domenica 10 febbraio 2008

Racconto - Limone e cioccolato *


Quanto ci vuole per percorrere cento metri?
La figlia di Giacinto abita a pochi isolati di distanza da lui. Eppure, cento metri tra la casa di un anziano solo e quella di sua figlia possono diventare dieci chilometri. Una famiglia di quattro persone ti mangia tutto il tempo possibile. Si sa come vanno queste cose. Alla fine, non ci si vede mai.
Quando poi arriva l’estate e sua figlia parte con tutta la famiglia per le vacanze Giacinto smette anche di dormire. La sua solitudine si dilata. Giornate caldissime e notti afose.
La sua Clara ormai da dieci anni è in viaggio. Giacinto la immagina così Clara. In viaggio, in giro per il mondo, a vedere quei posti che le sarebbe sempre piaciuto vedere ma che non ha mai potuto vedere. In Egitto, sotto le piramidi. Oppure a Parigi, seduta sul prato sotto la Torre Eiffel. Beata lei. Sempre in viaggio.
Giacinto ha deciso di non uscire di casa per tutto il giorno, almeno per quelle tre settimane nelle quali Antonella è in vacanza. Esce solo il pomeriggio tardi, quando l’asfalto rimanda solo un tenue calore e c’è quel bel venticello che ti rinfresca la faccia. Va al centro commerciale. Un posto bellissimo, dove c’è un gran bel fresco e c’è tanta gente allegra, tanti ragazzi abbronzati che scherzano e ridono. Lì c’è una bella panchina verde, vicino ad un’aiuola finta. A parte Giacinto e qualche suo coetaneo, le panchine non le usa più nessuno. Tanto che i gestori di un fast-food, che si trova davanti alle panchine, hanno pensato bene di occuparne mezza con la statua di un pupazzo giallo e rosso, gli stessi colori dell’insegna. Il pupazzo siede mollemente sulla panchina, con il sorriso ebete e la mano sinistra allungata sulla spalliera, come ad aspettare qualcuno che si sieda a fianco e che condivida la fatica di sembrare felice tutto il giorno e tutta la notte.
Qualche volta Giacinto si siede a fianco al pupazzo, per sentire l’illusione che quella statua voglia cingergli le spalle e avvicinare il suo viso al suo, per raccontagli qualcosa di inconfessabile, come fanno gli amici. Anche solo per commentare qualche minigonna un po’ troppo corta.
Alle sei e mezza, puntuale, Giacinto va al chioschetto dei gelati e si prende un cono al limone. A lui piacerebbe limone e cioccolato, ma ha smesso di prendere i due gusti insieme quando due ragazzi seduti ad un tavolo vicino, per farsi notare da due ragazze che li guardavano, l’avevano apostrofato brutalmente.
“Vecchio rimbambito! Che fai? Limone e cioccolato? Che schifo!”
Anche se il gestore del chiosco l’aveva mandati via a male parole, Giacinto aveva deciso che da quel momento in poi l’accostamento lo avrebbe fatto comunque, ma a modo suo. Un giorno limone, l’altro cioccolato.
Dopo aver letto il quotidiano che il padrone del chiosco dei gelati conserva per lui fino alla sera, Giacinto si avvia verso casa. Alle otto c’è il telegiornale e quello è un appuntamento al quale non sarebbe mancato per nulla al mondo. Una volta, prima del telegiornale davano le previsioni del tempo. Ora non più. Come se a nessuno interessasse più sapere che tempo fa il giorno dopo. A pensarci bene, cosa volete che interessi a chi si deve comunque alzare per portare i figli a scuola e andare a lavorare di corsa se piove o no?
Giacinto si prepara la sua cena. Un po’ di brodo, una scatoletta, un po’ di frutta. Le sue finanze non gli consentono di riempirsi lo stomaco come vorrebbe. Cosi’ qualche sera si fa un po’ di brodo in più, per zittire quel brontolio fastidioso.
Un sonnellino sulla poltrona. Poi, verso le undici, comincia la lunga attesa del mattino. Giacinto ha imparato a riconoscere tutti i rumori della notte. Il rumore della macchina del figlio di Assunta, che torna la notte con lo stereo altissimo e lo spegne prima di imboccare la via che lo porta a casa, nell’appartamento sotto al suo. Il rumore del treno, che si sente in lontananza passare, verso le tre. Infine il fracasso infernale del camion della spazzatura, che annuncia la fine della notte, verso le sei di mattina.
Giacinto la notte la passa sulla sua poltrona. Ogni tanto fa un sonnellino, di qualche minuto. Il resto del tempo lo passa guardando un po’ la televisione e leggendo. Soprattutto leggendo. E’ un divoratore di libri, giornali, riviste. Qualsiasi manufatto in carta contenente delle parole scritte lo incuriosisce e lo attira verso la scoperta e la lettura. Libri ne ha tantissimi e li ha letti tutti. Ogni tanto qualcuno gliene regala uno e lo rende l’uomo più felice del mondo. Adora i libri di fantascienza.
Ma quello che si ritrova a leggere più spesso sono le riviste usate, che gli altri inquilini del palazzo, ben conoscendo le sue abitudini, gli regalano a pacchi.
Cosi’ il suo salotto è diventato una specie di edicola di riviste usate, che lui ordina per data, meticolosamente. Una volta lette e rilette, le impacchetta per bene e le porta alla raccolta della carta.
Sonia è la sua vicina di casa. Abita sul suo stesso pianerottolo. Una donna russa, sulla sessantina. Fa la badante ad una donna immobilizzata. Esce tutte i pomeriggi verso le cinque e torna la mattina, appena dopo il camion della spazzatura. E’ una donna grande e grossa. Di una bellezza di quelle di una volta. Si vede che nella vita non ha mai fatto diete, né ginnastica.
Una donna sana, come erano sane le donne della sua infanzia e come era sana la sua Clara.
Un sorriso cortese e dei modi spicci. Poi, quell’italiano stentato, quel dare del tu a tutti, che la rende ancora più particolare.
Giacinto, tutti i giorni alle cinque e tutte le mattine alle sei si affaccia alla finestra della cucina e guarda in strada, per vederla.
Lei, che ormai lo sa, alza gli occhi verdi verso la finestra. E attende il suo immutabile “Buongiorno Sonia” o “Buon lavoro, Sonia”.
Certo, lei invece aveva tutta un’altra mentalità. E’ capitato qualche volta che Giacinto sia andato di malincuore a bussare alla sua porta. Una volta, ad esempio, era rimasto senza riviste. Conoscendo le abitudini di Sonia, ha aspettato pazientemente che arrivasse mezzogiorno per bussare alla sua porta.
Lei gli ha aperto ed era in camicia da notte.
“Giacinto! Come stai? Che succede?”
Giacinto snocciolò d’un fiato la frase che si era preparato dalla mattina.
“Buongiorno Sonia. La prego di scusarmi se la disturbo a quest’ora. Volevo chiederle, se per lei non è troppo disturbo, se per caso aveva delle vecchie riviste che non le servono più. Sa, io la notte la passo a leggere e…”
“Si che ce l’ho. Vieni dentro, siediti. Te le prendo.” fece lei, facendosi da parte sulla porta per farlo entrare.
“Grazie. Lei è molto gentile, come sempre. Preferirei rimanere qui sulla porta, se non le dispiace.”
“Ma vieni dentro, Giacinto! Che fai su porta?”
“La prego, non voglio crearle disturbo. Aspetto qui.”

Figuriamoci! Entrare in casa di una donna sola. Per di più in camicia da notte! Che avrebbero pensato i vicini?
Poi lui era comunque un uomo sposato. O almeno, si riteneva ancora tale. Perché Clara era in viaggio e prima o poi sarebbe tornata. E come le avrebbe potuto spiegare che aveva bussato a mezzogiorno a casa di Sonia? E che lei gli aveva aperto in camicia da notte? E che lui, con la scusa delle riviste, era entrato in casa sua? Clara gli avrebbe mai creduto?
Quella mattina, successe che Sonia, rientrando, non vide Giacinto alla finestra, per la prima volta dopo mesi e mesi. Le ritornò in mente che tempo addietro si era sentito male, per uno sbalzo di pressione.
Non perse tempo e salì di corsa le scale. Bussò alla sua porta.
Giacinto le aprì. Aveva una faccia cerulea e un soffio di voce. Parlava a tratti e faticava a respirare.
“Buongiorno Sonia. Mi scusi se non l’ho salutata prima… ma non mi sento molto bene oggi… sono rimasto in poltrona… non ce la faccio neanche a stare in piedi.”
Lei non perse tempo.
“Giacinto, mettiti seduto che ti misuro pressione” e mentre gli diceva cosi’ gli prese le mani e lo fece sedere sulla poltrona. Poi estrasse rapidamente l’apparecchio per misurare la pressione dalla borsa.
Che mani calde, aveva Sonia. A Giacinto le vennero in mente le mani di Clara.
“Settanta-novanta” disse Sonia, togliendosi lo stetoscopio.
“Prendi medicine per pressione?” chiese preoccupata.
“No… il dottore mi ha detto che non mi servono ancora…”
Giacinto fece una pausa più lunga e riprese fiato.
“Le posso chiedere una cortesia, lei che è così gentile… mi dà una mano ad alzarmi… mi preparo un caffè ben zuccherato e mi sentirò meglio… ”
“Ma cosa ti prepari caffè!” lo rimproverò Sonia. “Io ti preparo caffè! Tu stai su poltona e non ti muovere!”
Giacinto, un po’ perché era parecchio tempo che non veniva rimproverato da qualcuno, un po’ perché non sapeva che cosa dire, se ne stette zitto e buono.
Dopo qualche minuto e una bella dose di caffeina e zucchero, aveva ripreso la voce ed il colore.
“Sonia, non so come ringraziarla. Mi scusi ancora se le ho fatto perdere tutto questo tempo. So che lei è stanca e deve riposare. Mi scusi ancora”
“Ma stai scherzando? Stai bene adesso? Sicuro?”
“Si. Sto bene adesso.”
“Dopo torno a vedere se stai bene.”

Fu così che quella mattina, rivide Sonia per ben due volte. E lei tutte e due le volte rimase a chiacchierare con lui per qualche minuto, per vedere che effettivamente stesse bene e non si nascondesse dietro alla sua timidezza e alla sua gentilezza.
Giacinto riprese il suo ritmo normale e la sua routine giornaliera.
Qualche giorno dopo, a mezzogiorno in punto, bussò alla porta di Sonia.
“Giacinto! Stai bene? Tutto a posto?”
“Buongiorno Sonia. Sto benissimo, grazie.”
“Ti serve qualcosa?”

Giacinto prese fiato e disse tutto quello che doveva dire a raffica. E se qualche vicino avesse sentito, pazienza.
“Sonia, io sono in debito con lei. Sarei molto felice di poterla invitare a pranzo. Oggi.”
Sonia rimase qualche secondo in silenzio, cercando di metabolizzare rapidamente quello che aveva appena sentito.
“Giacinto! Ma… certo. Certo. Vengo a pranzo a casa tua!” disse alla fine sorridendo. “Dammi solo qualche minuto e vengo da te.”
Giacinto tornò a casa sua e dopo venti, interminabili, eterni, stramaledetti minuti, sentì bussare.
Giacinto non dovette precipitarsi. Era già in piedi dietro alla porta. Aprì.
Un bel vestito celeste. Un paio di orecchini vistosi, che incorniciavano il viso bianco e rosso. Le labbra lucide di un rossetto appariscente rimandavano un sorriso da togliere il fiato. Giacinto la riconobbe solo dopo qualche secondo.
Clara era in viaggio. Quando sarebbe tornata, lo avrebbe perdonato.
“Posso entrare?”
“Si. Si. Certo!”
fece Giacinto, imbarazzato.
Nel soggiorno, il tavolo era apparecchiato in modo impeccabile. Non c’era neanche una rivista in giro.
“Si accomodi, la prego.” disse lui, indicandole la sua poltrona. “La pasta è quasi cotta”
Lei si sedette e lui sparì in cucina. Dopo un minuto, riemerse con aria soddisfatta e andò verso di lei.
“Sonia, mi perdonerà. Non vorrei sembrarle sfacciato. Mi sono permesso…”
Giacinto porse un bel mazzo di fiori di campo a Sonia, che ringraziò imbarazzata.
“Anche io ho qualcosa” disse lei, infilando le mani nella borsa.
Estrasse una piccola busta bianca e la diede a Giacinto.
La faccia di Giacinto passò dal bianco, al rosa, al rosso in pochi secondi.
“Grazie. Santo cielo! Grazie, non si doveva disturbare! Lei è troppo gentile!”
L’imbarazzo lasciò presto il posto alla curiosità.
“Posso aprire?”
“Però mi prometti una cosa”
rispose lei, con aria di sfida.
“Che cosa?”
“Basta dare lei. Lei. Lei. Sonia e basta.”
“Va bene. Sonia e basta.”

Giacinto sorrise ed estrasse un pacchettino dalla busta bianca. Una piccola confezione di gelato sciolto.
Due gusti. Limone e cioccolato.

Copyright Piero Mattei 2007


* Racconto del mese di marzo 2008 su "Penna d'oca"

sabato 26 gennaio 2008

C'è sempre una prima volta!

Capisco che molti di voi, scrittori di lungo corso, di questi momenti ne abbiano provati tanti. Ma lasciatemi godere la mia prima volta!

----------------------------------------------------------------
Gent.mo Sig. Mattei,



la Commissione designata a selezionare i racconti e le poesie che hanno avuto libero accesso alla partecipazione al premio Letterario Panchina, ha scelto il suo racconto dal titolo “La luce"



La sua opera verrà presentata la sera del 2 aprile 2008 a Bologna, presso il Circolo Mazzini, Via Emilia Levante 6 .



La serata prevede l'introduzione dell'opera attraverso un profilo dell'autore da parte del presentatore Eraldo Turra (dei Gemelli Ruggeri) e quindi la lettura del racconto da parte di un attore professionista, Filippo Plancher.

Il pubblico in sala, dopo aver ascoltato la lettura di tutti i lavori, voterà e i primi due passeranno direttamente alle finali di maggio che designeranno, sempre tramite votazione del pubblico, il vincitore, ovvero chi verrà pubblicato su Il Resto del Carlino.



Il suo racconto è già online sul sito www.premioletterariopanchina.it
-------------------------------------------------------------------
PS se vorrete intervenire, mi farà enormemente piacere!
Ovviamente!
Ciao
Piero

domenica 20 gennaio 2008

Marco Paolini torna su LA7

Marco Paolini torna su LA7 per un nuovo spettacolo in diretta.
Lo spettacolo si chiama “Album d’Aprile” e andrà in onda dal “Fillmore” di Cortemaggiore (PC).

Leggi l'articolo

Imperdibile.
Ciao

venerdì 11 gennaio 2008

Il rogo alla Thyssen

Una tragedia immane. E vera. Da la Repubblica di oggi.
Se pensate di aver letto cose agghiaccianti fino ad ora non avete letto questo articolo

http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html

Per oggi non credo riuscirò a fare altro.

domenica 16 dicembre 2007

Racconto - L'amico di Marco



Pino smise di parlare. Fece un tiro profondo di sigaretta e trattenne il fiato, chiudendo gli occhi. Come a voler assorbire tutto il potere calmante della nicotina.
“Come te lo devo dire che io non ne sapevo niente. Guarda che ho messo la testa a posto. Stavolta ho fatto le cose per bene, te lo giuro. Come non le ho mai fatte. Ho aperto un bell’ufficio, assunto una segretaria, messo sotto contratto un broker…”
Diede un’occhiata all’orologio della macchina. Poi guardò fuori, quel freddo pomeriggio di Novembre. Discuteva con Marco da più di un ora. A memoria sua, non ricordava di aver mai avuto altrettanta pazienza. Decise che quel ragazzino avrebbe dovuto capire quanto la situazione fosse seria. E Pino sapeva essere convincente, quando c’era bisogno.
Lo prese per la gola, con una mano, schiacciandolo verso il finestrino della Mercedes, fino quasi a strozzarlo. La sua voce roca era calma, risoluta.
“Trentamila euro. Hai capito? TRE-NTA-MI-LA! Quei soldi mi servono. Subito. Se sei abbastanza vivo per ascoltarmi in questo momento è solo perché se muori nessuno potrà darmi quei soldi. Hai capito? HAI CAPITO?”
Il suo viso, segnato da una cicatrice sotto l'occhio destro, non lasciava trasparire alcuna emozione. Con l’età aveva imparato a controllare i propri istinti violenti.
Pino decise che il colloquio poteva considerarsi concluso. Lasciò andare il collo di Marco.
"Scendi. Ci vediamo domani sera qui. Con i soldi".
La Mercedes di Pino ripartì sgommando, allontanandosi nella nebbia, verso la tangenziale. Marco si toccò istintivamente il collo, deglutendo, come a verificare che tutto fosse al suo posto. Poi si avviò di corsa verso la sua utilitaria, componendo nervosamente un numero al cellulare.
Si diresse fuori città, nel quartiere dormitorio verso la collina.
Sconvolto, Marco guidava e provava disperatamente a chiamare qualcuno al telefono. Sei, sette, otto volte.
"Il numero da lei chiamato..."
Al decimo tentativo, Marco tirò infuriato il telefono contro il cruscotto.
Dopo una decina di minuti, parcheggiò di fronte ad un condominio di nuova costruzione. Arrivò di corsa al citofono. Affannato, iniziò a leggere in sequenza i nomi, scorrendoli con il dito. "Farelli, Farelli, Farelli... Eccolo!". Iniziò a suonare ripetutamente. "Rispondi... rispondi, bastardo! RISPONDI!!!"
Nessuna risposta. Al colmo della disperazione, scaricò tutta la sua rabbia contro il portone, prendendolo a calci. Si sedette per terra in lacrime, appoggiando la schiena al muro.
Mentre Marco stava cercando di capire quale sarebbe potuta essere la sua prossima mossa, in un paese vicino due donne, sedute al tavolino di un bar, chiacchieravano sottovoce.
“Allora, è una settimana che ti rincorro. Non te ne vai se non mi racconti tutto!”
Carla rise di gusto, a quelle parole. Giulia le aveva già detto che era come se avesse conosciuto un’altra persona, completamente diversa. Gioiosa, ironica, ottimista.
Non che Carla non fosse già una persona positiva di suo, intendiamoci. Ma tra la Carla delle vacanze in Sicilia e la Carla che sedeva davanti a Giulia, in quel bar del centro, c’era una differenza. Sostanziale.
Di questa cosa, se ne erano accorti, nell’ordine, oltre a Giulia, il barista, i passanti e i muri del bar.
Era felice. Finalmente felice.
“Allora? Sto aspettando!” fece Giulia, fingendo scherzosamente un rimprovero e sgranando gli occhi.
“Prima prendiamoci un tè. Sto morendo di freddo!”. Carla si fregò le mani. Poi le mise davanti alla bocca e le riscaldò con il suo respiro.
Dopo qualche minuto, Giulia era presa a spiegare il motivo per il quale preferiva il tè alle erbe aromatiche invece di quello al mirtillo. Carla, con il viso assorto, appoggiato tra le mani e i gomiti sul tavolino, decise di calare l’asso.
“E’ uno di Roma”.
“Di Roma?” Giulia sgranò gli occhi e cominciò ad inzuppare ritmicamente la bustina di tè alle erbe aromatiche nella tazza fumante, non perdendo neanche per un secondo di vista le espressioni della sua interlocutrice.
“E come l’hai conosciuto?”
“E’ una cosa un po’ complicata. Te la ricordi Antonella, quella ragazza che canta nel coro?”
“Quella biondina, con i capelli cortissimi?”
“Si, lei. Insomma. Senti la scena. Era sabato mattina. Esco di corsa da casa per andare da mia madre. Mentre mi avvio alla macchina, mi sento chiamare a gran voce. Ma chi è questa cafona che urla, penso. Dall’altra parte della strada, davanti alla pasticceria, c’era lei. Mi giro e la vedo che mi saluta con tutte e due le mani e poi mi fa segno di andare da lei.
Non faccio in tempo ad arrivare che mi fa
-Carla, ti voglio presentare il mio ragazzo.
Mentre sto stringendo la mano a questo tipo, che non ricordo neanche come si chiama, pensa un po’ quanto l’ho trovato interessante, l’occhio mi va su un altro ragazzo, un paio di metri più indietro, che parla al telefono. Appena lo vedo penso: e questo chi è?”
“Allora, la pianti? Mi dici chi è e soprattutto come è?”
“No no, devi aspettare che finisca di raccontarti tutto. Mentre sto li’, imbambolata a guardare questo ragazzo, Antonella capisce la situazione e mi anticipa.
-Ah, Carla, dimenticavo! Questo è Lucio-
Mi avvicino e gli tendo la mano. Lui si gira verso di me e mi guarda negli occhi, continuando a raccontare al telefono di un gruppo che aveva visto la sera prima al pub vicino al porto. Mi guarda e mi riguarda. Trenta, quaranta secondi. E non mi stacca gli occhi di dosso.”
“Mamma mia! E poi?”
“E poi mi sorride e chiude la telefonata.
– Carla – gli faccio io, guardandolo fisso negli occhi.
- Lucio. E’ veramente una giornata splendida, non trovi? – mi fa, stringendomi la mano con tutte e due le sue.”
“Con tutte e due le mani?”
“Che ti dico? Se fosse stato qualcun altro a presentarsi in quel modo, mi sarei ritratta. Non so spiegarti perché. Ma in quel momento mi aspettavo che accadesse proprio quello. Ho sentito che qualche cosa stava per succedere. Il cuore voleva uscire dalla camicetta a farsi un giretto!”

Carla si fermò, per sorseggiare un po’ di tè.
“Che fai? Racconta, dai! Com’è? E’ biondo, è moro, è giovane, è zoppo… me lo dici?”, incalzò Giulia.
“Un attimo! Mi si stava freddando il tè! Guarda. E’ moro, corporatura normale, non muscoloso. Ha un pizzetto ben curato e porta un minuscolo orecchino con un teschio all’orecchio destro. E poi...”
Carla fece un sospiro, chiudendo gli occhi.
“E poi?”
Poi ha una voce così sexy... è profonda, impostata, sembra quella di un attore. E’ il cantante di un gruppo heavy-metal, questo l’ho saputo dopo…”
“Dopo quando?”
“Quella domenica stessa. Abbiamo parlato un po’, poi sono andata da mia madre. Al pomeriggio, Antonella mi ha chiamato, chiedendomi se avessi dei programmi o ci saremmo potuti vedere tutti e quattro al porto.”

“E tu? Già ti vedo! - Mi dispiace, la sua richiesta non è accettabile. Ho degli impegni improrogabili-”, disse Giulia, imitando ironicamente una segreteria telefonica.
“Si. Come no. Neanche ha finito di parlare, che gli ho detto –Ci dovrei pensare un attimo… a che ora ci vediamo?-“
"Ma proprio un attimo!"
Giulia e Carla risero di cuore, fino alle lacrime.
Carla bevve l’ultimo sorso di tè. Poi sorrise e scosse la testa. “Ogni volta mi ritrovo incredula a riflettere su come una persona sola possa riempirti la vita in questo modo. Come possa farti vedere tutto da un altro punto di vista, facendo sembrare i tuoi problemi piccoli piccoli.”
“A proposito di problemi”, cambiò discorso Giulia “come è andata con quella finanziaria?”
“Lasciamo perdere, guarda” il tono di Carla cambiò bruscamente. “Che ti devo dire? Mio padre ha detto che quei soldi li avrebbe riavuti. Con ogni mezzo. Ma fino ad ora…”
“Certo, a pensare che con Marco siamo cresciuti assieme… non ci si può fidare proprio di nessuno.”
“Già. Non affrontiamo questi discorsi che mi intristisco.” Carla fece un gesto con la mano, come a scacciare via i pensieri che la infastidivano. “Non ti ho raccontato della casa di Lucio! Abita vicino al mare!”
“Ma dai!”
Giulia e Carla ordinarono altri due tè. E se la raccontarono tutta, quel pomeriggio.
Qualche giorno dopo. Domenica mattina.
“Come mi sta?”
Carla si gira, aggiustandosi il foulard davanti a Lucio.
“Meravigliosamente, direi”
“Ma tu non ti compri niente?”
“Non ho ancora deciso, faccio un giro nel reparto uomo”

Al di fuori dello stesso negozio arriva Marco a piedi, ansimante. Si guarda in giro, cercando di capire se c’è qualcuno che lo segue.
Cerca di darsi un aria dignitosa, aggiustandosi i capelli ed entrando anche lui nel negozio.
Nel bar di fronte, un uomo sta seduto ad un tavolino e osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“E’ qui. Nel negozio di abbigliamento di fronte al bar degli artisti. La dritta era giusta. A dopo”.
Marco si dirige verso il bancone all’ingresso. L’uomo dietro al bancone lo accoglie con un sorriso.
“Marco! Chi non muore si rivede!”
“Ciao Franco. Ho bisogno di te”
, fa Marco, visibilmente agitato.
“Che succede?”
“Non è il momento. Trovami un posto in cui stare.”

Franco è un vecchio amico di Marco. Sa come affrontare certe situazioni, per esserci trovato dentro con tutti i piedi. Più di una volta. La prima cosa da fare è sbrigarsi. Il perché ed il come saranno affrontati al momento giusto.
“Ci penso io. La vedi quella porta? Dietro c’è una scala che porta giù al magazzino. E’ un posto abbastanza grande e dispersivo, pieno di posti in cui nasconderti. Vai. Ti vengo a cercare io, al momento giusto.”
Marco sparisce dietro la porta. Dopo qualche secondo, Lucio e Carla arrivano al bancone e posano i loro acquisti vicino alla cassa.
“Bello quel giubbotto. Ti sta proprio bene!”
“Sono proprio contento, erano mesi che lo cercavo. Proprio questo, fatto proprio cosi’.”
“Questi giubbotti vanno tantissimo, quest’anno”
commenta Franco, mentre fa il conto. “Blu marine, con il pellicciotto. Ecco qua. Sono seicentoventi euro”.
“Carta”, fa Lucio, dando la Visa a Franco.
Poi si gira e dà una carezza sul viso di Carla.
“Me lo metto subito. Non resisto!”“Ma dai!” fa Carla, ridendo.
“Non ci credi?”
Lucio estrae dalla busta il giubbotto con e se lo infila.
“Ecco qua. Pronto!”
“Arrivederci!”
“Arrivederci!”

Lucio e Carla escono sorridenti dal negozio. Dal fondo della strada, una moto, con due persone a bordo, si avvicina lentamente all’ingresso del negozio.
Lucio si ferma a frugarsi le tasche, cercando le chiavi della macchina.
La moto si avvicina ai due. Il passeggero allunga la mano verso la faccia di Lucio. Due esplosioni. La moto schizza via veloce.
Lucio cade in una pozza di sangue sull’asfalto. Carla comincia ad urlare disperata, mentre la gente accorre.
Nel bar di fronte, l’uomo seduto al tavolino osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“Ok, Pino, tutto a posto. Ciao”. L’uomo del bar di fronte chiude la comunicazione. Si alza e si allontana.
Approfittando della confusione, Franco scende a chiamare Marco.
“Qui fuori è successo un casino. Hanno ammazzato uno. C’è la polizia. Esci da quella porta laggiù. C’è un furgone che sta portando della roba ad un magazzino fuori città. Nasconditi li’.”
Marco obbedisce. Si abbottona per bene il suo giubbotto blu con il pellicciotto e si infila nel furgone.
Nel frattempo, in strada, la polizia sta facendo i rilievi. Arriva il questore.
“Chi è?”
“Lucio Farelli”
“Ma chi? Farelli… quello della finanziaria?”
“Si. Proprio lui.”



Copyright Piero Mattei 2007

mercoledì 5 dicembre 2007

100 anni fa, la tragedia di Monongah - da "la Repubblica"

100 anni fa, la tragedia di Monongah

(5 dicembre 2007)

Era il 1907 quando nella città del West Virginia a causa di una deflagrazione morirono almeno 362 minatori:171 erano italiani. E tanti bambini

di Mario Calabresi, corrispondente di Repubblica da New York

(a cura di Matteo Pucciarelli)

Leggi l'articolo

mercoledì 28 novembre 2007

Racconto - Zaino tattico


Tommy si stiracchia. Volge lo sguardo alla finestra semiaperta, da dove sale il brusio del traffico. Oggi è il grande giorno. Ed è già in ritardo. Piomba nel bagno come una furia, esce, prende i vestiti e va in cucina. Mentre si abbottona la camicia prende il succo d’ananas e lo beve direttamente dal brik. Chiavi. Cellulare. Zaino tattico. Di corsa alla macchina. Cazzo. Oggi no. La multa no. Si avvicina alla vigilessa, le strappa il blocchetto delle multe dalla mano e le dà una spinta, facendola cadere per terra. Poi sale in macchina e fugge di corsa. Brutta zoccola. Sono sempre le donne a farmi la multa.
Tommy trova subito parcheggio sotto l’ufficio. Buon presagio. Esce e chiude la macchina.
“Tommy!”, fa una voce familiare alle sue spalle.
“Giada! Che cazzo ci fai qui?”
“Lavoro qui. Oggi è il mio primo giorno.”
“No! Ma è fantastico! Dopo essere stati compagni di università diventiamo anche colleghi di lavoro. Sarà un segno del destino?”.
“Non lo so, se c’entra il destino o meno. Ma questa volta una vocina mi dice che saremo solo colleghi. Ne sono sicura.”
“Mamma mia, come sei! E chi ti ha detto niente. E poi, fossi in te, non ne sarei cosi’ sicura. Caffè?”
“Va bene. Offro io.”
Giada e Tommy entrano in azienda. Giada si ferma in portineria, mentre Tommy entra spedito.
Claudio sta leggendo la posta mentre squilla il telefono. Interna. “Ciao Claudio, possiamo fare due chiacchiere?”. “Quando vuoi Tommy, oggi non mi muovo.”
Tommy entra e chiude la porta. Si siede sulla morbida poltrona degli ospiti del suo capo, posando lo zaino tattico ai suoi piedi.
“Allora, che succede?” fa Claudio, sdraiandosi sullo schienale.
“Succede che è ora di mettere le carte in tavola” lo gela Tommy.
“In che senso?”
“Senti, io e te non siamo mai andati d’accordo, per via di te e Giada. Abbiamo lavorato assieme tanto e ho dovuto sopportare da te tanti di quei soprusi che non so come ho fatto a resistere fino ad ora. So che per il nuovo progetto mi vuoi mettere in cantina, a fare le fotocopie. Beh, questa lettera è per te.”
Tommy si alza in piedi, estrae dallo zaino tattico una busta chiusa e la lancia sulla scrivania. Claudio non muove un muscolo.
“Vedi, il problema è anche un altro. Non solo mi hai rubato la donna, ma l’hai assunta al mio posto. Non ti pare un po’ troppo?”
Tommy infila la mano nello zaino tattico. Estrae la pistola col silenziatore e la punta in faccia a Claudio. Due piccoli rumori e il suo sorrisetto ironico si pietrifica sotto il rigagnolo di sangue che scende dalla fronte, mentre Tommy soddisfatto chiude la porta e si avvia all’ascensore. Finito. Che grande giornata, oggi!


Copyright Piero Mattei 2007

mercoledì 14 novembre 2007

Racconto - La luce *


Noooo! Perchè proprio ora? Proprio ora che stavo sognando il mare! Non mi succedeva da tanto tempo!

Ciao” mi sussurra Maria, finendo di alzare la serranda.
Io chiudo le palpebre, cercando di far abituare gradualmente i miei occhi alla luce. Quando li riapro guardo fuori dalla finestra. C’è un buon odore di caffè. Ne berrei volentieri un po’.
E’ una giornata splendida. Proprio come me la immaginavo, come avrei voluto che fosse.

Claudio, Tonino sta salendo”. Maria mi regala un altro dei suoi sorrisi, stropicciandosi gli occhi. La guardo e cerco di ricambiare. Le poche rughe che il tempo è riuscito a disegnarle sulla fronte non fanno altro che aggiungere fascino a quel viso dolcissimo. Ti amo Maria. Non credo di avertelo mai detto abbastanza. Se potessi, te lo direi ancora oggi. E domani.

Ciao Claudio”, fa Tonino, sorridendomi. L’ho conosciuto al liceo e siamo rimasti amici da allora. Ne abbiamo fatte tante, assieme. Abbiamo preso strade diverse, io sono andato a fare l’insegnante, lui il medico. Ma come fai, gli dicevo. Ma che razza di mestiere ti sei scelto? Il dottore? Ma non ti stuferai di sentire persone sofferenti? Ma soprattutto gente sanissima che dovrai convincere di non essere ammalata? Ma quando ti diverti? Vieni assieme a me! Facciamo gli insegnanti, vuoi mettere? Tutti i giorni assieme a tanti ragazzi pieni di vita. La loro energia che ti spinge a tutta velocità in avanti, verso il futuro.
Ma lui niente. Questa è una missione, mi diceva. Questo mestiere non si fa per sé stessi. Si fa per gli altri. Voglio fare il missionario.
Vabbè. Contento tu. Cosi’ abbiamo continuato a litigare negli anni su chi fosse più contento del proprio lavoro. Io ero contento dei miei ragazzi. Ma il tuo entusiasmo per il mestiere di medico era traboccante. Un entusiasmo contagioso.

Nonostante anche io facessi un lavoro a servizio degli altri, cominciavo a sentirmi un po’ egoista, rispetto a te. Capivo che avrei potuto fare di più, ma non sapevo come.
Cosi’ me lo hai suggerito tu. Se vuoi puoi fare volontariato. E’ una cosa bellissima e gratificante. Lo fai solo per gli altri. E cosi’ ho fatto. Sono stati anni faticosi, ma non me ne pento. Ho conosciuto tanta gente che mi ha voluto bene. Sicuramente io non ho saputo dimostrare altrettanto affetto verso di loro.

E poi ho conosciuto Maria, la mia Maria, che faceva la volontaria come me. E’ come se il destino avesse voluto ripagarmi del mio impegno, facendomela incontrare. E la vita ha finalmente cominciato ad avere un senso anche per me. Venticinque anni insieme e due figli. Ne abbiamo fatta di strada.

Mentre sono immerso nei miei ricordi, Tonino ha apparecchiato silenziosamente i suoi attrezzi sul tavolinetto vicino al letto, sotto lo sguardo attento di Maria. Si stanno dicendo un sacco di cose sottovoce. Chissà cosa si stanno dicendo. Devo dire che in fondo non me ne importa nulla. So quello che devo sapere e questo mi basta.
Maria non distoglie lo sguardo dalle mani sapienti di Tonino, che lavorano lentamente.
Dopo qualche minuto, Tonino viene verso di me, con il viso teso, come non lo ho mai visto.

Io sono pronto. E tu?
Io sbatto le palpebre, in segno di assenso.

Maria fa il giro del letto e mi dà un lungo bacio sulla fronte. Le sue lacrime scendono dolcemente dal suo viso al mio.
Poi si siede, sorridendo e asciugandosi con le dita.

Claudio, ora chiudi gli occhi. Riposati.” – mi sussurra Tonino.
Obbedisco e chiudo gli occhi. Ma è come se vedessi tutto quello che succede intorno a me. Tonino prende la siringa e la infila nel tubo della flebo. Preme dolcemente lo stantuffo, fino in fondo.

Ancora sento il calore del sole sulle mani, strette in quelle di Maria.
Mi sento la testa leggera, leggera. La luce aumenta.

I singhiozzi di Maria arrivano ad ondate nella mia testa. Vorrei restare qui con te Maria.

Il tuo pianto mi devasta. Come non mi era mai successo prima.

Le onde si allontanano.

Sempre più lontano.

Lontano.

Lontano.

Lontano.

Eccolo.
Il mare.

* in concorso al Premio Letterario Panchina 2008

Copyright Piero Mattei 2007

venerdì 9 novembre 2007

Parole in corsa

Ieri sera ho partecipato (come autore) alla premiazione del concorso "Parole in corsa", tenutasi a Roma in Via Prenestina 45.
La serata è stata presentata da Serena Dandini e alcuni racconti sono stati anche letti da Rolando Ravello.

Vi metto il link
al database dei racconti pervenuti (oltre 1700).

Il vincitore


Il vincitore della categoria juniores


In più, un racconto veramente divertente


Buona lettura.
Ciao
Piero

giovedì 1 novembre 2007

Marco Paolini - Il sergente

Un video tratto dallo spettacolo di Marco Paolini
Mi ha fatto piangere.
Grazie Marco.