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giovedì 19 febbraio 2009

Il mio primo libro


Un'altra prima volta. Il primo racconto, il primo concorso... lo so, lo so che pubblicare un libro da soli non è proprio il massimo, se trovi qualcuno che te lo pubblica è meglio, oltretutto te lo promuove anche. Però questa casa editrice fa dei prezzi onesti. Uno sfizio me lo potevo pure togliere. Che diamine!
Poi, hai visto mai che qualcuno se lo compra anche?
Se vi interessa, lo trovate cliccando qui.

venerdì 26 settembre 2008

Racconto - Kustor


-Affari. Solo affari.
La voce di Kustor si fermò un attimo. Si accese una Gitanes e riprese a raccontare.
-Il mondo è cambiato, Mike. Quando iniziammo eravamo degli idealisti, combattevamo pensando che un giorno saremmo riusciti a costruire un mondo migliore, un posto senza guerre, senza poveri e ricchi. Facevamo la guerra alle cose che non ci piacevano. E così ho fatto, per anni. Poi un giorno arriva un ometto. Un impiegato di banca, a prima vista.
-Mi manda Frank Wise.
-Ah. E sentiamo un po’. Che cosa vorrebbe Frank Wise da me?
-Dobbiamo parlare di affari.
-Niente da fare - gli faccio io - alla gente come voi io gli piazzo una bomba sotto il culo e li faccio sparire. Qualunque cosa mi vuoi dire non mi interessa. Anzi, fai bene a sparire anche tu.
-Direi che ti conviene ascoltare la mia proposta.
-Direi che non ho tempo.
-Ripeto che ti conviene. Dammi retta.
Quel tono minaccioso mi fece ribollire il sangue. Lo avrei strozzato con le mie mani, li’, subito. Poi invece decisi di starlo a sentire.
-Sappiamo delle tue imprese. Sei bravo. Molto bravo. Per un po’ di tempo ti abbiamo anche dato la caccia. Poi abbiamo deciso che era meglio lasciarti fare quello che volevi. In fondo non facevi niente altro che il nostro gioco. Più tu attaccavi una caserma, più noi avevamo un pretesto per aumentare la nostra presenza nella zona. Una base saltata in aria? Tre nuove basi nelle vicinanze. Andavi alla grande. Perché metterti i bastoni tra le ruote? Poi hai cominciato a mirare più in alto. Invece di continuare a colpire militari e corpi speciali ti sei montato la testa e hai iniziato con i politici. Poi i finanzieri, le multinazionali… tu capisci, abbiamo dovuto per forza ricominciare a darti la caccia… ed ora ti faccio vedere una cosa.
Apre la sua borsa e tira fuori una serie di fogli.
-Vedi questi elenchi? Dagli un’occhiata.
Prendo due o tre fogli e comincio a leggere. Poi ne prendo altri. E poi altri.
-Ci sono tutti - mi fa – Hai visto? Ci sono proprio tutti gli uomini della tua organizzazione. Basi, finanziatori, fiancheggiatori. Ma anche indirizzi, nomi dei familiari…
-Ok, basta - gli faccio io, puntandogli il ferro in mezzo agli occhi – non mi spaventi con questa roba. Sai benissimo che se distruggete la nostra organizzazione in due mesi abbiamo una nuova rete solida e collaudata pronta per entrare in azione. Non mi freghi. Nossignore. Dimmi che c’è qualcos’altro nella tua proposta, dimmi che non mi hai fatto perdere tutto questo tempo inutilmente…
- Si. Ascolta. Ora viene il bello. Potremmo continuare a farci la guerra, passare i prossimi dieci anni a farci saltare in aria. Ma ci conviene? Sei vecchio ormai, Kustor. La smetti di fare l’idealista? Il Don Chisciotte dei miei stivali? Lo sai di cosa parla il futuro? Parla di fame di petrolio, di fame di energia. I popoli della Terra sono completamente dipendenti dal petrolio e dal gas naturale. E lo saranno ancora di più nei prossimi anni. Pagheranno qualsiasi prezzo. Oro, diamanti… non varranno più nulla. Petrolio, petrolio… si parlerà solo di questo, da adesso in poi. Noi non vogliamo che tra dieci anni i russi e gli arabi comandino il mondo. E stiamo organizzandoci per opporci a questo predominio.
La discussione stava prendendo una piega diversa. Rimisi il ferro in tasca.
-Semplice. Andiamo a prenderci il petrolio dove sta. Nei paesi arabi occidentalizzati e moderati, non c’è verso. Sono potenti, ben organizzati. Diventeranno i nostri nemici, tra pochi anni. Andiamo nei paesi islamici. Sono paesi arretrati, dove chi è più forte la fa da padrone. Non ci sono organizzazioni sociali, strutture di governo, nulla. Solo una massa di tribù che si scannano tra di loro. Andiamo li’ e ci prendiamo il petrolio.
-Ma mi prendi per il culo? Come farete a prendervi il petrolio?
- Quello che tutto il mondo già sa è che sono stati islamici, che hanno basi terroristiche e armi non convenzionali, anche se non è mai stato vero. Ma non basterebbe a giustificare un’invasione. Un invasione costa. Migliaia di soldati, navi, aerei… dovremmo essere aggrediti, per poter reagire in quel modo… insomma, questo è il tuo lavoro, Kustor.
Che ti devo dire – disse alla fine Kustor, spegnendo la sigaretta sul marmo - ho fatto un bel lavoro. Non mi pento. Ho progettato un attentato fantasmagorico. Ho dato tutte le indicazioni e Frank Wise ha eseguito il compitino. Tremila morti? Magari fossero solo cosi’ pochi… questa è una delle cose che sono uscite dai notiziari… ma la cosa più divertente era vedere la faccia del capo di quella organizzazione terroristica finta che ha inventato la CIA. Che ridere, vedere quella faccia da ebete con la barba bianca. Ogni tanto esce in televisione e minaccia il mondo dai suoi monti. Vive sui monti, come Heidi, in un area non più grande di un piccolo paese europeo. Trecentomila marines, più un esercito multinazionale non è stato in grado di trovarlo. Anzi, una volta che lo stavano per prendere è fuggito in moto. Ma dai…
Kustor rise di gusto. A me devo dire non veniva molto da ridere. Non sapevo come, né quando, ma sapevo che sarebbe successa qualche altra cosa, prima che riuscissi ad uscire da lì.
- Ora sai tutto. Ma di te non mi fido, Mike. Sei troppo in gamba. Un amico come te non lo voglio. Figuriamoci un nemico.
Mentre diceva così, Kustor fece un cenno con la testa ad uno degli uomini che mi tenevano le braccia dietro la schiena. Un dolore lancinante mi attraversò il collo.
L’ultima cosa che vidi fu il mio corpo ammucchiato per terra, come un sacco vuoto, coperto dal sangue che mi sgorgava da sotto la bocca.

domenica 1 giugno 2008

Racconto - If the sun refused to shine *



If the sun refused to shine,
I would still be loving you.
When mountains crumble to the sea,
There will still be you and me.
(Thank you - Robert Plant-Jimmy Page, 1969)


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26 Giugno 1970, porto di Dover


Chicco e Piero scendono dal traghetto. Se l’inferno è un posto dove piove, probabilmente assomiglia al porto di Dover.

Piove che non si vede dove mettere i piedi.

- Ma qua, è sempre cosi’? – chiede Piero.
- Te l'avevo detto che a Londra c'era un tempo di merda!
- Vuoi che sia peggio di Amsterdam?
- Poi vedrai...

Chicco saltella tra la gente e vola sotto una tettoia sgangherata, seguito da Piero e da un altro centinaio di persone.
- Un altro minuto e saremmo affogati! – dice Piero, guardando sconsolatamente la sua camicia multicolore, zuppa.
- Se continua questo schifo di tempo, sai che palle!
Chicco fa un cenno con la testa verso l’esterno della tettoia, dove ombre di persone appaiono e scompaiono sotto l’acqua, come fantasmi.
- Siamo venuti per vedere qualche concerto. Quello degli Zep poi, non me lo voglio perdere, costi quel che costi!
Mentre dice cosi’, Piero cerca di strizzarsi l’orlo dei pantaloni gocciolanti, col risultato di trasformare la zampa di elefante in qualche cosa di indefinito.
- Si. E dove lo fanno?
Mentre i due ragazzi italiani litigano sul da farsi, delle voci femminili, poco distanti, canticchiano un brano familiare.
“Ramble on…, and nows the time the time is now… to sing my song…”

- Ecco qualcuno che ci può aiutare. O che almeno, ha lo stesso problema! – fa Chicco
I due amici si avvicinano al gruppo. Non sembrano inglesi, anzi hanno un accento molto familiare.

Napoletano!

Chicco parte in quarta e batte la mano sulla spalla della prima ragazza del gruppo, una ragazza mora, con i capelli lunghi.
- Scusa, sapete dove suonano gli Zep?
- Grande! anche voi italiani, meno male non ci capiamo niente con st'inglese! - fa lei.
- Gli Zep dovrebbero suonare a Bath e noi ci stiamo andando! State con noi?- fa un’altra ragazza del gruppo.
- Piacere Caterina! – fa la ragazza mora, allungando la mano.
- Piacere Piero, e questo e' Chicco, non fate caso ai suoi baffi, hanno preso fuoco con la canna di stanotte!

Grandi risate di tutte le ragazze. Chicco si aggiusta il baffo e fa una smorfia di fastidio verso Piero, con un effetto ancora più comico.
- Chiedo io informazioni di solito, - spiega Caterina a Piero - perche' sono quella che ne capisce di piu d'inglese, le mie amiche iniziano a ridere come delle cretine mentre mi sentono pronunciare “ai spic inglisc so so”, ma appena sentita la voce di un italiano, non potevo non aggregare il gruppo, se tutto va male ci divertiamo come matti!
- Poi, se sono antipatici possiamo sempre seminarli tra la folla! – pensò Caterina.
Mentre si districano tra la folla, Piero e Caterina si sono già raccontati mezza vita, facendo a gara a chi va a memoria sulle parole di Heartbreaker. Nel frattempo, per fare colpo sull’amica bionda di Caterina, Chicco imita Jimmy Page.
O almeno è quello che pensa di fare. L’imitazione è cosi’ insulsa che nessuno del gruppo ha capito chi potrebbe essere un chitarrista così ridicolo.

- ECCOLI! ECCOLI!
Il gruppo si rivolge indietro. Chicco è fermo, con le mani sulla testa. Davanti a lui, su un muro diroccato, un manifesto alto almeno tre metri, con Robert Plant a torso nudo, bocca spalancata e asta del microfono brandita come un mitra.
Sotto, una scritta.

“The Bath Festival – June 27-28, 1970”

- Ma dov’è questo posto?- fa Chicco, razionalizzando quanto ha visto.
- Io lo so – fa Caterina, sistemandosi i capelli – è vicino Bristol, il festival lo fanno tutti gli anni. L’anno scorso ci è andato mio fratello.
- E come ci si arriva?
- Qualche ora in macchina, non ci vuole molto.

Un giorno e mezzo dopo, i cinque ragazzi italiani stanno camminando in un campo incolto, alla periferia di Bath. Seguono una moltitudine di persone, chi suona, chi canta, chi si bacia.
- Meno male che ci voleva solo qualche ora. In autostop sai quando parti e non sai quando arrivi! – commenta Chicco, con un po’ di fiatone.
Anche Piero e Caterina camminano, ma un passo dietro agli altri. Ogni tanto si sfiorano la mano.
- Ma lo sai che hai una bella voce? – gli dice Caterina all’orecchio.
- Tu invece, sei… sei…
- Sono cosa? – fa Caterina, mettendosi con le mani sui fianchi, attendendo minacciosamente la risposta.
- Sei una ragazza speciale. Profonda. E anche carina.
Caterina scioglie piano piano la sua espressione in un sorriso.
- Si. Vabbè. Jamme.
I nostri si fermano su una collina, rapiti dallo spettacolo. Davanti a loro un orizzonte di teste in movimento e di suoni. Lontano, un palco piccolo piccolo.
Sulla destra della collina, un ragazzo con la barba incolta e un cappellaccio in testa sta facendo delle foto con una polaroid a quella scena.

C’è anche il posto dove acquistare i biglietti. Una tenda bordò, con un cartello “Tickets”.
C’è fila. Senza dubbio. A occhio e croce, almeno cinquecento persone. Un serpentone piegato e ripiegato per una decina di volte.
- Si, ma che siamo venuti a fare qui? Noi mica c’abbiamo i soldi! – ammette candidamente Chicco.
- Come non avete i soldi!! – Caterina lo incenerisce con un’occhiata.
- Non vi preoccupate, ci penso io – fa Piero, indicando sé stesso con il pollice.
Chicco e Piero si scambiano un’occhiata complice, sorridendo, atteggiandosi a veterani dai mille concerti.
- Seguitemi! - Piero inizia a correre, portandosi dietro tutta la combriccola. Fanno il giro del recinto, fino a dietro il palco. In quel punto non c’è proprio nessuno; aldilà della protezione, un paio di ragazzi, stanno scaricando degli strumenti.
- E ora, che si fa? - domanda Caterina
- Chiediamo a quei due - dice Chicco. Poi mette le mani attorno alla bocca e urla:

- EHI! JOHN! JOHN!

Uno dei due ragazzi si avvicina al recinto e si rivolge a Chicco, sottovoce.
- Hi, whats the matter?
- Hi, sorry… for the tickets… money…
Il ragazzo guarda quella strana combriccola in modo interrogativo. Poi sottovoce:
- Ue’ guaglio, non alluccate. Aspettate ‘nu poco, a vuje ci pienz je.
Caterina si caccia la mano in gola per non urlare dalla contentezza.
Il ragazzo anticipa la domanda.
- Song’ e Portici. Avet’ aspettà, vel’ agg ritt.
Dopo mezz’ora, magicamente, i cinque ragazzi, dopo essere usciti da sotto il palco, si sono mischiati alle prime file.

Appena in tempo. Si spengono le luci, sul campo di Bath.
L’ovazione assordante di centocinquantamila persone prende quota.

Un minuto. Un uomo biondo, illuminato da uno spot, esce dal buio del palco con un microfono e saluta il pubblico urlando.
- ROOOOBERT! – urla di rimando Caterina, implorando il cielo affinchè quell’angelo biondo si giri dalla sua parte.
L’attesa è finita. Bonzo rotea la bacchetta e inizia a martellare. Jimmy inizia a mulinare la Gibson.

L’attacco di Immigrant Song esplode sulla spianata davanti il palco, trasformandolo in una bolgia. Le ondate di gente si scaricano sulle prime file, dove i cinque ragazzi italiani urlano a squarciagola.
Caterina si avvicina a Chicco, urlandogli nell’orecchio.
- Ma tu, come facevi a saperlo?
- Cosa? – fa Chicco.
- Che dietro al palco c’era un italiano?
- E chi lo sapeva? E chi sono, il mago Zurli’?
- Ma vaff… - Caterina gli dà uno spintone, ridendo.
- Sai quanto rosica Marco quando gli raccontiamo questo? – fa Chicco, indicando con il dito Bonzo durante l’assolo.
- Marco? Quello scoppia! – fa Piero, non smettendo di saltare.
Mezz’ora di sudore e musica, gioia e adrenalina.
Verso la fine, in un silenzio irreale, Jimmy stacca il distorsore e comincia un arpeggio. Il pubblico inizia a cantare e a muovere le mani a tempo.
Thank you.
Caterina e Piero incrociano i loro sguardi, complici.
“ My love is strong, with you there is no wrong,
together we shall go until we die. My, my, my.
An inspiration is what you are to me, inspiration, look... see.”


- Come staiiii? -grida Caterina.
- Mai stato megliooo- rispose Piero, sorridendole.
- Ho capito. Ho capito che non sei mai stato meglio. Ma mi lasci dormire? – Caterina, infastidita, dà uno scossone a Piero, risvegliandolo dal suo meraviglioso sogno.
- Ma… scusa amore… - fa Piero sforzandosi di tenere gli occhi aperti - …stavo sognando di Bath.
- Di Bath? e che sognavi? Racconta!
Lo sguardo della ragazzina innamorata di Robert Plant illumina la stanza a giorno.
Sono le tre di notte. Ma di dormire non se ne parla. Piero e Caterina hanno tirato fuori la scatola magica dei ricordi, quella con tutte le foto di quando si sono messi insieme.
Poi, ne tirano fuori una. Una vecchia foto polaroid, con i colori ormai sfumati ed i bordi consumati dal tempo.
La guardano lungamente, abbracciati.




* scritto con caterina (away)

venerdì 30 maggio 2008

Racconto - Dicevano


Mi hanno detto che sei tornato.
L’ho saputo stamattina da mia madre, ma ancora non ci posso credere. Mi dovevi vedere. Ho fatto un salto dalla sedia alto cosi’. Poi ho iniziato a rotolarmi per terra dalle risate, non riuscivo a smettere.
E pensare che dicevano che non saresti tornato mai a casa tua. Me lo hanno ripetuto talmente tante volte che alla fine avevano convinto anche me.
E stasera non ci sono santi. Non sarà certo questo caldo che mi terrà lontano da te!
Ti conosco bene. Sono sicuro che se passo vicino casa tua, la finestra della tua camera è socchiusa. A te manca sempre l’aria.
Mi avvicino quatto quatto. La tua finestra è al pianterreno. Sotto, accovacciato per terra, c’è il vecchio Toby, che non sta mai a più di tre metri da te.
Non voglio svegliarlo. Piano piano, lo scavalco ed entro. Mentre sono a cavallo del davanzale, lui alza la testa e addrizza le orecchie. Ma poi si rimette giù. Io entro e mi siedo ai bordi del tuo letto.
Guarda che roba! Sai che faccio? Prima di svegliarti, mi voglio godere queste pareti cariche di foto. Forse non te l’ho mai detto, ma questo era uno dei motivi per cui venivo più volentieri qui a casa tua.
Non ci credi? Guarda questa. Questa foto l’ha fatta mio nonno a casa sua. Ci siamo io e te, avevamo si e no otto anni, con le bici. E guarda che bici! Ma le fanno ancora con il freno a pedale? Non s’era mai visto un sistema per frenare che non frenava mai.
Ma quando pedalavamo andavamo veloci come Toby quando inseguiva le lepri. C’era lo stradone dietro il podere del nonno dove facevamo le gare. E quelle gare richiamavano anche tutti i bambini del vicinato. Un tifo da stadio. Anche se in quelle gare non vincevo mai, secondo me perché mi mettevi di nascosto la sabbia sulla catena.
Io e te passavamo le ore sugli alberi, a raccogliere i fichi, mentre Toby abbaiava e scodinzolava con le zampe appoggiate al tronco. Fino a che non arrivavano le vespe e dovevamo scappare per tutta la campagna.
E la gara dei cocomeri? Mangiavamo un cocomero a testa. Poi ci mettevamo all’inizio del campo. Pronti, via. Camminavamo all’indietro, pisciando, vinceva chi faceva la scia più lunga.
E qui non vincevi mai. Ma sono sicuro che se te lo chiedessi, mi diresti che non è vero.
E questa? Questa è bellissima. Ci siamo sempre io e te. Ma eravamo un po’ più grandi.
Guarda che faccie. Tronfie e aggressive. Come a voler avvertire il mondo. Attenti, arriviamo. Sedici anni e la voglia di spaccare tutto. Colpa degli ormoni.
Ma questo l’ho capito solo un bel po’ di tempo dopo.
Poi la vita ha scelto per noi strade diverse, come succede spesso. A diciotto anni ci siamo separati.
Non c’era più molto da divertirsi. Tuo padre tornava spesso la sera ubriaco. Io lo sentivo strillare da casa mia.
Chi ti incontrava, sentiva dai tuoi racconti storie di cadute dalle scale, inciampi, porte sbattute accidentalmente in faccia. Nella tua espressione tumefatta c’era sempre un perchè.
Tuo padre era amico di tutti. Del maestro, del farmacista, del maresciallo. Perfino del prete. E se per caso ti fossi lamentato con qualcuno, chi ti avrebbe creduto?
Poi, un giorno, sei sparito. E sai come è qua da noi, non si fanno domande, non è educazione. Ma di te si dicevano tante cose.
Dicevano di averti visto partire, una notte, di nascosto. Sembravi un ladro che scappava, inseguito dalla paura dei propri ricordi, più che da quella di essere ripreso.
Dicevano di averti visto andare in città, da un tuo amico, a cercare lavoro, per restare li’.
Dicevano di averti visto piangere, che maledivi tuo padre, che ancora lo sognavi la notte e che avevi terrore di quello che stava succedendo a tua sorella.
Quante volte avrei voluto sapere cosa facevi, dov’eri.
Ma qua da noi, non si fanno domande, non è educazione.
Dicevano di averti visto scappare ancora, che eri andato ad abitare in una capanna a qualche metro dal mare.
Per poterti alzare la mattina presto e andare a guardare il sole che sorge. E respirarne il calore che cresce dalla spiaggia.
Dicevano che c’era un vento caldo, giù al porto, quella notte che ti picchiarono in quattro, come se tu da solo avessi potuto anche solo pensare di poter dare uno schiaffo a qualcuno, magari solo per difenderti.
Dicevano che la mattina dopo ti hanno trovato in fin di vita, a metà strada tra la capanna e il mare, con il viso sorridente e lo sguardo rivolto a est.
Poi tuo padre è morto. E tu sei tornato a casa.
Oggi, non appena l’ho saputo, sono venuto qui a trovarti. Non stavo nella pelle dalla gioia. Ho preso il mio scooter e ho attraversato tutto il paese per andarti a comprare quel CD che ti piaceva tanto e che finalmente dopo anni ho trovato.
Spero ti piaccia ancora.
Guardo l’orologio sul muro. Purtroppo s’è fatto tardi.
Mi avvicino alla finestra chiusa e guardo fuori. C’è tanta gente, lampeggianti, polizia.
Tra le gambe della folla riguardo lo scooter rovesciato e il lenzuolo bianco. Vicino, un CD in mille pezzi.
Ma si. Stasera ormai non c’è più tempo per svegliarti.
Domani.
Si.
Domani magari ritorno.
Tanto so dove trovarti, ora.

giovedì 17 aprile 2008

Racconto - Se siete uomini


La giovane inviata si guardò nello specchietto e si rimise il rossetto.
“Marco, dimmi quando sei pronto”.
“Sonia, venti secondi”.
Chiuse il rossetto e prese in mano il microfono, serrando e riaprendo le labbra.
“Cinque secondi. Quattro. Tre. Due.”.
“In onda”.
“Buonasera. E’ stata una giornata drammatica, qui a Gavirago al Lambro. Vincenzo Ganelli…”


Peppe guardò da lontano tutti quelle luci accecanti, i camion delle varie televisioni. Cinque inviati di altrettante emittenti stanno raccontando quella giornata, in preda all’eccitazione di andare in diretta su milioni di televisori. Vincenzo meritava tanta attenzione?
Si.
Peppe lo conosceva bene, Vincenzo. Aveva un negozio di scarpe, come suo padre e suo nonno. I Ganelli avevano cambiato città, poi erano emigrati dal Sud al Nord, ma non avevano cambiato il loro modo di guadagnarsi la pagnotta. Scarpe e poi ancora scarpe.
Ormai in quel paese, Vincenzo era come se ci fosse nato. C’era arrivato quando aveva quattro anni e ormai ci viveva da quarant’anni. Conosceva i piedi di tutto il paese. Sapeva a memoria i numeri dei clienti più affezionati e a ogni cambio di stagione ordinava le scarpe pensando ai gusti e al portafoglio di ogni cliente. Raramente sbagliava il colpo. Quando arrivavano i clienti, lui tirava fuori le scarpe prese apposta per loro. A chi ci teneva, alzava il prezzo e poi faceva lo sconto.
Il cliente usciva dal negozio più che soddisfatto. E cliente contento chiama cliente.

Sonia puntò di scatto il microfono davanti alla bocca dell’anziano maresciallo del paese, che spaventato si ritrasse.
“Maresciallo Gellini, può raccontarci come è andata?”


Poi, qualche anno fa, le cose sono cominciate ad andare bene. Ma bene veramente. Vincenzo aveva trovato un fornitore di media qualità, che però gli faceva dei prezzi piuttosto bassi.
Le scarpe non erano il massimo, ma per la maggior parte dei suoi clienti sarebbero andate bene. E poi, il guadagno sarebbe stato veramente imponente.
Ma quello che lo fece veramente impazzire fu il momento nel quale arrivò l’euro. I suoi clienti persero la percezione del valore delle scarpe. Cinquanta euro erano come cinquantamila lire.
In quel momento, facendosi trascinare dall’euforia, Vincenzo decise di fare quello che sognava da tempo. Aprirsi un negozio più grande. Acquistò un vecchio supermercato chiuso, in centro. Merce, mobili, attrezzò un ufficio, computer, fotocopiatrice.
Per i soldi nessun problema. La sua banca gli diede credito senza fine, a lui come a molti altri commercianti.
All’inaugurazione del negozio c’erano almeno centocinquanta persone. Fu una festa memorabile.
Poi il vento cambiò. I suoi clienti cominciarono a venirlo a trovare due volte l’anno invece di quattro. Poi una. Poi sparirono. Qualcuno lo aveva visto addirittura uscire dal negozio del cinese, quel negozio orribile, con quelle scarpe di plastica, che stava nel vecchio quartiere operaio.

Sonia passò l’auricolare al maresciallo, in maniera che potesse ascoltare le domande da studio.
“Buonasera maresciallo, sono Trame”.
“Buonasera direttore”.
“Chi erano le tre persone che si trovavano davanti al negozio?”


Chi erano quei tre? Peppe ne conosceva bene uno, che bazzicava la zona da circa un anno. Si chiamava Ivan ed era un ragazzo brillante, con una bella macchina, sempre ben vestito. Diceva di avere una finanziaria e di non aver problemi a prestare soldi. Vincenzo cominciava a non passarsela bene e quindi si fece imbambolare dalla chiacchiera di quel tipo.
Io avevo sempre avuto qualche sospetto, pensò Peppe.
Infatti, i primi cinquemila euro, anzi “euri”, come li chiamava Vincenzo, arrivarono in due ore.
Dopo un mese, Vincenzo chiamò Ivan, per restituire i soldi. Ivan chiese tremila euro in più del contratto. Vincenzo lo cacciò via a calci.
Dopo qualche giorno, il cane di Vincenzo morì improvvisamente e lui, sapendo che era vecchio, non se ne preoccupò. Quando trovò le gomme della sua Punto tutte e quattro squarciate, avvertì il maresciallo Gellini.
“Finchè non succede niente, non posso fare niente. Ti posso far passare più spesso la pattuglia sotto casa. Per adesso nulla di più”. Il maresciallo allargò le braccia, come a scusarsi della propria impotenza.
Fu così che la macchina prese fuoco, e non fu autocombustione, come appurò il perito dell’assicurazione. Poi prese fuoco il portone di casa.
Ma Vincenzo non riusciva lo stesso a ottenere protezione.
Quando il suo vecchio negozio prese fuoco, Ivan fu arrestato e trattenuto per accertamenti. Ma fu rilasciato la mattina dopo.
Peppe era terrorizzato. Vincenzo invece non se la prendeva più di tanto. Ogni volta che si parlava di questa cosa, lui sorrideva. “Li aspetto”, diceva. “Ogni volta che Ivan passa davanti al mio negozio lo sfido. Vieni a prendermi, verme. Prenditela con me, non con le mie cose.”
Così, quella sera, alle otto in punto, Ivan si presentò davanti al negozio e aspettò che Vincenzo chiudesse e si avviasse verso la macchina, per fermarlo.
Vincenzo sorrise. “Eccoti qua, verme. Sei venuto con i rinforzi?”
Poi arretrò, fino ad appoggiarsi con la schiena al muro vicino al negozio. Ivan sorrise ed estrasse il suo coltello, imitato dagli altri due.
Vincenzo si tolse la giacca e l’avvolse sul braccio destro.
“Va bene, vermi. Avanti. Se siete uomini, uno alla volta.
Se non lo siete, peggio per voi.”

Il maresciallo, sollecitato dal direttore, iniziò a snocciolare il suo resoconto.
“Delle tre persone trovate davanti al negozio, uno solo è stato identificato. Si tratta di Ivan Bocci, un usuraio con precedenti penali per reati finanziari. Per li altri sono in corso gli accertamenti di rito”.
“E come sono morti?”
“A tutti e tre è stato spezzato l’osso del collo, probabilmente durante la collutazione con il Ganelli.”
“Grazie, maresciallo. Sonia, abbiamo notizie dall’ospedale?”
“Direttore, mi è arrivato ora il bollettino medico. Ganelli è gravissimo. Ha diverse ferite da arma da taglio e ha perso molto sangue, ma è fuori pericolo.”
“Grazie Sonia. Se ci sono novità, puoi chiedere la linea quando vuoi.”
“Grazie direttore. Da Gavirago al Lambro per ora è tutto. Vi restituisco la linea.”

venerdì 14 marzo 2008

Racconto - A pranzo da mamma


Odio guidare la macchina più di ogni altra cosa. Odio la coda al semaforo e guardare le faccie sconvolte delle altre persone. Non sopporto quelli che ti vogliono lavare i vetri già puliti e che ti sbattono in faccia pezzi di cartone, con sopra situazioni familiari degne di uno show televisivo pomeridiano.
Mamma è stata telegrafica. “Vieni, ti aspettiamo. Ciao.”
Certo. Avrei potuto trovare una scusa qualsiasi. Lavoro, impegni. Ci sarebbe voluto un attimo. L’ho fatto già altre volte.
Invece stavolta eccomi qua. Ormai sono fuori città. C’è un po’ di autostrada da fare. Cerco qualcosa alla radio. Anche se so che non c’è niente di interessante per me, oggi.
Sono sulla provinciale. Si cominciano a scorgere le colline. Ancora pochi minuti e vedrò il boschetto.
Marco, ma ti ricordi il rifugio? Stava proprio qui, vicino casa tua. A parte te e me, nessuno sapeva di quelle quattro tavole, inchiodate su quell’albero. Ma quanto c’è voluto, per scovare tutto quello che serviva? Dei mesi, credo. I chiodi e il martello ricordo che li abbiamo rubati a tuo padre.
E la scala? Abbiamo passato non so più quanti pomeriggi a provare a farne una. Era un’impresa impossibile. Ma come si fa? Con la corda? E chi è capace? Poi tu hai detto ci penso io, so come si fa. Ma piantala. Vabbè. Proviamo.
La tua scala si è rotta dopo aver salito due pioli. Poi l’hai chiesto a tua mamma, zia Anna. E ci ha pensato lei. Una cosa incredibile! Aveva cucito con dello spago dei pezzi di vecchi manici di zappa a quelle due corde.
Quando calavamo quella meraviglia dal rifugio sembrava di scendere da un elicottero, come nei vecchi film quando cercano di salvare qualcuno da un’inondazione.
Non smettevamo più di salire e scendere. Per un paio di giorni non abbiamo fatto altro.
Il paese è vicino. Ecco il canale. La chiusa dove andavamo a pescare. Ma ti ricordi quanto eravamo scemi? Pescavamo e buttavamo via il pesce. Osservare quei poveri esseri a terra spalancare la bocca e le branchie a scatti era troppo per noi. Dei bimbi rantolanti. Nessuno di noi due ha mai resistito. Il pesce tornava a nuotare dopo pochi minuti.
Gli altri favoleggiavano di tonnellate di pesce pescato senza problema. E noi zitti.
Ma come poteva uscire tutto quel pesce da quel canaletto? E soprattutto, chi lo aveva mai visto? Probabilmente anche gli altri ributtavano i pesci presi in acqua. Eravamo tutti dei veri pescatori, insomma.
Ecco il paese. C’è già la folla davanti la chiesa.
E quanto mi sto sentendo triste, ora.
Eccoti, Marco. Scusa, ma per ora faccio finta di non esserci. Non sono ancora pronto. Da te vengo dopo, mi dico. Dammi un’attimo. Il tempo per salutare qualcun’altro.
Il prete si scaglia contro le moderne mistificazioni della morte. Come Halloween. La morte è ben altra cosa. E oggi non so dargli torto.
Non posso credere che zia Anna non ci sia più. Era la più giovane e la più bella di tutti, in quella famiglia. Se ne è andata in due mesi. Come faccio a trovare un senso a tutto ciò?
L’abbraccio di Marco è fortissimo. E io non so cosa dire. Le sue lacrime mi inondano il viso. Andiamo.
Mentre l’operaio del cimitero chiude il loculo, anche le persone più disinteressate alla cosa smettono di parlare. Il rumore della cazzuola che gratta e reimpasta il cemento rimbomba in quelle quattro mura, affollate di foto e fiori.
Ciao Marco, magari ci si ritrova qualche altra volta, magari in un momento migliore di questo.
Come se poi il tempo per vederci esistesse veramente. Magari per raccontarci ancora del rifugio e delle pescate nel canale.
E’ finita. Si va a pranzo da mamma.

Copyright Piero Mattei 2007

martedì 4 marzo 2008

Racconto - Tamò *


Stamattina il giro tocca al postino nuovo.
Prende la sua bici e dopo un’oretta si addentra a Vico S. Vitale. Non essendo stati ancora inventati i citofoni, per richiamare l’attenzione delle persone destinatarie della posta, alza il viso verso i balconi del primo piano e chiama.
“Laurìa! Posta!”
Una folla si affaccia a tutte le finestre del vicolo.
“Chi Laurìa cercate?”
“Giuseppe!”

Delusa, la maggior parte delle persone rientra in casa, tranne Giuseppe, che scende e apre il portone, per ritirare la posta.
Ogni volta la stessa storia. Vico Laurìa. Così si dovrebbe chiamare.
Davanti l’ingresso del vicolo la mattina è un viavai di venditori ambulanti, donne che vanno al mercato. Sotto gli occhi degli anziani seduti sulle loro sedie impagliate, a contare le persone, specialmente i forestieri.
Ogni tanto arriva pure qualche Ape. L’unico mezzo motorizzato del paese. Si affaccia al vicolo, accosta e si ferma, spegnendo il motore. Poi l’autista scende, prende il carico da dietro e lo porta a mano dove serve. Nessuno si addentra mai nel vicolo se non a piedi, come a non voler violare il suo silenzio e la sua quiete.
Un piccolo viandante curvo su un bastoncino di canna cammina lentamente. A passi piccolissimi, strisciando i piedi per terra. Come a voler misurare la lunghezza di quel budello di pietra viva tra due case affacciate l’una sull’altra, dove gli odori e i rumori si mischiano.
Porta una giacca marrone, sopra ad una camicia a quadri. Un paio di scarpe consunte, con i lacci ormai mozzicati dall’uso. Sotto alla coppola verde un viso roseo, con poca barba e degli occhi chiarissimi. Guarda per terra e misura tutti i passi. Uno dopo l’altro. E sorride.
Una donna anziana si affaccia ad una delle finestre in fondo al vicolo.
“Tamò! Tamò!”
Tamò non risponde. Si ferma e, senza alzare la testa, alza il bastone curvo verso il cielo, come ad indicare un punto immaginario nel cielo. E’ il suo modo per dire eccomi, arrivo, non serve strillarmi. Non ho fatto niente. Dammi tempo.
Altri tre passi. Poi Tamò si ferma e con il bastone scansa dalla strada le cartacce. Come fa sempre. Quella è la sua strada da più di cinquant’anni e anche se qualcuno ci passa pensando di poterla usare quando vuole e farci quello che crede, resta la sua. Il Sindaco, lo chiama qualcuno.
Tutti lo trattano con rispetto, Tamò. Nessuno lo dice, ma quando rotea il bastone, qualche volta succedono cose strane. Inspiegabili.
Una volta stava camminando nel vicolo e una macchina lo tampinava dietro dietro. Un po’ suonando e un po’ dando delle accellerate a vuoto cercava di spaventarlo, di farlo spostare. Tamò roteò il suo bastone e la macchina si fermò, lì in mezzo alla strada. Il proprietario scese e cercò di farla ripartire, senza successo. Non ci fu verso. Dovette arrivare il meccanico del paese e lavorarci per due ore. Una cosa mai vista, disse presentando il conto al malcapitato molestatore della quiete di Vico S. Vitale.
Chi aveva le finestre che si affacciavano su quel vicolo lo sapeva e non si azzardava a farlo arrabbiare. Sapeva a cosa andava incontro.
Una volta addirittura litigò con Tonino, che aveva l’alimentari dopo casa di Lucia, a metà del vicolo, forse per un debito non pagato. Il giorno dopo entrò in quell’alimentari e nel momento preciso in cui mise piede oltre la soglia tutta la luce e tutte le apparecchiature elettriche del locale si spensero.
Tonino andò per riaccendere la corrente dall’interruttore, pensando fosse saltato. Ma lo trovò attaccato.
Tutte le apparecchiature bruciate. Tutte le lampade anche.
Tutto successe quella mattina di Aprile. Arrivò un signore ben vestito, che attraversò tutto il vicolo a passo svelto. Giunse al portone di Teresa, la sorella di Tamò.
Bussò. Teresa aprì.
“Buongiorno Terè.”
“Buongiorno Nicolì. Trasite.”

Nicolino invece di entrare si appoggiò con la mano destra allo stipite della porta ed iniziò a respirare con affanno.
“Aspettate un poco, Terè. Stongo malamente.”
“Oh Gesummio, Nicolì! Concetta! Concè! Concè!”
Teresa uscì di corsa di casa e andò a bussare anche lei alla porta accanto.
“Che è? Si asciuta pazza, Terè?” Concetta si era affacciata dalla finestra accanto.
“Gesummio Concè! Nicolino sta malamente!”
“Uaneme, Nicolino! Che vi sentite?”

Il povero Nicolino si era quasi seduto per terra e aveva chiuso gli occhi, sperando che quel malore, come era arrivato, se ne andasse. Inutile dire che Vico S. Vitale si trasformò in pochi secondi in un formicaio. Chi porgeva un bicchiere d’acqua, chi strillava, chi provava a farlo camminare.
Tamò, nel frattempo proseguiva, per la verità senza troppi patemi d’animo, verso la fine del vicolo. Con il suo passo da maratoneta, a mano a mano si avvicinava a quel rumoroso crocchio. E cominciava a volgere lo sguardo verso Nicolino.
“Nicolino sta malamente! Gesummio!” urlò disperatamente Teresa, rivolgendosi a Tamò, che finalmente giunse nei pressi del malcapitato.
Si fermò. Si tolse la coppola e la fece cadere a terra, scoprendo il capo completamente calvo. Chiuse gli occhi e sorrise.
Poi alzò il suo bastone e lo roteò per aria. A quel gesto, tutti si ritrassero, temendo un cataclisma di dimensioni bibilche.
Invece Tamò abbassò il bastone e lo posò sulla pancia di Nicolino, per qualche secondo.
Il malato smise di respirare per qualche secondo, sgranando gli occhi.
“Gesummio! Nicoli’. L’hai acciso!”
Mentre tutti ricominciavano a strillare, più forte di prima verso Tamò, Nicolino cominciò a tossire.
Tutti si girarono nuovamente verso Nicolino, che aveva ripreso colore e si guardava intorno, probabilmente chiedendosi il motivo di tutto quel mercato.
“Tamò. Maronna ‘ro carmene. Ma che tenete? A bacchetta maggica?” chiese Giuseppe, mentre Teresa Gesummio aiutava il malato a rialzarsi.
Tamò sorrise. Sembrava volesse dire qualcosa. Invece infilzò la sua coppola con il bastone e se la rimise. Poi entrò nell’uscio.
“Ciao Tamò”.
Luigino passò lì vicino con la bici, veloce. E’ un bravo ragazzino, Luigino. Quando passa vicino a Tonino lo saluta sempre. Da quella volta che stava su un motorino assieme ad un suo amico e gli passò a fianco, urlandogli contro.
Tamò roteò il bastone e il motorino si spense. Per sempre.

* finalista al Premio Letterario Nemo 2008


Copyright Piero Mattei 2007

domenica 10 febbraio 2008

Racconto - Limone e cioccolato *


Quanto ci vuole per percorrere cento metri?
La figlia di Giacinto abita a pochi isolati di distanza da lui. Eppure, cento metri tra la casa di un anziano solo e quella di sua figlia possono diventare dieci chilometri. Una famiglia di quattro persone ti mangia tutto il tempo possibile. Si sa come vanno queste cose. Alla fine, non ci si vede mai.
Quando poi arriva l’estate e sua figlia parte con tutta la famiglia per le vacanze Giacinto smette anche di dormire. La sua solitudine si dilata. Giornate caldissime e notti afose.
La sua Clara ormai da dieci anni è in viaggio. Giacinto la immagina così Clara. In viaggio, in giro per il mondo, a vedere quei posti che le sarebbe sempre piaciuto vedere ma che non ha mai potuto vedere. In Egitto, sotto le piramidi. Oppure a Parigi, seduta sul prato sotto la Torre Eiffel. Beata lei. Sempre in viaggio.
Giacinto ha deciso di non uscire di casa per tutto il giorno, almeno per quelle tre settimane nelle quali Antonella è in vacanza. Esce solo il pomeriggio tardi, quando l’asfalto rimanda solo un tenue calore e c’è quel bel venticello che ti rinfresca la faccia. Va al centro commerciale. Un posto bellissimo, dove c’è un gran bel fresco e c’è tanta gente allegra, tanti ragazzi abbronzati che scherzano e ridono. Lì c’è una bella panchina verde, vicino ad un’aiuola finta. A parte Giacinto e qualche suo coetaneo, le panchine non le usa più nessuno. Tanto che i gestori di un fast-food, che si trova davanti alle panchine, hanno pensato bene di occuparne mezza con la statua di un pupazzo giallo e rosso, gli stessi colori dell’insegna. Il pupazzo siede mollemente sulla panchina, con il sorriso ebete e la mano sinistra allungata sulla spalliera, come ad aspettare qualcuno che si sieda a fianco e che condivida la fatica di sembrare felice tutto il giorno e tutta la notte.
Qualche volta Giacinto si siede a fianco al pupazzo, per sentire l’illusione che quella statua voglia cingergli le spalle e avvicinare il suo viso al suo, per raccontagli qualcosa di inconfessabile, come fanno gli amici. Anche solo per commentare qualche minigonna un po’ troppo corta.
Alle sei e mezza, puntuale, Giacinto va al chioschetto dei gelati e si prende un cono al limone. A lui piacerebbe limone e cioccolato, ma ha smesso di prendere i due gusti insieme quando due ragazzi seduti ad un tavolo vicino, per farsi notare da due ragazze che li guardavano, l’avevano apostrofato brutalmente.
“Vecchio rimbambito! Che fai? Limone e cioccolato? Che schifo!”
Anche se il gestore del chiosco l’aveva mandati via a male parole, Giacinto aveva deciso che da quel momento in poi l’accostamento lo avrebbe fatto comunque, ma a modo suo. Un giorno limone, l’altro cioccolato.
Dopo aver letto il quotidiano che il padrone del chiosco dei gelati conserva per lui fino alla sera, Giacinto si avvia verso casa. Alle otto c’è il telegiornale e quello è un appuntamento al quale non sarebbe mancato per nulla al mondo. Una volta, prima del telegiornale davano le previsioni del tempo. Ora non più. Come se a nessuno interessasse più sapere che tempo fa il giorno dopo. A pensarci bene, cosa volete che interessi a chi si deve comunque alzare per portare i figli a scuola e andare a lavorare di corsa se piove o no?
Giacinto si prepara la sua cena. Un po’ di brodo, una scatoletta, un po’ di frutta. Le sue finanze non gli consentono di riempirsi lo stomaco come vorrebbe. Cosi’ qualche sera si fa un po’ di brodo in più, per zittire quel brontolio fastidioso.
Un sonnellino sulla poltrona. Poi, verso le undici, comincia la lunga attesa del mattino. Giacinto ha imparato a riconoscere tutti i rumori della notte. Il rumore della macchina del figlio di Assunta, che torna la notte con lo stereo altissimo e lo spegne prima di imboccare la via che lo porta a casa, nell’appartamento sotto al suo. Il rumore del treno, che si sente in lontananza passare, verso le tre. Infine il fracasso infernale del camion della spazzatura, che annuncia la fine della notte, verso le sei di mattina.
Giacinto la notte la passa sulla sua poltrona. Ogni tanto fa un sonnellino, di qualche minuto. Il resto del tempo lo passa guardando un po’ la televisione e leggendo. Soprattutto leggendo. E’ un divoratore di libri, giornali, riviste. Qualsiasi manufatto in carta contenente delle parole scritte lo incuriosisce e lo attira verso la scoperta e la lettura. Libri ne ha tantissimi e li ha letti tutti. Ogni tanto qualcuno gliene regala uno e lo rende l’uomo più felice del mondo. Adora i libri di fantascienza.
Ma quello che si ritrova a leggere più spesso sono le riviste usate, che gli altri inquilini del palazzo, ben conoscendo le sue abitudini, gli regalano a pacchi.
Cosi’ il suo salotto è diventato una specie di edicola di riviste usate, che lui ordina per data, meticolosamente. Una volta lette e rilette, le impacchetta per bene e le porta alla raccolta della carta.
Sonia è la sua vicina di casa. Abita sul suo stesso pianerottolo. Una donna russa, sulla sessantina. Fa la badante ad una donna immobilizzata. Esce tutte i pomeriggi verso le cinque e torna la mattina, appena dopo il camion della spazzatura. E’ una donna grande e grossa. Di una bellezza di quelle di una volta. Si vede che nella vita non ha mai fatto diete, né ginnastica.
Una donna sana, come erano sane le donne della sua infanzia e come era sana la sua Clara.
Un sorriso cortese e dei modi spicci. Poi, quell’italiano stentato, quel dare del tu a tutti, che la rende ancora più particolare.
Giacinto, tutti i giorni alle cinque e tutte le mattine alle sei si affaccia alla finestra della cucina e guarda in strada, per vederla.
Lei, che ormai lo sa, alza gli occhi verdi verso la finestra. E attende il suo immutabile “Buongiorno Sonia” o “Buon lavoro, Sonia”.
Certo, lei invece aveva tutta un’altra mentalità. E’ capitato qualche volta che Giacinto sia andato di malincuore a bussare alla sua porta. Una volta, ad esempio, era rimasto senza riviste. Conoscendo le abitudini di Sonia, ha aspettato pazientemente che arrivasse mezzogiorno per bussare alla sua porta.
Lei gli ha aperto ed era in camicia da notte.
“Giacinto! Come stai? Che succede?”
Giacinto snocciolò d’un fiato la frase che si era preparato dalla mattina.
“Buongiorno Sonia. La prego di scusarmi se la disturbo a quest’ora. Volevo chiederle, se per lei non è troppo disturbo, se per caso aveva delle vecchie riviste che non le servono più. Sa, io la notte la passo a leggere e…”
“Si che ce l’ho. Vieni dentro, siediti. Te le prendo.” fece lei, facendosi da parte sulla porta per farlo entrare.
“Grazie. Lei è molto gentile, come sempre. Preferirei rimanere qui sulla porta, se non le dispiace.”
“Ma vieni dentro, Giacinto! Che fai su porta?”
“La prego, non voglio crearle disturbo. Aspetto qui.”

Figuriamoci! Entrare in casa di una donna sola. Per di più in camicia da notte! Che avrebbero pensato i vicini?
Poi lui era comunque un uomo sposato. O almeno, si riteneva ancora tale. Perché Clara era in viaggio e prima o poi sarebbe tornata. E come le avrebbe potuto spiegare che aveva bussato a mezzogiorno a casa di Sonia? E che lei gli aveva aperto in camicia da notte? E che lui, con la scusa delle riviste, era entrato in casa sua? Clara gli avrebbe mai creduto?
Quella mattina, successe che Sonia, rientrando, non vide Giacinto alla finestra, per la prima volta dopo mesi e mesi. Le ritornò in mente che tempo addietro si era sentito male, per uno sbalzo di pressione.
Non perse tempo e salì di corsa le scale. Bussò alla sua porta.
Giacinto le aprì. Aveva una faccia cerulea e un soffio di voce. Parlava a tratti e faticava a respirare.
“Buongiorno Sonia. Mi scusi se non l’ho salutata prima… ma non mi sento molto bene oggi… sono rimasto in poltrona… non ce la faccio neanche a stare in piedi.”
Lei non perse tempo.
“Giacinto, mettiti seduto che ti misuro pressione” e mentre gli diceva cosi’ gli prese le mani e lo fece sedere sulla poltrona. Poi estrasse rapidamente l’apparecchio per misurare la pressione dalla borsa.
Che mani calde, aveva Sonia. A Giacinto le vennero in mente le mani di Clara.
“Settanta-novanta” disse Sonia, togliendosi lo stetoscopio.
“Prendi medicine per pressione?” chiese preoccupata.
“No… il dottore mi ha detto che non mi servono ancora…”
Giacinto fece una pausa più lunga e riprese fiato.
“Le posso chiedere una cortesia, lei che è così gentile… mi dà una mano ad alzarmi… mi preparo un caffè ben zuccherato e mi sentirò meglio… ”
“Ma cosa ti prepari caffè!” lo rimproverò Sonia. “Io ti preparo caffè! Tu stai su poltona e non ti muovere!”
Giacinto, un po’ perché era parecchio tempo che non veniva rimproverato da qualcuno, un po’ perché non sapeva che cosa dire, se ne stette zitto e buono.
Dopo qualche minuto e una bella dose di caffeina e zucchero, aveva ripreso la voce ed il colore.
“Sonia, non so come ringraziarla. Mi scusi ancora se le ho fatto perdere tutto questo tempo. So che lei è stanca e deve riposare. Mi scusi ancora”
“Ma stai scherzando? Stai bene adesso? Sicuro?”
“Si. Sto bene adesso.”
“Dopo torno a vedere se stai bene.”

Fu così che quella mattina, rivide Sonia per ben due volte. E lei tutte e due le volte rimase a chiacchierare con lui per qualche minuto, per vedere che effettivamente stesse bene e non si nascondesse dietro alla sua timidezza e alla sua gentilezza.
Giacinto riprese il suo ritmo normale e la sua routine giornaliera.
Qualche giorno dopo, a mezzogiorno in punto, bussò alla porta di Sonia.
“Giacinto! Stai bene? Tutto a posto?”
“Buongiorno Sonia. Sto benissimo, grazie.”
“Ti serve qualcosa?”

Giacinto prese fiato e disse tutto quello che doveva dire a raffica. E se qualche vicino avesse sentito, pazienza.
“Sonia, io sono in debito con lei. Sarei molto felice di poterla invitare a pranzo. Oggi.”
Sonia rimase qualche secondo in silenzio, cercando di metabolizzare rapidamente quello che aveva appena sentito.
“Giacinto! Ma… certo. Certo. Vengo a pranzo a casa tua!” disse alla fine sorridendo. “Dammi solo qualche minuto e vengo da te.”
Giacinto tornò a casa sua e dopo venti, interminabili, eterni, stramaledetti minuti, sentì bussare.
Giacinto non dovette precipitarsi. Era già in piedi dietro alla porta. Aprì.
Un bel vestito celeste. Un paio di orecchini vistosi, che incorniciavano il viso bianco e rosso. Le labbra lucide di un rossetto appariscente rimandavano un sorriso da togliere il fiato. Giacinto la riconobbe solo dopo qualche secondo.
Clara era in viaggio. Quando sarebbe tornata, lo avrebbe perdonato.
“Posso entrare?”
“Si. Si. Certo!”
fece Giacinto, imbarazzato.
Nel soggiorno, il tavolo era apparecchiato in modo impeccabile. Non c’era neanche una rivista in giro.
“Si accomodi, la prego.” disse lui, indicandole la sua poltrona. “La pasta è quasi cotta”
Lei si sedette e lui sparì in cucina. Dopo un minuto, riemerse con aria soddisfatta e andò verso di lei.
“Sonia, mi perdonerà. Non vorrei sembrarle sfacciato. Mi sono permesso…”
Giacinto porse un bel mazzo di fiori di campo a Sonia, che ringraziò imbarazzata.
“Anche io ho qualcosa” disse lei, infilando le mani nella borsa.
Estrasse una piccola busta bianca e la diede a Giacinto.
La faccia di Giacinto passò dal bianco, al rosa, al rosso in pochi secondi.
“Grazie. Santo cielo! Grazie, non si doveva disturbare! Lei è troppo gentile!”
L’imbarazzo lasciò presto il posto alla curiosità.
“Posso aprire?”
“Però mi prometti una cosa”
rispose lei, con aria di sfida.
“Che cosa?”
“Basta dare lei. Lei. Lei. Sonia e basta.”
“Va bene. Sonia e basta.”

Giacinto sorrise ed estrasse un pacchettino dalla busta bianca. Una piccola confezione di gelato sciolto.
Due gusti. Limone e cioccolato.

Copyright Piero Mattei 2007


* Racconto del mese di marzo 2008 su "Penna d'oca"

mercoledì 14 novembre 2007

Racconto - La luce *


Noooo! Perchè proprio ora? Proprio ora che stavo sognando il mare! Non mi succedeva da tanto tempo!

Ciao” mi sussurra Maria, finendo di alzare la serranda.
Io chiudo le palpebre, cercando di far abituare gradualmente i miei occhi alla luce. Quando li riapro guardo fuori dalla finestra. C’è un buon odore di caffè. Ne berrei volentieri un po’.
E’ una giornata splendida. Proprio come me la immaginavo, come avrei voluto che fosse.

Claudio, Tonino sta salendo”. Maria mi regala un altro dei suoi sorrisi, stropicciandosi gli occhi. La guardo e cerco di ricambiare. Le poche rughe che il tempo è riuscito a disegnarle sulla fronte non fanno altro che aggiungere fascino a quel viso dolcissimo. Ti amo Maria. Non credo di avertelo mai detto abbastanza. Se potessi, te lo direi ancora oggi. E domani.

Ciao Claudio”, fa Tonino, sorridendomi. L’ho conosciuto al liceo e siamo rimasti amici da allora. Ne abbiamo fatte tante, assieme. Abbiamo preso strade diverse, io sono andato a fare l’insegnante, lui il medico. Ma come fai, gli dicevo. Ma che razza di mestiere ti sei scelto? Il dottore? Ma non ti stuferai di sentire persone sofferenti? Ma soprattutto gente sanissima che dovrai convincere di non essere ammalata? Ma quando ti diverti? Vieni assieme a me! Facciamo gli insegnanti, vuoi mettere? Tutti i giorni assieme a tanti ragazzi pieni di vita. La loro energia che ti spinge a tutta velocità in avanti, verso il futuro.
Ma lui niente. Questa è una missione, mi diceva. Questo mestiere non si fa per sé stessi. Si fa per gli altri. Voglio fare il missionario.
Vabbè. Contento tu. Cosi’ abbiamo continuato a litigare negli anni su chi fosse più contento del proprio lavoro. Io ero contento dei miei ragazzi. Ma il tuo entusiasmo per il mestiere di medico era traboccante. Un entusiasmo contagioso.

Nonostante anche io facessi un lavoro a servizio degli altri, cominciavo a sentirmi un po’ egoista, rispetto a te. Capivo che avrei potuto fare di più, ma non sapevo come.
Cosi’ me lo hai suggerito tu. Se vuoi puoi fare volontariato. E’ una cosa bellissima e gratificante. Lo fai solo per gli altri. E cosi’ ho fatto. Sono stati anni faticosi, ma non me ne pento. Ho conosciuto tanta gente che mi ha voluto bene. Sicuramente io non ho saputo dimostrare altrettanto affetto verso di loro.

E poi ho conosciuto Maria, la mia Maria, che faceva la volontaria come me. E’ come se il destino avesse voluto ripagarmi del mio impegno, facendomela incontrare. E la vita ha finalmente cominciato ad avere un senso anche per me. Venticinque anni insieme e due figli. Ne abbiamo fatta di strada.

Mentre sono immerso nei miei ricordi, Tonino ha apparecchiato silenziosamente i suoi attrezzi sul tavolinetto vicino al letto, sotto lo sguardo attento di Maria. Si stanno dicendo un sacco di cose sottovoce. Chissà cosa si stanno dicendo. Devo dire che in fondo non me ne importa nulla. So quello che devo sapere e questo mi basta.
Maria non distoglie lo sguardo dalle mani sapienti di Tonino, che lavorano lentamente.
Dopo qualche minuto, Tonino viene verso di me, con il viso teso, come non lo ho mai visto.

Io sono pronto. E tu?
Io sbatto le palpebre, in segno di assenso.

Maria fa il giro del letto e mi dà un lungo bacio sulla fronte. Le sue lacrime scendono dolcemente dal suo viso al mio.
Poi si siede, sorridendo e asciugandosi con le dita.

Claudio, ora chiudi gli occhi. Riposati.” – mi sussurra Tonino.
Obbedisco e chiudo gli occhi. Ma è come se vedessi tutto quello che succede intorno a me. Tonino prende la siringa e la infila nel tubo della flebo. Preme dolcemente lo stantuffo, fino in fondo.

Ancora sento il calore del sole sulle mani, strette in quelle di Maria.
Mi sento la testa leggera, leggera. La luce aumenta.

I singhiozzi di Maria arrivano ad ondate nella mia testa. Vorrei restare qui con te Maria.

Il tuo pianto mi devasta. Come non mi era mai successo prima.

Le onde si allontanano.

Sempre più lontano.

Lontano.

Lontano.

Lontano.

Eccolo.
Il mare.

* in concorso al Premio Letterario Panchina 2008

Copyright Piero Mattei 2007

martedì 16 ottobre 2007

Racconto - Nonno Maurizio ed il juke-box


Nonno Maurizio sta seduto nel suo scantinato in collina. In estate è l’unico posto dove un povero vecchio come lui riesce a sfuggire al caldo. Se ne sta spesso da solo, Maurizio. Le sue storie e i suoi ricordi ormai non interessano più a nessuno. Chi non mi vuole non mi merita, pensa. Solo un essere vivente ogni tanto scende a trovare Nonno Maurizio. Il nipote Gianmaria, un bimbetto di sei anni.
Gianmaria. Ogni volta che lo chiamava, Nonno Maurizio non poteva fare a meno di chiedersi che razza di nome aveva questo bambino. E come lui, tanti altri bambini avevano nomi altrettanto bizzarri.
Ma quei nomi semplici di una volta, Tommaso, Gianni, Marco, non li usa più nessuno?
Quel pomeriggio, Gianmaria sta giocando con uno di quegli aggeggi elettronici. Suoni, musichette sintetiche, rumori di pulsanti di plastica che si muovono continuamente.
L’arsura si fa sentire e Nonno Maurizio beve pigramente un sorso d’acqua. Poi chiude gli occhi, per goderne il fresco scorrere fino allo stomaco.
Dopo aver posato il bicchiere, Nonno Maurizio guarda in alto, sull’armadio dello scantinato, dove ci sono delle cose dimenticate da tempo. Il suo occhio si posa su uno di quegli attrezzi che usava anche lui quando andava al mare da bambino. Un secchiello verde. A fianco c’è una paletta dello stesso colore. Che strano. Ora che ci pensa, Maurizio non riesce più a ricordare da quando non vede più un bimbo giocare con paletta e secchiello.
A fatica, si alza dalla sedia e, a piccoli passi, si avvicina all’armadio. Prende il secchiello e istintivamente ne guarda il contenuto.
Con sua grande sorpresa, scorge sul fondo della sabbia. Lo avvicina al viso e fa un respiro profondo, per sentire l’odore del mare. Ma nel secchiello quell’odore non esiste più da tempo, anche se a lui pare di sentirlo.
“Cos’è quello, nonno?”
Gianmaria guarda Nonno Maurizio con gli occhi pieni di curiosità. Poi si alza e si avvicina.
“Lo senti?” fa Nonno Maurizio a Gianmaria, avvicinando il secchiello al viso del bambino. “Lo senti l’odore del mare?”
Gianmaria inspira l’aria. Poi fa spallucce. “Io non sento proprio niente, nonno” e guarda il nonno con aria interrogativa.
Già. Non si sente nessun odore. Nonno Maurizio dovette ammetterlo anche a sé stesso.
“E poi il mare puzza, non odora”. Gianmaria chiude il discorso, risedendosi a giocare con il suo odioso congegno in mano.
Anche Maurizio si risiede. Come un cercatore d’oro, gira e rigira quel secchiello in mano, facendo scorrere quel milligrammo di sabbia sul fondo tondeggiante. Poi ne prende un pizzico tra il pollice e l’indice e rotea i polpastrelli, per sentirne le consistenza. Quella sabbia l’avrebbe riconosciuta anche senza vederla, solo a sentirne lo scorrere leggero tra le dita. Sicuramente quella era la sabbia della spiaggia di Sabaudia.
Su quella spiaggia, Maurizio ci era sempre andato. Quando era piccolo, assieme al fratello, al papà e alla mamma. Di quella sabbia ne aveva vista tanta.
Giocare con quella sabbia era la cosa più bella che un bambino avesse potuto desiderare. E l’estate, su quella spiaggia spesso c’era anche papà. Le buche fino a trovare l’acqua, che papà faceva cosi’ profonde che Maurizio c’entrava in piedi. E i castelli, che il mare si divertiva a spianare appena finiti.
Gli anni erano passati, scanditi dai ricordi legati a quella spiaggia, anno dopo anno. Fino all’estate più bella della sua vita.
Quella scintillante estate del millenovecentoottanta. Un'estate dalle giornate infinite, iniziate tardi, con un ciao mamma vado al mare. La bicicletta da donna e l'asciugamano sulla sella.
Al chioschetto del campeggio, c’era un juke-box. Appena arrivati, prima di scendere in spiaggia, Maurizio ed i suoi amici compivano il rito propiziatorio del primo disco della giornata. Quando la scelta toccava a Maurizio, la giornata iniziava sempre con la maestosa voce di Sting, che raccontava di un messaggio in bottiglia. Ci sarebbe potuta essere una scelta migliore?
La spiaggia di Sabaudia. Diciotto chilometri di sabbia, a destra il mare e a sinistra il lago. In fondo un enorme promontorio color smeraldo che piomba su mare, spiaggia e lago. Il Circeo. Una cosa sconvolgente. E' come se qualcuno avesse deciso di piazzare un enorme masso, qualcosa di completamente estraneo al paesaggio, per farlo contemplare dalla battigia.
Gli asciugamani a disegnare due porte: a quanto arriviamo? a dieci? Va bene. Poi, a dieci, qualcuno immancabilmente urlava "Recupero! Recupero!". Poi Tommaso prendeva un secchio e cominciava a fare gavettoni.
Un gelato all'ombra per finire la giornata. E il martellante attacco di batteria di "My sharona" cominciava a far dondolare le teste.
"Qualche volta andiamo a Punta Rossa in bici?", chiedeva sempre Maurizio, guardando il Circeo. "Ma sei matto? E chi ce la fa?" era il coro di risposta.
Prima che tutti inforcassero le bici per tornare a casa, l’ultimo disco della giornata spesso era la canzone logica dei Supertramp, cantata in quel modo inarrivabile. "Oh ragazzi, ci facciamo una doccia e ci vediamo alla base dopo cena".
Che serate. Senza una lira.
"Forza, svuotate le tasche, che servono le sigarette!"
"No, passa dritto qua, non ho niente."
"Ma dai, sei sempre il solito pidocchio."
Alla fine, non si sa come, Gianni riusciva a comprare le sigarette. "Queste sono per dopo!". Peccato che venti sigarette, erano due giri. Ma c'erano le bici, e il dopo era il campeggio.
Ma quanto erano belle, le ragazze di Roma? Simpatiche e spontanee. E poi parlavano, parlavano, ridevano. Non ti saresti mai stancato di stare con loro. E ce ne era una che solo il nome già ti stendeva. Il giorno che l’ha conosciuta Maurizio l'ha guardata e ha sentito quegli occhi verdi penetrarlo da parte a parte.
"Ciao, io sono Elena".
Ha fatto un passo indietro, Maurizio, per non essere sopraffatto da tanta bellezza. Non aveva mai conosciuto una ragazza con un nome così bello e austero. Elena.
Gli altri dicevano che quella Elena era un po’ svitata, che parlava sempre di libri, che raccontava di strane storie sul mare e sull’amore. “Mamma mia, che palle” sentenziava Gianni.
Solo Maurizio aveva capito che quegli occhi verdi aspettavano solo qualcuno da guardare e quelle storie cercavano solo qualcuno che le ascoltasse.
Passava delle ore a parlare con lei e non importava cosa dicesse, l'importante era che lo guardasse negli occhi. Lui era uno studentello di un istituto tecnico, mentre lei studiava lettere antiche all'università. Tommaso si divertiva a chiamarlo continuamente, cercando di allontanarlo da lei: “Maurizio, facciamoci una partita a biliardino!” “Dai Maurizio, che c’è una che ti vuole conoscere!”
Ma lui niente. Non avrebbe mollato Elena neanche se lo avessero portato via di forza.
"Si chiude!!! Fuori gli estranei!!"
“Le undici e mezza! Già?” Maurizio ogni sera, sgranava gli occhi e faceva sempre la stessa domanda ad Elena, che si faceva una risata di cuore, come solo lei sapeva fare.
Poi, con la sua mano piccola e affusolata, lei gli dava una carezza sui capelli ricci.
Peppino, il custode del campeggio era inflessibile. Tutti fuori. "Ciao Elena a domani." E lei gli dava la buonanotte con un bacio sulla guancia. Dopo quello sarebbe potuto arrivare a Rimini, con la sua bici da donna.
Ma bastava arrivare alla base. E’ presto, che si fa? "Facciamo una partitella!" E si facevano le due, le tre. Un profumo di pane e di pizza cominciava ad uscire dal forno di Cesare. "Dai Cesare, facci un testo di pizza, dai, Cesare, dai…". Cesare li adorava, era come se fossero figli suoi, lui non ne aveva. E che cosa era quella pizza alle tre e mezza del mattino, con quella fame.
Maurizio aveva quindici anni. Ogni sera alle dieci precise andava al chioschetto del campeggio assieme ad Elena ed infilava cinquanta lire nel juke-box. Come il comandante di una flotta immaginaria impegnata in una battaglia navale, Maurizio guardava la sua bella negli occhi e dettava le coordinate per colpire.
K…6!
"E guardo il mondo da un oblo'...".
A Maurizio piaceva Gianni Togni. Anche ad Elena, colpita al cuore e affondata ogni sera da quei versi. Nella ruota del juke-box c'erano tanti dischi, ma quella canzone sarebbe rimasta nella sua memoria a ricordare quei mesi bellissimi e spensierati.
Una lacrima trascina via la vista di quel piccolo pezzo di spiaggia. Prima che un singhiozzo gli tolga il respiro, Nonno Maurizio si alza e va alla finestra, per non farsi vedere.
Sereno. E’ ormai la quarta estate che non piove. Le colline sono tutte riarse dal sole e dagli incendi. Ogni primavera, un nuovo residence prende il posto di un prato, o di un bosco.
È pomeriggio e si è alzata la solita brezza. Dal fondo della valle arriva un odore forte, di pesce marcio. La puzza di mare, come la chiama Gianmaria.
Oltre le colline, il promontorio del Circeo si vede appena. Una piccola isola. La spiaggia è stata ingoiata dal mare quattro anni fa, così tutti i campeggi ed i paesi della costa. Gli abitanti si sono rifugiati in collina.
Il mare fa paura, ora.
“Perché piangi, nonno?”
“Hai ragione tu Gianmaria”, dice Nonno Maurizio tra le lacrime.
“Il mare puzza. Ora.”
Nonno Maurizio si risiede. Ma di staccare lo sguardo dalla finestra non se ne parla. Chissà dove sarà ora Tommaso, che faceva i gavettoni. E dove sarà Gianni, che si inventava i soldi per le sigarette.
Ed Elena? Dove sarà ora Elena?
Il comandante Maurizio chiude gli occhi. Infila cinquanta lire nel juke-box della sua memoria.
Poi riarma la sua flotta immaginaria.
Per colpire ancora.
Per provare a suonare ancora quella canzone di un milione di anni fa.
K…6!
Bel colpo, comandante.
“E guardo il mondo da un oblò…”


Copyright Piero Mattei 2007


Luna-Gianni Togni



Police - Message in a bottle



The Knack - My Sharona



Supertramp - The logical song

domenica 14 ottobre 2007

Racconto - Il mare puzza


Nonno Maurizio beve lentamente un sorso d’acqua e poi chiude gli occhi, per goderne il fresco scorrere fino allo stomaco.
Gianmaria gioca con uno di quegli aggeggi. Suoni, rumori di pulsanti che si muovono continuamente. Gianmaria. Ma che razza di nomi danno a questi bambini…
In alto, sull’armadio dello scantinato, Maurizio tiene i suoi ricordi più cari. C’è ancora uno di quegli attrezzi che usava lui quando andava al mare da bambino. Un secchiello verde. A fianco, una paletta dello stesso colore.
A fatica, si alza dalla sedia e, a piccoli passi si avvicina all’armadio. Nel secchiello c’e ancora della sabbia. Lo avvicina al viso e fa un respiro profondo. L’odore del mare non c’è più, ma a lui sembra ancora di sentirlo.
“Cos’è quello, nonno?”
Gianmaria guarda Nonno Maurizio con gli occhi pieni di curiosità. Poi si alza e si avvicina.
“Lo senti?” fa Nonno Maurizio a Gianmaria, avvicinando il secchiello al viso del bambino. “Lo senti l’odore del mare?”
Gianmaria inspira l’aria. Poi fa spallucce. “Io non sento proprio niente, nonno” e guarda il nonno con aria interrogativa.
Già. Non si sente nessun odore. Il nonno dovette ammetterlo anche a sé stesso.
“E poi il mare puzza, non odora”. Gianmaria chiude il discorso, risedendosi a giocare con il suo odioso congegno in mano.
Anche Maurizio si risiede. Come un cercatore d’oro, gira e rigira quel secchiello in mano, facendo scorrere quel milligrammo di sabbia sul fondo tondeggiante. E tornano nella sua mente le giornate passate sulla spiaggia, a fare buche e castelli, a sporcarsi di sabbia per poi potersi fare il bagno.
E poi giornate infinite, passate su una spiaggia ascoltando un juke-box. Ed Elena, che studiava lettere antiche.
Una lacrima distorce la vista di quel piccolo pezzo di spiaggia. Si alza e va alla finestra, per non farsi vedere.
Sereno. E’ ormai la quarta estate che non piove. Le colline sono tutte riarse dal sole e dagli incendi. Ogni primavera, un nuovo residence prende il posto di un prato, o di un bosco.
Maurizio apre la finestra. È pomeriggio e si è alzata la solita brezza. Dal fondo della valle arriva un odore forte, di pesce marcio. La puzza di mare, come la chiama Gianmaria.
Allunga lo sguardo oltre le colline. Il promontorio del Circeo si vede appena. La spiaggia è stata ingoiata dal mare quattro anni prima, così tutti i campeggi ed i paesi della costa. Gli abitanti si sono rifugiati in collina.
Il mare fa paura, ora.
“Perché piangi, nonno?”
“Hai ragione tu Gianmaria”, dice Maurizio tra le lacrime.
“Il mare puzza. Ora.”
Maurizio si risiede. Ma di staccare lo sguardo dalla finestra non se ne parla. E gli pare di risentire una canzone di un milione di anni prima, suonata da un juke-box.
“E guardo il mondo da un oblò…”

lunedì 8 ottobre 2007

Racconto - Fuoco incrociato


Un coltello. Una pistola a canna corta con tre colpi.
Questo è quello che resta a Mike. Nient’altro. Pensare. Bisogna pensare. La via d’uscita esiste. Ma esiste?
Mike si guarda intorno. Il capannone abbandonato è enorme, piano di carcasse arrugginite. Dai finestroni in alto non filtra nessuna luce. Oramai sono quattro giorni che scappa. La fame ed il freddo cominciano a farsi sentire. La sua ora di vantaggio è quasi finita. Tra poco saranno qui. Loro vanno a caccia sempre in due. E’ più sicuro. Se uno non ce la dovesse fare, ci pensa l’altro a finire il lavoro.
Si tocca il fianco. Ha una ferita da taglio, non profonda. E’ seduto in un angolo scuro del capannone, da dove riesce a tenere sotto controllo tutti gli ingressi. Improvvisamente, un fascio di luce filtra dai vetri dei finestroni. “Andiamo a dare un’occhiata”, si sente una voce dall’esterno. I passi si fanno sempre più vicini. Un calcio spalanca una delle porte del capannone. Due torce si fanno largo nel buio fitto.
Mike trattiene il respiro.
“C’è qualcosa qui.”
“Cosa?”
“Un giubbotto insanguinato.”
Le due torce si avvicinano e dirigono la luce nella stessa direzione. “Si, è il suo. E ha anche una bella ferita”, dice uno dei due.
Nel frattempo, Mike si è trascinato nel punto dal quale può vedere la scena. Non ha molto tempo. E’ un buon tiratore, ma al buio ha poche possibilità di colpirli entrambi. Decide di aspettare. Si arrampica su una carcassa e si accovaccia.
“Mike, vieni fuori. Il gioco è finito. Hai perso.”
Si, ho perso? Venite a prendermi, pensa.
“Ah, non ne hai abbastanza? Non ti preoccupare. Ti troviamo e ti facciamo la festa!”
Le due luci si separano. Per un attimo Mike le perde di vista entrambi. Poi sente i passi lenti degli anfibi sul cemento. Abbassa la testa più che può. Vede la luce camminare per terra. Vieni bello, vieni.
La luce si alza di scatto verso di lui. Una frazione di secondo. Il cacciatore si accascia senza un lamento. La torcia cade per terra, con un tonfo sordo. Mike ritira il coltello, annusando il sangue sulla lama.
Il secondo cacciatore cambia strada e torna sui suoi passi, sparando all’impazzata verso Mike e costringendolo a scappare verso l’altro lato del capannone. Una porta, un calcio e Mike è fuori, inseguito dalle raffiche. Si butta in un cespuglio e fa una capriola, stringendo la pistola con le due mani.
Secondi interminabili. Un’altra raffica. Mike vede la canna del mitra e prende la mira. “Sono qui” urla Mike. La luce del laser lo punta. Due colpi.
Il secondo cacciatore cade a terra. Mike tira un sospiro.
Uno scroscio di applausi si diffonde dagli altoparlanti, mentre le fotoelettriche illuminano la scena a giorno. Una voce di donna annuncia:
“Il vincitore… “
“di Fuoco Incrociato…”
“e’…”


Copyright Piero Mattei 2007

lunedì 1 ottobre 2007

Racconto - Ma... ma... ma...


“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”
“Vengo, vengo!”
Luisa infila il gomitolo rosa sui ferri da calza e si mette dritta sulla sedia. Chiude gli occhi e si preme le due mani sui reni, con una smorfia di dolore. Guarda la vecchia pendola. Le cinque. E’ ora. Appoggia le mani sul tavolo e si tira su lentamente, fino a restare in piedi. Poi comincia a camminare, a piccoli passi, verso la cucina. Dopo tre giorni di pioggia, l’ultimo pallido sole del pomeriggio si fa largo tra le nuvole minacciose ed entra dalle tende ingiallite, illuminando il pentolino annerito sopra la cucina. Prende un bicchiere dal lavandino e toglie il coperchio. Un profumo di limone si spande per la cucina.
“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”
Ha quasi ottant’anni Luisa. Le gambe non la sorreggono più, gonfie di dolore e di fatiche domestiche. Il rumore di un motore si avvicina. Luisa scosta la tenda. Tonio passa col trattore sullo stradone sotto casa, schizzando via l’acqua dalle pozzanghere con le ruote. Fa un gesto di saluto a Luisa. Il viso fiero e strafottente, l’immancabile nazionale esportazione al lato destro della bocca. Il rumore si allontana. L’acqua delle pozzanghere si calma.
“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”
“Vengo, vengo!”
Un altro sorso di tè. Luisa ricopre il pentolino e svuota quello che rimane nel bicchiere nel lavandino. Poi si incammina verso la scala che porta al piano superiore. Il pavimento di legno scricchiola ad ogni passo. Davanti al primo scalino si ferma, alzando la testa verso la cima della scala. Un sospiro.
“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”
Uno scalino. Prima il piede sinistro. Il braccio destro sul corrimano. Stringere forte con la mano. Tirarsi su. Mettere il piede destro accanto al sinistro. Poi daccapo. Luisa ripete meccanicamente i gesti che la porteranno sul gradino successivo. Ogni due o tre scalini, il dolore alle gambe la costringe a fermarsi e a tirare il fiato.
“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”
Il corridoio è in penombra. Le porte delle camere sono tutte color legno, tranne la prima, che è di un bel colore rosa confetto, con al centro il disegno di Titti inseguita da Gatto Silvestro. Due passi e Luisa apre la porta.
“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”
“Amore mio, eccomi qua! Ecco la mamma!” L’espressione sofferente di Luisa si scioglie in un sorriso. Poi allunga le mani verso il letto. I suoi occhi azzurri si posano sugli occhi azzurri di quella donna sorridente, con l’espressione da bambina. I capelli corti e gli occhi sgranati di felicità. Luisa stringe quelle mani piccole, aiutando a sedere sul letto quella piccola donna con il viso da bambina. E nessun dolore. E nessun acciacco. Improvvisamente Luisa ha trent’anni e Marta ha tre mesi. I gesti immutabili preparano Marta per la sera. La poggiano sulla carrozzina. Marta ride contenta.
“Ma… ma… ma…”
“Ma… ma… ma…”


Copyright Piero Mattei 2007

Racconto - Trocadero Club


Eccoti qua. Come tutte le sere, sei pronta per uscire. Un paio di scarpe basse rosse, con un fiorellino giallo sul davanti. Un vestito celeste a fiori, con la gonna corta, un piccolo spacco su una gamba.
Tua madre non ti chiede niente. Sa che esci, ma c’è una sorta di accordo: non voglio sapere nulla, cosi’ non ti devo chiedere conto di nulla. L’unica cosa che vuole è un sorriso, lanciato dalla porta, prima di chiuderla alle tue spalle.
Eccoti qua. Pilar. Con la sfrontatezza dei tuoi quindici anni, il sorriso e la voglia di ingoiare il mondo in un sol boccone. Corri e ridi, ridi e corri. C’è un’altra notte da passare a regalare illusioni.
Che fila al Trocadero Club per entrare. Ma qui ti conoscono. Tuo cugino fa il buttafuori e con uno stratagemma sei dentro anche stasera.
La lattina di Tropicola ti gela le mani, mentre guardi distrattamente la pista, dove i ballerini di merengue si muovono al ritmo travolgente della musica. Quanta gente felice al Trocadero Club. C’è il vecchio cameriere impomatato, con la sua giacca bianca, stretta e consunta da migliaia di serate di lavoro. Le movenze non sono più quelle di una volta, ma la gentilezza e il mestiere si. C’è il trombettista del gruppo che guarda il sedere delle coriste.
I turisti, seduti ai tavoli, si guardano intorno, cercando compagnia. Che buffi, pensa Pilar. Pensano di darsi un tono fumando un Montecristo dietro l’altro e scolando bottiglie di Havana Club. Ma e’ ora di darsi da fare.
“Italiano. Quieres bailar con migo?”. Il piccolo italiano pelato e ciccione si alza e stringe Pilar a se con forza, facendole male. Ma lei sorride e lo porta in pista. Non importa se lui le infila le mani dappertutto. A Pilar piace ballare. Si sente leggera leggera. E pensa a quando da piccola sentiva la radio nella baracca con i suoi fratelli e ballava, ballava.
“Andiamo?” fa a muso duro il ciccione. Perché no? Si va.
La camera è vicino al locale. Si fa presto. Il ciccione non vuole aspettare. Pilar lo spinge sul letto. “Italiano, calmo”. L’ultimo le ha strappato il vestito e per tornare a casa ha dovuto farsene prestare uno dalla sua amica Teresita. Si spoglia piano, posando dolcemente il vestito su una sedia e mettendo sotto le scarpe rosse. Poi si sdraia e chiude gli occhi, cercando di immaginare il suo Pedro al posto del ciccione.
“Puttana. Tutta colpa tua!”. Un ceffone. Poi un altro. Poi una grandine. Lei si chiude a riccio e piagnucola. “No italiano no!”. Lui non la smette. “Vuoi i soldi? Eccoli.” Il ciccione glieli infila in bocca, fino quasi a strozzarla. Poi si riveste e se ne va.
Eccoti qua, Pilar. Come tutte le sere, sei sulla strada di casa. Un paio di scarpe basse rosse, con un fiorellino giallo sul davanti. Un vestito celeste a fiori, con la gonna corta, un piccolo spacco su una gamba. La faccia tumefatta e gli occhi pieni di lacrime. Nella mano destra trenta dollari. In testa una malinconica salsa. Che fatica tornare stasera, da Varadero.


Copyright Piero Mattei 2007

Racconto - Elliot Smith


Salve a tutti. Come vi va? Mi chiamo Elliot Smith e faccio il poliziotto. Lavoro a Londra, una città schifosa come poche. Spesso faccio il turno di notte e non vi dico quello che vedo in giro… ma che ci volete fare, cosi’ va il mondo. Io faccio la ronda in un quartiere malfamato, Whitechapel. Pezzenti, ubriachi, ladri, puttane… certe volte mi viene il vomito.
Che razza di lavoro… vi posso dire una cosa? Comincio ad averne abbastanza. Un giorno o l’altro dovrò smettere di fare questo lavoro… a me piace vivere in campagna, curare i fiori, stare in famiglia… è’ la fine di agosto, tra un po’ faccio quarant’anni… non posso continuare a passare le notti in questo girone infernale… non so cosa darei per non uscire anche questa notte…
Saranno un paio d’ore che sono in giro? Mah, mi sembra che sia passata una vita. Sono proprio stanco, me ne andrei a casa… ah, ho incontrato un vecchio ubriacone che voleva accoltellarmi… l’ho ripassato per benino col manganello e gli ho preso il coltello, dovesse riconoscermi e riprovarci… è un bel coltello, chissà dove l’ha rubato, quel vecchio…
Ah, guarda qua chi c’è… un’altra puttana. “Ehi, poliziotto, ti vuoi divertire? Non costo tanto…”
Vai via, mi fai schifo, le dico.
“dai, facciamoci una cavalcata, ti passi una bella nottata, invece di ammazzare di botte la gente per strada”.
Le do una spinta e l’allontano. “Si vattene, vattene, tanto ti ho capito… non ti tira piuuuu… Ah, non ti tira piùùùùùù…”
Sento il sangue che mi ribolle, mi giro e le urlo di piantarla. Ma quella strilla ancora di più, ed inizia a sbracciarsi, a urlare più forte.
“sentite gente, questo qui non vuole scopare. Secondo voi, è frocio o ha la carne lessa tra le gambe? Ahhh, secondo me non gli funziona piùùùùù… ahhh…”
Basta, facciamola finita. Vieni con me, puttana, ti faccio vedere io di cosa sono capace, le dico, tirandola per i capelli. Urla, urla ora, se hai abbastanza fiato per farlo.
“Bastardoooo, lasciamiiiii!”
Quanto urla questa baldracca, sto impazzendo… la trascino con la sinistra e con la destra tengo il manganello, quando sento quella zoccola che comincia a urlare “Aiutooo, questo è pazzo, mi vuole amm…”
Silenzio. Finalmente. Ho sempre i suoi capelli nella mano sinistra, ma nella destra ho il coltello del vecchio… è un po’ sporco… guardo per terra e vedo le gocce di sangue che cadono.
Giro la puttana a pancia in su… il collo è quasi staccato e lei mi guarda come incredula, come volesse dirmi… però, hai le palle, non pensavo avresti potuto farmi questo…
Eh si, io sono Elliot Smith, faccio il poliziotto da vent’anni e non mi faccio sbeffeggiare da una zoccola come te… ora sono stanco, vado a pulirmi… io sono Elliot Smith… anzi, Elliot è un nome da fesso.. d’ora in poi mi farò chiamare Jack Smith… anzi Jack e basta… vi prometto che farò pulizia in questo quartiere, prima di andarmene…

Copyright Piero Mattei 2007

Racconto - Jaws


Ecco Mark, seduto sulla scogliera. Luke l’ho visto prima, con la sua tavola bianca e verde. Arriveranno tutti, tra oggi e domani. Non saremo in tanti. In fondo, a pensarci bene, è cosi’ che deve essere.

Jaws d'altronde non è un posto per signorine. Ogni tanto qualche ragazzino viene qui in questo periodo a fare lo sbruffone. Poi, una volta visto Jaws, abbassa la cresta e si siede buono buono a guardare.

“Jason!”.

Il sorriso di Brian. Mi porge una birra. Ci sediamo anche noi.

“Ci sono tutti?” chiede Brian.

“Ancora no.”

“Sai niente di Robin?”

“No.”

Dopo un pò, arriva anche Luke. Eccoci qui. Tutti e quattro a guardare il mare. A fiutare il vento e la salsedine. Ad ascoltare quelle terrificanti creature che si fracassano sulla scogliera, tentando di farla saltare in aria.

“Sarà proprio nel momento in cui non avrai più paura del mare che lui ti annienterà”. Le parole di Robin mi rimbalzano in testa ad ogni onda.

Ne abbiamo girati di posti. Anche più lugubri di questo. Ma qui, il tempo non conta. Non so da quanti minuti, ore, siamo seduti, senza parlare. Aspettiamo semplicemente che il tempo passi e se ne vada. Che venga domani. Come i soldati, in guerra, il giorno prima di un assalto. Nessuno ne ha mai parlato, ma ognuno di noi è consapevole che potresti non andartene più vivo da qui.

Decidiamo di passare la notte a poca distanza dalla scogliera, in un capanno abbandonato.

C'è anche chi riesce a dormire. Io, qui, non ne sono mai stato capace.

Venti dicembre. La tempesta tropicale si è fatta sentire come ci aspettavamo. Usciamo e ci incamminiamo verso la scogliera. Il sole va e viene.

Jaws va alla grande, stamattina. Per tutta la notte non ha mai smesso di urlare.

Mai.

Mentre ci prepariamo, ogni onda che si infrange sulla scogliera ci schiaffeggia, con una raffica di vento e schiuma. Come a sfidarci.

Mi sembra di sentirlo, Jaws.

"Andiamo cazzoni, venite. Avete le palle per questo?"

Per salire su Jaws non serve saper nuotare. Impensabile, su onde che vanno cinquanta all’ora. Quindi, a turno, uno di noi prende il jet-ski e traina un rider al largo, lasciandolo comodamente sul dorso di Jaws.

La tensione mi sta divorando. Tiriamo a sorte l'ordine dei riders e il primo sono io.

Meno male.

Mi sdraio sulla tavola e partiamo. Facciamo il giro lungo e ci appostiamo, in attesa che Jaws apra la sua bocca.

Ci siamo. Brian piega il polso quattro o cinque volte ed il jet-ski mi inonda, con la sua puzza di benzina.

Via. Cento metri di acqua che mi schizza sulla faccia. Poi Brian molla la cima.

Eccomi Jaws, sono qui. Ora vieni a prendermi, se ne sei capace.

Mi tiro su in piedi e mi volto indietro. Entrata perfetta. Grande Brian.

L’onda mi insegue e sarà almeno tre metri sopra di me. L’adrenalina sale. Il cuore si sta sbattendo per farmi scoppiare le vene del collo.

Giro a destra, e vado dritto lungo l’onda. Sento che dietro il tunnel si sta chiudendo e Jaws che mi sta risucchiando, con gusto.

E allora prendimi, se ce la fai.

Via. Via. FUORI DA QUI!

Mi piego sui ginocchi per restare nel tunnel e provo ad andare giù. Giù in picchiata, fino alla fine dell’onda.

Il bastardo si sta richiudendo, per stritolarmi. Merda! Ancora qualche metro e sono fuori. FUORI!

Non ce la faccio. Non ce la faccio.

Va bene Jaws. Eccomi. Sono pronto.

Non annientarmi, amico mio.

Jaws mi scarica addosso tutta la sua rabbia. Mi sento per qualche secondo come preso nella morsa di uno squalo, che mi sbatte per sminuzzarmi. Alla fine, mi lascia.

Esco dall’acqua e alzo le braccia al cielo. Vedo i ragazzi, e un urlo liberatorio mi squarcia la gola. Una selva di mani mi porge il cinque.

Con calma, Jaws. Tra un po' c'è il secondo round.

“Grande Jason!” la voce di Robin mi scuote. Ci abbracciamo.

Mentre Brian parte per un altro giro, mi siedo per riprendere fiato e per far calmare la tempesta di adrenalina che mi sta facendo sanguinare il cuore.

Jaws, ora dimmelo. Se hai coraggio. Avanti.

Chi è il cazzone tra noi due?


Copyright Piero Mattei 2007

Racconto - La cravatta


L’odore del sigaro era insopportabile. Eppure Max era un ex-fumatore, aveva fumato Nazionali esportazione per quindici anni, ma niente, il toscano gli ha sempre dato il voltastomaco.
Nello specchietto retrovisore, il sigaro appariva e spariva, mentre quel tassista lo roteava da un lato all’altro della bocca. I fumatori non sono gente altruista, anzi, in questo sono orgogliosamente egoisti.
Max decide che in quel momento l’odore nauseabondo è l’ultimo dei suoi problemi. Si guarda le scarpe, un laccio più lungo e uno più corto. Poi si guarda i bottoni della camicia. Che strani, chissà quanto tempo era passato dall’ultima volta che si era messo una camicia senza cravatta. Erano almeno otto anni, da quando aveva comprato la prima cravatta da solo, senza l’amorevole ed invadente consulenza di Cristina. Da quel giorno la cravatta era diventato il simbolo del cambiamento e non era mai più uscito senza, neanche la domenica a pranzo da mamma.
Ma quella mattina era partito di corsa senza cravatta e quindi la sua vita stava per cambiare strada nuovamente. Di quello che si accingeva a fare non sapeva niente nessuno. Né Cristina, né i suoi. Max aveva deciso che questa volta avrebbe fatto di testa sua. Nessun ripensamento. Max già stava pensando al momento in cui, quella sera, avrebbe rivisto Tommy.
Tommy era uno determinato. Quando lo conobbe, al liceo, gli era piaciuto subito. Era uno che se si mette in testa una cosa, la porta in fondo. Qualunque cosa. Gli piaceva la ragazza più bella della scuola. Tommy, guarda che quella è una che va con quelli con i soldi. Dove vai tu, che non hai neanche la bici? Sembrava che per lui le cose facili non avessero senso. Doveva ogni volta buttare giù un muro con la cerbottana. Inutile dire che dopo qualche mese di corte spietata, fatta di regalini, bigliettini, scritte sui muri, Cristina capitolò. Un grande Tommy.
Come quando mi disse che voleva imparare a suonare la chitarra. La chitarra? Ma quella cosa che se ci metti le dita sopra non tira fuori una nota neanche se ti spari, che ti serve un maestro che ti fa due palle cosi’ con il solfeggio prima di insegnarti il giro di do? Forse per quando avrai trent’anni ce l’avrai fatta, gli dissi.
Manco a dirlo, Tommy dopo un anno non solo aveva imparato a suonare, ma aveva convinto anche Tommy ad imparare a suonare qualcosa. Tommy aveva scelto la batteria, perché pensava fosse più facile, niente note, niente spartiti, invece… Alla fine avevano messo su un gruppo, niente male. Basso, chitarra, batteria e voce. Cristina alla voce.
Ma poi il tempo e le vicende della vita avevano fatto il loro corso. Il papà di Tommy si era trasferito a Londra e Tommy con lui. Il gruppo era finito e Tommy ogni tanto tornava giù a trovare i vecchi amici. Max si era laureato e aveva trovato un bel lavoro da impiegato in una grande azienda.
“C’è un po’ di traffico stamattina, ci sono i lavori!” disse mister toscano, sbirciando dallo specchietto. “Eh, questi lavori non finiscono mai”, rispose Max. Chissenefrega dei lavori, pensò. Mai come quella mattina il tempo non aveva alcun peso. Che bello non avere i minuti contati, non dover calcolare al millimetro l’uscita di casa e la strada migliore da percorrere per non arrivare tardi al lavoro.
Lavoro. Lavoro. Questa parola ormai gli rimbombava vuota dentro la testa. Che strano, un giorno ti trovi in un posto, con diecimila cose da fare per la testa, la rana dalla bocca larga che ti sbraita contro che sei in ritardo, che le cose che servono oggi servono subito, come quelle di ieri dell’altro ieri… dopo una settimana ti arriva una telefonata.
Quella telefonata. “Max, ora voglio te. E’ fatta!” “Ma dai!!!” “Senti, lo sai che sono uno di parola, se ti dico di venire!”. Tommy è uno determinato, se decide di fare una cosa prima o poi ci riesce. Tra una settimana iniziano le prove e a Tommy gli prudono le mani. Tocca le bacchette infilate nello zaino. Poi riguarda il suo biglietto di sola andata per Londra. Da oggi Max è il nuovo batterista dei Black Woodies.


Copyright Piero Mattei 2007