dell'Associazione, sono la misura della qualità di quanto
scriviamo, siamo noi in molteplici luoghi, contemporaneamente, stando tranquillamente sul divano.
(da un'idea di Luigi Bruno Cristiano)
... il tutto per dirvi che "Orologi" è l'A-Zine di Agosto 2008.
Ciao
Piero
Racconto - Orologi*
- Guarda questo! Non è bellissimo?
- A me piace questo.
- Lo sapevo! Guarda, non ti mettere strane idee in testa che questa collezione è strettamente personale. Piuttosto…
Erika si gettò sulle labbra di Matteo con foga, infilandogli la lingua nella gola.
- Erikaaaa! Tra poco si mangia! – urlò una voce dalla cucina.
- Arriviamo! – rispose lei dopo essersi staccata meccanicamente, lasciando gli ormoni di Matteo in subbuglio.
- Non che ci tenessi a farti venire a cena - disse lei sottovoce – ma sai, mio padre è così. Se esco con un ragazzo lo vuole conoscere. Mi tormenta!
- Nessun problema. E poi tuo padre sembra uno a posto, l’ho visto prima…
- Sì, poi alla fine… - Erika si avventò nuovamente su di lui, riprendendo il discorso. Lui partì al contrattacco, infilandole le mani sotto il maglione. Mentre stava per toccare il paradiso, Erika si ritrasse.
- Aspetta! Sei matto? Se entra mio padre è capace di farti a fettine! – disse lei, ricomponendosi.
Mentre Matteo si stava chiedendo in quale modo lecito avrebbe potuto calmare quel branco di rinoceronti scatenati da Erika, lei prese un altro pezzo dalla sua corposa collezione e glielo porse.
- Guarda qua! L’ultimo arrivato. Questo modello lo usano i paracadutisti, se spingi qua diventa un altimetro!
- Bello. Il cinturino poi è stupendo! – Matteo cercò di trovare da qualche parte un pò di interesse.
- E il tuo? Fa vedere! – Erika prese il polso di Matteo e lo tirò con forza verso di sé. Matteo sorrise.
L’irruenza di Erika non faceva altro che eccitarlo ancora di più.
- Ma questo è diverso da quello che avevi l’altro giorno.
- Si, l’ho comprato stamattina. E’ la prima volta che compro un orologio da sub – disse lui, che ben sapendo della passione di lei, si era premunito.
- Ma che colori! – disse lei, continuando a girare e rigirare il polso. Poi prese a baciargli l’avambraccio, il bicipite, via via salendo, fino al collo.
Quando fu il momento della bocca, arrivò il richiamo da dietro la porta.
- Ragazzi! E’ pronto!
- Veniamo subito! – e poi rivolta a Matteo, in un orecchio – dopo cena i miei vanno a letto presto. Restiamo a vedere la televisione sul divano…
Non fece tempo a finire la frase che prese il lobo dell’orecchio tra le labbra, sospirando. Matteo pensò che quella sarebbe stata la cena più lunga della sua vita.
Mano nella mano, arrivarono in sala, dove trovarono la tavola apparecchiata e si sedettero entrambi. Matteo notò che aveva la porta della sala alle spalle e la cosa lo metteva a disagio. Ma il pensiero del dopocena sovrastava tutto.
- Assaggia questo vino, lo fa mio nonno, è buonissimo – disse Erika, riempiendo il bicchiere di Matteo – non hai ne mai assaggiato uno così!
- Poco però - e si portò alla bocca il calice di cristallo. Il vino era molto forte e aveva un leggero sapore di mandorla che lo rendeva piacevole.
Chiacchierando con Erika, Matteo bevve gradualmente tutto il calice. Dopo qualche minuto, mentre si sedevano il fratello di Erika e la mamma, Matteo cominciò a sudare. Parlava e sudava.
Si rese conto che era meglio darsi una rinfrescata, ma le gambe non rispondevano. Fu preso dal panico.
- Erika, accompagnami al bagno. Sto male! – disse sottovoce.
- Non ti preoccupare, il vino è molto forte.
- Ma…
Svenne sulla sedia.
Il papà emerse dalla porta, con un contenitore in mano.
- Prima io – disse Erika, aprendo il contenitore.
Estrasse una mannaia e prese il braccio di Matteo. Lo posò sul tavolo e lo tranciò di netto.
- Quest’orologio mancava proprio, alla mia collezione! – disse trionfante, mentre il papà, con un taglio da chirurgo, staccò di netto la testa di Matteo e la porse alla moglie, per la cena.
* vincitore del concorso A-Zine di agosto 2008 su A.S.I.MOV.
giovedì 29 maggio 2008
Racconto Tamò - Finalista al Premio Letterario Nemo 2008
Ormai mi sono completamente montato la testa.
Non ci fate caso.
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PREMIO LETTERARIO NEMO 2008
Cari Amici,
eccoci finalmente al traguardo dei finalisti del nostro Premio Letterario "Nemo" 2008.
L’elenco sarà pubblicato nell’albo d’oro del sito www.nemoeditrice.it alla pagina www.nemoeditrice.it/premio/albo.html
Entro il 30 giugno 2008, salvo cause di forza maggiore, saranno proclamati i vincitori.
A tutti Voi un cordiale saluto, e agli Autori partecipanti un grazie speciale
La Segreteria del Premio Letterario Nemo
ELENCO DEI FINALISTI DEL PREMIO LETTERARIO “NEMO” PER INEDITI
PRIMA EDIZIONE 2008
(In ordine alfabetico)
SEZIONE RACCONTI
Caccamo Gabriel – Elsa
Camuti Fabiola – Il nudo rosso
Mattei Pierpaolo – Tamò
Sottocorno Cristina – Inganni
Troccoli Francesco – Storie del domani, del forse e del mai
Zambruno Barbara – Nemesi 3
Link: http://www.nemoeditrice.it/premio/albo.html
Il racconto è qui.
www.nemoeditrice.it
premio@nemoeditrice.it
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Ciao
Piero
Non ci fate caso.
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PREMIO LETTERARIO NEMO 2008
Cari Amici,
eccoci finalmente al traguardo dei finalisti del nostro Premio Letterario "Nemo" 2008.
L’elenco sarà pubblicato nell’albo d’oro del sito www.nemoeditrice.it alla pagina www.nemoeditrice.it/premio/albo.html
Entro il 30 giugno 2008, salvo cause di forza maggiore, saranno proclamati i vincitori.
A tutti Voi un cordiale saluto, e agli Autori partecipanti un grazie speciale
La Segreteria del Premio Letterario Nemo
ELENCO DEI FINALISTI DEL PREMIO LETTERARIO “NEMO” PER INEDITI
PRIMA EDIZIONE 2008
(In ordine alfabetico)
SEZIONE RACCONTI
Caccamo Gabriel – Elsa
Camuti Fabiola – Il nudo rosso
Mattei Pierpaolo – Tamò
Sottocorno Cristina – Inganni
Troccoli Francesco – Storie del domani, del forse e del mai
Zambruno Barbara – Nemesi 3
Link: http://www.nemoeditrice.it/premio/albo.html
Il racconto è qui.
www.nemoeditrice.it
premio@nemoeditrice.it
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Ciao
Piero
mercoledì 9 aprile 2008
"Ogni volta" nella newsletter del mese di Marzo 2008 su Penna d'Oca
Gli amici di Penna d'Oca questo mese hanno proprio esagerato! "Ogni volta" è stato inserito nella newsletter del mese di marzo.
Sarà dura mantenere questo livello!
Cliccare qui
Ciao
Piero
Sarà dura mantenere questo livello!
Cliccare qui
Ciao
Piero
giovedì 3 aprile 2008
Il mio primo giorno da scrittore
Eccomi qua. A raccontarvi di una giornata di partenza, di fretta, di valigie, di oddio speriamo che non ci siamo scordati niente.
E poi via sull’autostrada. Destinazione Bologna. Selezione del Premio Letterario Panchina 2008.
Dopo due ore mi rendo conto del motivo per cui non vado tanto in giro. Odio guidare come nessun’altra cosa al mondo.
A pranzo ci troviamo con degli amici a Barberino, ad assaporare un po’ di carne alla griglia ed un po’ di vino rosso. Qualche schermaglia. Che andate a fare a Bologna? Lui ha il saggio di fine anno, fa mia moglie. Si, dico io, poi sto in ferie fino a Novembre. Magari, penso.
Poi l’hotel e la ricerca del Circolo Mazzini. Ma guarda, c’è anche una trattoria. Facciamo un giro, compriamo un libro e ceniamo.
Sono passate da poco le nove. Entriamo e una signora gentile mi saluta, chiedendomi se sono un “autore”. Caspita, mi fa un certo effetto essere chiamato così. Però effettivamente è quello che sono. Piacere, Piero Mattei. Buona sera, sono Grazia Gliozzi.
Non c’è molta gente, se ne accorge anche Eraldo Turra, che presenta la serata, ma non fa niente. Queste serate possono essere tutto, tranne che un evento di gran richiamo.
Si parte. Alcuni autori non ci sono e i racconti li ho più o meno letti tutti. L’attore che legge si chiama Filippo Plancher e devo dire che letti così sono proprio un’altra cosa. Specialmente “4 minuti”, che di tutti era e resta il mio preferito.
Sullo schermo appare il mio nome e Turra viene verso di me per intervistarmi. Mio figlio parte a riprendermi con la macchinetta fotografica. Sono imbarazzatissimo e mi impappino, però ci pensa Turra a togliermi d’impaccio.
Vedere per credere.
Poi Plancher inizia a leggere “La luce”. Sarà che è il mio racconto. Sarà che non ho mai sentito qualcuno leggere così qualcosa di mio, ma il cuore va a mille. A metà racconto comincio ad asciugarmi gli occhi, sconvolto.
L’applauso finale mi scioglie. Respiro. Un sorso di grappa.
Un altro racconto e si vota.
Non è andata bene, come vedete. Inutile dire che ci speravo. Ma le gare sono così. Qualche volta si vince e molto spesso no. Di questa serata mi resta un’emozione incredibile. Quella scena di pochi minuti, un mio pezzo letto per la prima volta da un attore, in quel modo, davanti a una cinquantina di persone renderà questo evento per me irripetibile.
Ci prepariamo e ci alziamo dal tavolino. Plancher mi vede e mi si fa incontro, allungando la mano destra. “Complimenti, un bel pezzo” mi fa, stringendomi la mano. “Grazie, è stata un’emozione grandissima” farfuglio io, emozionatissimo.
Forse non era solo una mia impressione allora. Gli è piaciuto davvero.
Mi avvio alla macchina, pensando che quella stretta di mano e quelle poche parole per me sono un premio più che sufficiente.
Domani si riparte. A scrivere.
Per chiudere, vi metto il video di Plancher che legge “La luce”. L’audio è pessimo, prendetelo come un cimelio.
Anche se io penso che quei pochi secondi tra la fine del racconto e l’applauso la dicono lunga.
Ciao
Piero
E poi via sull’autostrada. Destinazione Bologna. Selezione del Premio Letterario Panchina 2008.
Dopo due ore mi rendo conto del motivo per cui non vado tanto in giro. Odio guidare come nessun’altra cosa al mondo.
A pranzo ci troviamo con degli amici a Barberino, ad assaporare un po’ di carne alla griglia ed un po’ di vino rosso. Qualche schermaglia. Che andate a fare a Bologna? Lui ha il saggio di fine anno, fa mia moglie. Si, dico io, poi sto in ferie fino a Novembre. Magari, penso.
Poi l’hotel e la ricerca del Circolo Mazzini. Ma guarda, c’è anche una trattoria. Facciamo un giro, compriamo un libro e ceniamo.
Sono passate da poco le nove. Entriamo e una signora gentile mi saluta, chiedendomi se sono un “autore”. Caspita, mi fa un certo effetto essere chiamato così. Però effettivamente è quello che sono. Piacere, Piero Mattei. Buona sera, sono Grazia Gliozzi.
Non c’è molta gente, se ne accorge anche Eraldo Turra, che presenta la serata, ma non fa niente. Queste serate possono essere tutto, tranne che un evento di gran richiamo.
Si parte. Alcuni autori non ci sono e i racconti li ho più o meno letti tutti. L’attore che legge si chiama Filippo Plancher e devo dire che letti così sono proprio un’altra cosa. Specialmente “4 minuti”, che di tutti era e resta il mio preferito.
Sullo schermo appare il mio nome e Turra viene verso di me per intervistarmi. Mio figlio parte a riprendermi con la macchinetta fotografica. Sono imbarazzatissimo e mi impappino, però ci pensa Turra a togliermi d’impaccio.
Vedere per credere.
Poi Plancher inizia a leggere “La luce”. Sarà che è il mio racconto. Sarà che non ho mai sentito qualcuno leggere così qualcosa di mio, ma il cuore va a mille. A metà racconto comincio ad asciugarmi gli occhi, sconvolto.
L’applauso finale mi scioglie. Respiro. Un sorso di grappa.
Un altro racconto e si vota.
Non è andata bene, come vedete. Inutile dire che ci speravo. Ma le gare sono così. Qualche volta si vince e molto spesso no. Di questa serata mi resta un’emozione incredibile. Quella scena di pochi minuti, un mio pezzo letto per la prima volta da un attore, in quel modo, davanti a una cinquantina di persone renderà questo evento per me irripetibile.
Ci prepariamo e ci alziamo dal tavolino. Plancher mi vede e mi si fa incontro, allungando la mano destra. “Complimenti, un bel pezzo” mi fa, stringendomi la mano. “Grazie, è stata un’emozione grandissima” farfuglio io, emozionatissimo.
Forse non era solo una mia impressione allora. Gli è piaciuto davvero.
Mi avvio alla macchina, pensando che quella stretta di mano e quelle poche parole per me sono un premio più che sufficiente.
Domani si riparte. A scrivere.
Per chiudere, vi metto il video di Plancher che legge “La luce”. L’audio è pessimo, prendetelo come un cimelio.
Anche se io penso che quei pochi secondi tra la fine del racconto e l’applauso la dicono lunga.
Ciao
Piero
martedì 4 marzo 2008
Racconto - Tamò *

Stamattina il giro tocca al postino nuovo.
Prende la sua bici e dopo un’oretta si addentra a Vico S. Vitale. Non essendo stati ancora inventati i citofoni, per richiamare l’attenzione delle persone destinatarie della posta, alza il viso verso i balconi del primo piano e chiama.
“Laurìa! Posta!”
Una folla si affaccia a tutte le finestre del vicolo.
“Chi Laurìa cercate?”
“Giuseppe!”
Delusa, la maggior parte delle persone rientra in casa, tranne Giuseppe, che scende e apre il portone, per ritirare la posta.
Ogni volta la stessa storia. Vico Laurìa. Così si dovrebbe chiamare.
Davanti l’ingresso del vicolo la mattina è un viavai di venditori ambulanti, donne che vanno al mercato. Sotto gli occhi degli anziani seduti sulle loro sedie impagliate, a contare le persone, specialmente i forestieri.
Ogni tanto arriva pure qualche Ape. L’unico mezzo motorizzato del paese. Si affaccia al vicolo, accosta e si ferma, spegnendo il motore. Poi l’autista scende, prende il carico da dietro e lo porta a mano dove serve. Nessuno si addentra mai nel vicolo se non a piedi, come a non voler violare il suo silenzio e la sua quiete.
Un piccolo viandante curvo su un bastoncino di canna cammina lentamente. A passi piccolissimi, strisciando i piedi per terra. Come a voler misurare la lunghezza di quel budello di pietra viva tra due case affacciate l’una sull’altra, dove gli odori e i rumori si mischiano.
Porta una giacca marrone, sopra ad una camicia a quadri. Un paio di scarpe consunte, con i lacci ormai mozzicati dall’uso. Sotto alla coppola verde un viso roseo, con poca barba e degli occhi chiarissimi. Guarda per terra e misura tutti i passi. Uno dopo l’altro. E sorride.
Una donna anziana si affaccia ad una delle finestre in fondo al vicolo.
“Tamò! Tamò!”
Tamò non risponde. Si ferma e, senza alzare la testa, alza il bastone curvo verso il cielo, come ad indicare un punto immaginario nel cielo. E’ il suo modo per dire eccomi, arrivo, non serve strillarmi. Non ho fatto niente. Dammi tempo.
Altri tre passi. Poi Tamò si ferma e con il bastone scansa dalla strada le cartacce. Come fa sempre. Quella è la sua strada da più di cinquant’anni e anche se qualcuno ci passa pensando di poterla usare quando vuole e farci quello che crede, resta la sua. Il Sindaco, lo chiama qualcuno.
Tutti lo trattano con rispetto, Tamò. Nessuno lo dice, ma quando rotea il bastone, qualche volta succedono cose strane. Inspiegabili.
Una volta stava camminando nel vicolo e una macchina lo tampinava dietro dietro. Un po’ suonando e un po’ dando delle accellerate a vuoto cercava di spaventarlo, di farlo spostare. Tamò roteò il suo bastone e la macchina si fermò, lì in mezzo alla strada. Il proprietario scese e cercò di farla ripartire, senza successo. Non ci fu verso. Dovette arrivare il meccanico del paese e lavorarci per due ore. Una cosa mai vista, disse presentando il conto al malcapitato molestatore della quiete di Vico S. Vitale.
Chi aveva le finestre che si affacciavano su quel vicolo lo sapeva e non si azzardava a farlo arrabbiare. Sapeva a cosa andava incontro.
Una volta addirittura litigò con Tonino, che aveva l’alimentari dopo casa di Lucia, a metà del vicolo, forse per un debito non pagato. Il giorno dopo entrò in quell’alimentari e nel momento preciso in cui mise piede oltre la soglia tutta la luce e tutte le apparecchiature elettriche del locale si spensero.
Tonino andò per riaccendere la corrente dall’interruttore, pensando fosse saltato. Ma lo trovò attaccato.
Tutte le apparecchiature bruciate. Tutte le lampade anche.
Tutto successe quella mattina di Aprile. Arrivò un signore ben vestito, che attraversò tutto il vicolo a passo svelto. Giunse al portone di Teresa, la sorella di Tamò.
Bussò. Teresa aprì.
“Buongiorno Terè.”
“Buongiorno Nicolì. Trasite.”
Nicolino invece di entrare si appoggiò con la mano destra allo stipite della porta ed iniziò a respirare con affanno.
“Aspettate un poco, Terè. Stongo malamente.”
“Oh Gesummio, Nicolì! Concetta! Concè! Concè!” Teresa uscì di corsa di casa e andò a bussare anche lei alla porta accanto.
“Che è? Si asciuta pazza, Terè?” Concetta si era affacciata dalla finestra accanto.
“Gesummio Concè! Nicolino sta malamente!”
“Uaneme, Nicolino! Che vi sentite?”
Il povero Nicolino si era quasi seduto per terra e aveva chiuso gli occhi, sperando che quel malore, come era arrivato, se ne andasse. Inutile dire che Vico S. Vitale si trasformò in pochi secondi in un formicaio. Chi porgeva un bicchiere d’acqua, chi strillava, chi provava a farlo camminare.
Tamò, nel frattempo proseguiva, per la verità senza troppi patemi d’animo, verso la fine del vicolo. Con il suo passo da maratoneta, a mano a mano si avvicinava a quel rumoroso crocchio. E cominciava a volgere lo sguardo verso Nicolino.
“Nicolino sta malamente! Gesummio!” urlò disperatamente Teresa, rivolgendosi a Tamò, che finalmente giunse nei pressi del malcapitato.
Si fermò. Si tolse la coppola e la fece cadere a terra, scoprendo il capo completamente calvo. Chiuse gli occhi e sorrise.
Poi alzò il suo bastone e lo roteò per aria. A quel gesto, tutti si ritrassero, temendo un cataclisma di dimensioni bibilche.
Invece Tamò abbassò il bastone e lo posò sulla pancia di Nicolino, per qualche secondo.
Il malato smise di respirare per qualche secondo, sgranando gli occhi.
“Gesummio! Nicoli’. L’hai acciso!”
Mentre tutti ricominciavano a strillare, più forte di prima verso Tamò, Nicolino cominciò a tossire.
Tutti si girarono nuovamente verso Nicolino, che aveva ripreso colore e si guardava intorno, probabilmente chiedendosi il motivo di tutto quel mercato.
“Tamò. Maronna ‘ro carmene. Ma che tenete? A bacchetta maggica?” chiese Giuseppe, mentre Teresa Gesummio aiutava il malato a rialzarsi.
Tamò sorrise. Sembrava volesse dire qualcosa. Invece infilzò la sua coppola con il bastone e se la rimise. Poi entrò nell’uscio.
“Ciao Tamò”.
Luigino passò lì vicino con la bici, veloce. E’ un bravo ragazzino, Luigino. Quando passa vicino a Tonino lo saluta sempre. Da quella volta che stava su un motorino assieme ad un suo amico e gli passò a fianco, urlandogli contro.
Tamò roteò il bastone e il motorino si spense. Per sempre.
* finalista al Premio Letterario Nemo 2008
Copyright Piero Mattei 2007
domenica 10 febbraio 2008
Racconto - Limone e cioccolato *

Quanto ci vuole per percorrere cento metri?
La figlia di Giacinto abita a pochi isolati di distanza da lui. Eppure, cento metri tra la casa di un anziano solo e quella di sua figlia possono diventare dieci chilometri. Una famiglia di quattro persone ti mangia tutto il tempo possibile. Si sa come vanno queste cose. Alla fine, non ci si vede mai.
Quando poi arriva l’estate e sua figlia parte con tutta la famiglia per le vacanze Giacinto smette anche di dormire. La sua solitudine si dilata. Giornate caldissime e notti afose.
La sua Clara ormai da dieci anni è in viaggio. Giacinto la immagina così Clara. In viaggio, in giro per il mondo, a vedere quei posti che le sarebbe sempre piaciuto vedere ma che non ha mai potuto vedere. In Egitto, sotto le piramidi. Oppure a Parigi, seduta sul prato sotto la Torre Eiffel. Beata lei. Sempre in viaggio.
Giacinto ha deciso di non uscire di casa per tutto il giorno, almeno per quelle tre settimane nelle quali Antonella è in vacanza. Esce solo il pomeriggio tardi, quando l’asfalto rimanda solo un tenue calore e c’è quel bel venticello che ti rinfresca la faccia. Va al centro commerciale. Un posto bellissimo, dove c’è un gran bel fresco e c’è tanta gente allegra, tanti ragazzi abbronzati che scherzano e ridono. Lì c’è una bella panchina verde, vicino ad un’aiuola finta. A parte Giacinto e qualche suo coetaneo, le panchine non le usa più nessuno. Tanto che i gestori di un fast-food, che si trova davanti alle panchine, hanno pensato bene di occuparne mezza con la statua di un pupazzo giallo e rosso, gli stessi colori dell’insegna. Il pupazzo siede mollemente sulla panchina, con il sorriso ebete e la mano sinistra allungata sulla spalliera, come ad aspettare qualcuno che si sieda a fianco e che condivida la fatica di sembrare felice tutto il giorno e tutta la notte.
Qualche volta Giacinto si siede a fianco al pupazzo, per sentire l’illusione che quella statua voglia cingergli le spalle e avvicinare il suo viso al suo, per raccontagli qualcosa di inconfessabile, come fanno gli amici. Anche solo per commentare qualche minigonna un po’ troppo corta.
Alle sei e mezza, puntuale, Giacinto va al chioschetto dei gelati e si prende un cono al limone. A lui piacerebbe limone e cioccolato, ma ha smesso di prendere i due gusti insieme quando due ragazzi seduti ad un tavolo vicino, per farsi notare da due ragazze che li guardavano, l’avevano apostrofato brutalmente.
“Vecchio rimbambito! Che fai? Limone e cioccolato? Che schifo!”
Anche se il gestore del chiosco l’aveva mandati via a male parole, Giacinto aveva deciso che da quel momento in poi l’accostamento lo avrebbe fatto comunque, ma a modo suo. Un giorno limone, l’altro cioccolato.
Dopo aver letto il quotidiano che il padrone del chiosco dei gelati conserva per lui fino alla sera, Giacinto si avvia verso casa. Alle otto c’è il telegiornale e quello è un appuntamento al quale non sarebbe mancato per nulla al mondo. Una volta, prima del telegiornale davano le previsioni del tempo. Ora non più. Come se a nessuno interessasse più sapere che tempo fa il giorno dopo. A pensarci bene, cosa volete che interessi a chi si deve comunque alzare per portare i figli a scuola e andare a lavorare di corsa se piove o no?
Giacinto si prepara la sua cena. Un po’ di brodo, una scatoletta, un po’ di frutta. Le sue finanze non gli consentono di riempirsi lo stomaco come vorrebbe. Cosi’ qualche sera si fa un po’ di brodo in più, per zittire quel brontolio fastidioso.
Un sonnellino sulla poltrona. Poi, verso le undici, comincia la lunga attesa del mattino. Giacinto ha imparato a riconoscere tutti i rumori della notte. Il rumore della macchina del figlio di Assunta, che torna la notte con lo stereo altissimo e lo spegne prima di imboccare la via che lo porta a casa, nell’appartamento sotto al suo. Il rumore del treno, che si sente in lontananza passare, verso le tre. Infine il fracasso infernale del camion della spazzatura, che annuncia la fine della notte, verso le sei di mattina.
Giacinto la notte la passa sulla sua poltrona. Ogni tanto fa un sonnellino, di qualche minuto. Il resto del tempo lo passa guardando un po’ la televisione e leggendo. Soprattutto leggendo. E’ un divoratore di libri, giornali, riviste. Qualsiasi manufatto in carta contenente delle parole scritte lo incuriosisce e lo attira verso la scoperta e la lettura. Libri ne ha tantissimi e li ha letti tutti. Ogni tanto qualcuno gliene regala uno e lo rende l’uomo più felice del mondo. Adora i libri di fantascienza.
Ma quello che si ritrova a leggere più spesso sono le riviste usate, che gli altri inquilini del palazzo, ben conoscendo le sue abitudini, gli regalano a pacchi.
Cosi’ il suo salotto è diventato una specie di edicola di riviste usate, che lui ordina per data, meticolosamente. Una volta lette e rilette, le impacchetta per bene e le porta alla raccolta della carta.
Sonia è la sua vicina di casa. Abita sul suo stesso pianerottolo. Una donna russa, sulla sessantina. Fa la badante ad una donna immobilizzata. Esce tutte i pomeriggi verso le cinque e torna la mattina, appena dopo il camion della spazzatura. E’ una donna grande e grossa. Di una bellezza di quelle di una volta. Si vede che nella vita non ha mai fatto diete, né ginnastica.
Una donna sana, come erano sane le donne della sua infanzia e come era sana la sua Clara.
Un sorriso cortese e dei modi spicci. Poi, quell’italiano stentato, quel dare del tu a tutti, che la rende ancora più particolare.
Giacinto, tutti i giorni alle cinque e tutte le mattine alle sei si affaccia alla finestra della cucina e guarda in strada, per vederla.
Lei, che ormai lo sa, alza gli occhi verdi verso la finestra. E attende il suo immutabile “Buongiorno Sonia” o “Buon lavoro, Sonia”.
Certo, lei invece aveva tutta un’altra mentalità. E’ capitato qualche volta che Giacinto sia andato di malincuore a bussare alla sua porta. Una volta, ad esempio, era rimasto senza riviste. Conoscendo le abitudini di Sonia, ha aspettato pazientemente che arrivasse mezzogiorno per bussare alla sua porta.
Lei gli ha aperto ed era in camicia da notte.
“Giacinto! Come stai? Che succede?”
Giacinto snocciolò d’un fiato la frase che si era preparato dalla mattina.
“Buongiorno Sonia. La prego di scusarmi se la disturbo a quest’ora. Volevo chiederle, se per lei non è troppo disturbo, se per caso aveva delle vecchie riviste che non le servono più. Sa, io la notte la passo a leggere e…”
“Si che ce l’ho. Vieni dentro, siediti. Te le prendo.” fece lei, facendosi da parte sulla porta per farlo entrare.
“Grazie. Lei è molto gentile, come sempre. Preferirei rimanere qui sulla porta, se non le dispiace.”
“Ma vieni dentro, Giacinto! Che fai su porta?”
“La prego, non voglio crearle disturbo. Aspetto qui.”
Figuriamoci! Entrare in casa di una donna sola. Per di più in camicia da notte! Che avrebbero pensato i vicini?
Poi lui era comunque un uomo sposato. O almeno, si riteneva ancora tale. Perché Clara era in viaggio e prima o poi sarebbe tornata. E come le avrebbe potuto spiegare che aveva bussato a mezzogiorno a casa di Sonia? E che lei gli aveva aperto in camicia da notte? E che lui, con la scusa delle riviste, era entrato in casa sua? Clara gli avrebbe mai creduto?
Quella mattina, successe che Sonia, rientrando, non vide Giacinto alla finestra, per la prima volta dopo mesi e mesi. Le ritornò in mente che tempo addietro si era sentito male, per uno sbalzo di pressione.
Non perse tempo e salì di corsa le scale. Bussò alla sua porta.
Giacinto le aprì. Aveva una faccia cerulea e un soffio di voce. Parlava a tratti e faticava a respirare.
“Buongiorno Sonia. Mi scusi se non l’ho salutata prima… ma non mi sento molto bene oggi… sono rimasto in poltrona… non ce la faccio neanche a stare in piedi.”
Lei non perse tempo.
“Giacinto, mettiti seduto che ti misuro pressione” e mentre gli diceva cosi’ gli prese le mani e lo fece sedere sulla poltrona. Poi estrasse rapidamente l’apparecchio per misurare la pressione dalla borsa.
Che mani calde, aveva Sonia. A Giacinto le vennero in mente le mani di Clara.
“Settanta-novanta” disse Sonia, togliendosi lo stetoscopio.
“Prendi medicine per pressione?” chiese preoccupata.
“No… il dottore mi ha detto che non mi servono ancora…”
Giacinto fece una pausa più lunga e riprese fiato.
“Le posso chiedere una cortesia, lei che è così gentile… mi dà una mano ad alzarmi… mi preparo un caffè ben zuccherato e mi sentirò meglio… ”
“Ma cosa ti prepari caffè!” lo rimproverò Sonia. “Io ti preparo caffè! Tu stai su poltona e non ti muovere!”
Giacinto, un po’ perché era parecchio tempo che non veniva rimproverato da qualcuno, un po’ perché non sapeva che cosa dire, se ne stette zitto e buono.
Dopo qualche minuto e una bella dose di caffeina e zucchero, aveva ripreso la voce ed il colore.
“Sonia, non so come ringraziarla. Mi scusi ancora se le ho fatto perdere tutto questo tempo. So che lei è stanca e deve riposare. Mi scusi ancora”
“Ma stai scherzando? Stai bene adesso? Sicuro?”
“Si. Sto bene adesso.”
“Dopo torno a vedere se stai bene.”
Fu così che quella mattina, rivide Sonia per ben due volte. E lei tutte e due le volte rimase a chiacchierare con lui per qualche minuto, per vedere che effettivamente stesse bene e non si nascondesse dietro alla sua timidezza e alla sua gentilezza.
Giacinto riprese il suo ritmo normale e la sua routine giornaliera.
Qualche giorno dopo, a mezzogiorno in punto, bussò alla porta di Sonia.
“Giacinto! Stai bene? Tutto a posto?”
“Buongiorno Sonia. Sto benissimo, grazie.”
“Ti serve qualcosa?”
Giacinto prese fiato e disse tutto quello che doveva dire a raffica. E se qualche vicino avesse sentito, pazienza.
“Sonia, io sono in debito con lei. Sarei molto felice di poterla invitare a pranzo. Oggi.”
Sonia rimase qualche secondo in silenzio, cercando di metabolizzare rapidamente quello che aveva appena sentito.
“Giacinto! Ma… certo. Certo. Vengo a pranzo a casa tua!” disse alla fine sorridendo. “Dammi solo qualche minuto e vengo da te.”
Giacinto tornò a casa sua e dopo venti, interminabili, eterni, stramaledetti minuti, sentì bussare.
Giacinto non dovette precipitarsi. Era già in piedi dietro alla porta. Aprì.
Un bel vestito celeste. Un paio di orecchini vistosi, che incorniciavano il viso bianco e rosso. Le labbra lucide di un rossetto appariscente rimandavano un sorriso da togliere il fiato. Giacinto la riconobbe solo dopo qualche secondo.
Clara era in viaggio. Quando sarebbe tornata, lo avrebbe perdonato.
“Posso entrare?”
“Si. Si. Certo!” fece Giacinto, imbarazzato.
Nel soggiorno, il tavolo era apparecchiato in modo impeccabile. Non c’era neanche una rivista in giro.
“Si accomodi, la prego.” disse lui, indicandole la sua poltrona. “La pasta è quasi cotta”
Lei si sedette e lui sparì in cucina. Dopo un minuto, riemerse con aria soddisfatta e andò verso di lei.
“Sonia, mi perdonerà. Non vorrei sembrarle sfacciato. Mi sono permesso…”
Giacinto porse un bel mazzo di fiori di campo a Sonia, che ringraziò imbarazzata.
“Anche io ho qualcosa” disse lei, infilando le mani nella borsa.
Estrasse una piccola busta bianca e la diede a Giacinto.
La faccia di Giacinto passò dal bianco, al rosa, al rosso in pochi secondi.
“Grazie. Santo cielo! Grazie, non si doveva disturbare! Lei è troppo gentile!”
L’imbarazzo lasciò presto il posto alla curiosità.
“Posso aprire?”
“Però mi prometti una cosa” rispose lei, con aria di sfida.
“Che cosa?”
“Basta dare lei. Lei. Lei. Sonia e basta.”
“Va bene. Sonia e basta.”
Giacinto sorrise ed estrasse un pacchettino dalla busta bianca. Una piccola confezione di gelato sciolto.
Due gusti. Limone e cioccolato.
Copyright Piero Mattei 2007
* Racconto del mese di marzo 2008 su "Penna d'oca"
mercoledì 14 novembre 2007
Racconto - La luce *

Noooo! Perchè proprio ora? Proprio ora che stavo sognando il mare! Non mi succedeva da tanto tempo!
“Ciao” mi sussurra Maria, finendo di alzare la serranda.
Io chiudo le palpebre, cercando di far abituare gradualmente i miei occhi alla luce. Quando li riapro guardo fuori dalla finestra. C’è un buon odore di caffè. Ne berrei volentieri un po’.
E’ una giornata splendida. Proprio come me la immaginavo, come avrei voluto che fosse.
“Claudio, Tonino sta salendo”. Maria mi regala un altro dei suoi sorrisi, stropicciandosi gli occhi. La guardo e cerco di ricambiare. Le poche rughe che il tempo è riuscito a disegnarle sulla fronte non fanno altro che aggiungere fascino a quel viso dolcissimo. Ti amo Maria. Non credo di avertelo mai detto abbastanza. Se potessi, te lo direi ancora oggi. E domani.
“Ciao Claudio”, fa Tonino, sorridendomi. L’ho conosciuto al liceo e siamo rimasti amici da allora. Ne abbiamo fatte tante, assieme. Abbiamo preso strade diverse, io sono andato a fare l’insegnante, lui il medico. Ma come fai, gli dicevo. Ma che razza di mestiere ti sei scelto? Il dottore? Ma non ti stuferai di sentire persone sofferenti? Ma soprattutto gente sanissima che dovrai convincere di non essere ammalata? Ma quando ti diverti? Vieni assieme a me! Facciamo gli insegnanti, vuoi mettere? Tutti i giorni assieme a tanti ragazzi pieni di vita. La loro energia che ti spinge a tutta velocità in avanti, verso il futuro.
Ma lui niente. Questa è una missione, mi diceva. Questo mestiere non si fa per sé stessi. Si fa per gli altri. Voglio fare il missionario.
Vabbè. Contento tu. Cosi’ abbiamo continuato a litigare negli anni su chi fosse più contento del proprio lavoro. Io ero contento dei miei ragazzi. Ma il tuo entusiasmo per il mestiere di medico era traboccante. Un entusiasmo contagioso.
Nonostante anche io facessi un lavoro a servizio degli altri, cominciavo a sentirmi un po’ egoista, rispetto a te. Capivo che avrei potuto fare di più, ma non sapevo come.
Cosi’ me lo hai suggerito tu. Se vuoi puoi fare volontariato. E’ una cosa bellissima e gratificante. Lo fai solo per gli altri. E cosi’ ho fatto. Sono stati anni faticosi, ma non me ne pento. Ho conosciuto tanta gente che mi ha voluto bene. Sicuramente io non ho saputo dimostrare altrettanto affetto verso di loro.
E poi ho conosciuto Maria, la mia Maria, che faceva la volontaria come me. E’ come se il destino avesse voluto ripagarmi del mio impegno, facendomela incontrare. E la vita ha finalmente cominciato ad avere un senso anche per me. Venticinque anni insieme e due figli. Ne abbiamo fatta di strada.
Mentre sono immerso nei miei ricordi, Tonino ha apparecchiato silenziosamente i suoi attrezzi sul tavolinetto vicino al letto, sotto lo sguardo attento di Maria. Si stanno dicendo un sacco di cose sottovoce. Chissà cosa si stanno dicendo. Devo dire che in fondo non me ne importa nulla. So quello che devo sapere e questo mi basta.
Maria non distoglie lo sguardo dalle mani sapienti di Tonino, che lavorano lentamente.
Dopo qualche minuto, Tonino viene verso di me, con il viso teso, come non lo ho mai visto.
“Io sono pronto. E tu?”
Io sbatto le palpebre, in segno di assenso.
Maria fa il giro del letto e mi dà un lungo bacio sulla fronte. Le sue lacrime scendono dolcemente dal suo viso al mio.
Poi si siede, sorridendo e asciugandosi con le dita.
“Claudio, ora chiudi gli occhi. Riposati.” – mi sussurra Tonino.
Obbedisco e chiudo gli occhi. Ma è come se vedessi tutto quello che succede intorno a me. Tonino prende la siringa e la infila nel tubo della flebo. Preme dolcemente lo stantuffo, fino in fondo.
Ancora sento il calore del sole sulle mani, strette in quelle di Maria.
Mi sento la testa leggera, leggera. La luce aumenta.
I singhiozzi di Maria arrivano ad ondate nella mia testa. Vorrei restare qui con te Maria.
Il tuo pianto mi devasta. Come non mi era mai successo prima.
Le onde si allontanano.
Sempre più lontano.
Lontano.
Lontano.
Lontano.
Eccolo.
Il mare.
* in concorso al Premio Letterario Panchina 2008
Copyright Piero Mattei 2007
lunedì 1 ottobre 2007
Racconto - Ogni volta

“Posso sedermi?”
Claudio distolse gli occhi dal giornale che stava leggendo. Ci mise un po’ per mettere a fuoco. Un signore dall’aria gentile, calvo, sulla settantina. Molto elegante. Vestito di scuro.
Lo guardava con un sorriso interlocutorio, aspettando la risposta che Claudio stava per dargli, con la testa leggermente piegata verso di lui.
“Prego, prego” , disse Claudio, scostando il cappotto dalla panchina. Il signore si accomodò, con un largo sorriso.
“Lo sa che lei mi ricorda qualcuno?”
Claudio, appena immerso nuovamente nella lettura, percepi’ la frase. Anche lui aveva avuto la medesima impressione.
“Effettivamente anche lei ha una faccia conosciuta...”
“Eh guardi, io non dimentico mai una faccia. Il problema è che poi non ricordo a chi appartiene!” disse scrutando attentamente i lineamenti di Claudio.
“Capita anche a me. Anche io sono molto fisionomista, ma ho una pessima memoria per i nomi. Lei è di queste parti?”
“Si. Abito in questo quartiere da sempre.”
“Dove l’ho già vista? Forse al supermercato! Io ci vado spesso.”
“Non credo. Una volta ci andavo. Adesso è un po’ che ne faccio a meno.”
“Beh, mi sembra giusto che qualcuno ci pensi per lei!”
Il signore gentile sorrise. “Allora ci siamo visti qui al parco. Io qui ci vengo spesso.”
“Io non credo” fece Claudio, ridendo. “Qui ci venivo quando non andavo a scuola. Poi ci sono tornato oggi dopo tanti anni.”
“Ah, e come mai?” fece incuriosito il signore gentile.
“Voglio fare una sorpresa a mia moglie. Sto aspettando che apra il mio amico gioielliere, per regalarle una bella collana. Sa, oggi festeggiamo dieci anni di matrimonio... lei è sposato?”
“Oh si, certo che lo sono. Mia moglie si chiama Enrica.”
“Come la mia! Ma guarda un po’!” fece Claudio, sorpreso. "E ha figli, immagino!"
"Oh, certamente. Ho due figli, un maschio e una femmina."
"Io ho un figlio e mia moglie è incinta. Partorirà tra qualche mese."
"Auguri! Le piacerebbe più un maschio o una femmina?"
"Femmina, direi. L'importante però è che vada tutto bene."
"Sono sicuro che sarà una femmina. I desideri delle persone oneste si avverano sempre."
I desideri delle persone oneste si avverano sempre. Lo diceva anche papà.
""Comunque lo sapremo presto. Mia moglie è andata a fare l'ecografia e tra un po' saprò se è maschio o femmina. Abbiamo già deciso i nomi. Se è maschio Carlo, se è femmina Giulia."
"Anche a me serebbe piaciuto Giulia. Mia figlia invece si chiama Marta. Mia moglie non ne volle sapere."
Claudio a quel punto ebbe la netta sensazione che quel signore gentile lo stesse assecondando, come a voler guadagnare la sua fiducia, magari per qualche motivo non proprio amichevole.
Un brivido gli percorse la schiena.
Uno squillo di cellulare. Claudio estrasse dalla tasca il suo telefonino. Enrica.
"Scusi un attimo. Ciao amore!"
Claudio si girò dall'altra parte, per avere un po' di riservatezza. Il signore gentile fece un sospiro e allungò le gambe, alzando il viso al cielo, con un'espressione rilassata.
"Femmina! E' femmina!" grido' Claudio. Il signore gentile sorrise, chiudendo gli occhi.
"Ma... come? Come non ti piace più Giulia? Abbiamo discusso tanto su questo!"
In quel momento, cadde la linea.
Claudio si girò, rivolgendo la propria espressione interrogativa al signore gentile.
"Non si preoccupi. Le donne cambiano spesso idea. E' normale."
I due rimasero un po' in silenzio. Claudio guardava il suo cellulare, come a chiedergli spiegazione per quello che le aveva appena detto Enrica. Il signore gentile rimase ad occhi chiusi, assorto.
"S'è fatto tardi. E' meglio che vada." Claudio si alzò in piedi. Prese il cappotto e se lo mise sul braccio. Poi porse la mano destra, in segno di saluto. "Arrivederla!"
"Arrivederla. Abbia cura di sua moglie. Sono sicuro che si tratta di una donna dolcissima."
"E' vero." disse Claudio, con un moto di orgoglio.
"E se le chiede qualcosa, l'accontenti. E' bello rinunciare a qualcosa, per amore."
E' bello rinunciare a qualcosa per amore. Quanto è vero.
Il cellulare suonò nuovamente. Claudio salutò frettolosamente il suo interlocutore e si incamminò, verso l'uscita del parco.
"Ciao amore! Allora? Come è andata l'ecografia?... Ah...bene. Quando ci devi andare?..."
Un ragazzo, sporco e traballante, gli si parò davanti.
"Giovedi' mattina? Ci penso io. Tu stai tranquilla."
Claudio cominciò a frugarsi in tasca, in cerca di qualche spiccio.
"Allora? Giulia non ti piace più?... Dai, non è un problema..."
"Sento male...come? Ah, si. Marta. Va bene. Mi piace!"
Fu un attimo. Il ragazzo estrasse il cacciavite e lo piantò nella pancia di Claudio, che cadde a terra urlando. Il ragazzo perquisi’ rapidamente Claudio rantolante, prese il portafoglio e scappo’ via, mentre cominciavano ad arrivare gli altri abitanti del parco, richiamati dall’urlo.
“Chiamate un ambulanza! Presto!”.
Una signora prese la mano di Claudio e l’accarezzò.
Claudio guardò il cielo, mentre con la mano provava a fermare i fiotti di sangue che uscivano. Gli parve di vedere l'espressione raggiante di Enrica, mentre rimirava allo specchio la collana appena indossata.
Quando arrivo' l'ambulanza Claudio era ancora li', con quell'espressione soddisfatta. Ma Enrica quella collana non l'avrebbe vista mai.
Il signore gentile passò accanto al crocchio, guardando dritto davanti, con aria sofferente. Poi si toccò il ventre.
“Sempre lo stesso dolore”, pensò. “Ogni volta”.
Copyright Piero Mattei 2007
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