martedì 1 aprile 2008

Racconto - La banda


Alex ce l’ha ancora la tromba. La suonava quando era ragazzo e faceva parte della banda. E quella non era una banda qualsiasi.
Era la banda del paese.
Il capo della banda si chiamava Finotti ed era tremendo. Quando facevano le prove, dopo aver suonato per dieci, venti minuti senza fermarsi, alla prima pausa passava vicino a ognuno di loro. Tu hai saltato il si, tu il re, tu hai stonato, tu hai saltato la battuta. Non avevano scampo.
Oggi è domenica, e stamattina, sotto casa, c’è una banda. Chissà se come è il capo. Di sicuro, Alex avrebbe potuto ascoltare un po’ di musica.
Sembra impossibile, ma per sentirne un po’ deve rubare qualche momento qua e là, al tempo che non basta mai.
La macchina, con tutta la radio, l’ha venduta. Con il suo stipendio a casa non se la potevano più permettere. In televisione ogni tanto si vede qualcuno che suona, ma l’apparecchio è monopolio dei figli durante il giorno e della moglie la sera. Qualche volta la notte Alex non dorme, per via di un dolore dietro la spalla sinistra. Così si alza, va piano piano in sala, mette la televisione al minimo e sintonizza su uno di quei canali che trasmettono musica giorno e notte. Poi si sdraia sul divano e si lascia cullare, fino ad addormentarsi.
Ultimamente, Alex e famiglia non se la passano proprio bene. La moglie è rimasta senza lavoro. Capirai, con due figli, chi la prende più? E lei, che ha lavorato sempre, da quando aveva quindici anni, sta per avere un esaurimento. Sono due anni che sta a casa e ce l’ha sempre con lui. Perché i soldi non bastano mai.
Lui invece ha un lavoro che non gli piace e uno stipendio piccolo piccolo.
Poco tempo fa, è andato a parlare con il suo capo. Lui lo ha fatto accomodare nel suo ufficio e gli ha fatto un discorsetto. L’azienda è in crisi, non è il momento di chiedere soldi. Persino lui, così ha detto, sono tre anni che non si cambia la macchina e sta pensando di vendere la sua villa al mare. Ad Alex tornano in mente i discorsi di crisi che si sentivano già dodici anni prima, quando iniziò a lavorare in quel posto.
Poi gli ha voluto lasciare un messaggio di speranza per il futuro, un gesto che Alex ha molto apprezzato. Le sue parole, più o meno, sono state queste: il lavoro è questo e lo stipendio pure. Se qualche cosa non ti va, la porta è aperta, puoi andartene quando vuoi. Poi, per essere sicuro che avesse capito bene il messaggio, gli ha fatto firmare una lettera di dimissioni con la data in bianco.
Alex ha ormai raggiunto anche qualche certezza. E trovare un altro lavoro? A quarant’anni sei un rudere. Non ti prende più nessuno. A meno che tu non voglia lavorare per qualche mese, a metà dello stipendio. E forse neanche così.
Ogni volta che gli viene da ripensare a questa cosa gli si riacutizza il dolore alla spalla. Ma oggi è domenica e, cascasse il mondo, stamattina Alex sentirà la banda. Così trova una scusa per la moglie e va su a godersi lo spettacolo.
Tanto sa già che avrà da ridire anche su questo.
Si piazza sul parapetto. Ci sono pure le majorettes. Guarda attentamente, per vedere se ce ne è qualcuna carina, magari come Linda, quella che era fidanzata con Roberto. La metà delle persone che li veniva a vedere lo faceva solo per le sue gambe. Poi lei camminava davanti a tutti, era la capitana.
Dov’è il trombettista? Eccolo. Però, è bravo, pensa. Anche se avrà si e no quattordici anni, se la cava bene.
Lui però non ce la fa. Si deve andare a prendere qualcosa per la spalla.
Si avvicina al portone del terrazzo per tornare in casa e una fitta lancinante gli lacera la schiena.
Non riesce a stare neanche in piedi. Istintivamente, si mette in ginocchio e si piega in avanti, sembra che così gli faccia meno male.
Resta qualche minuto così, ad aspettare che passi. Poi qualcosa gli tira la maglia da dietro, fino a strapparla e a farla cadere per terra.
Ora gli comincia a fare male anche l’altra spalla.
Alex si gira per guardare il muro, dove è proiettata la sua ombra. E resta di marmo.
Tre braccia. La figura sul muro ha tre braccia.
Si guarda le braccia e sono sempre due. Poi riguarda il muro e ce ne sono tre. Senza staccare lo sguardo da lì, si mette in piedi e prova a roterarle. Due si muovono, mentre la terza non si muove.
Oddio. Ancora quel dolore. Dietro la spalla destra ora. Alex si rimette in ginocchio.
Dopo qualche minuto, il dolore sparisce. L’ombra sul muro ora ha quattro braccia!
Alex scatta in piedi e si mette di fronte alla sua ombra.
Prova nuovamente a far ruotare le braccia. Due si muovono. Le altre due invece stanno ferme lì, come un cristo in croce.
Ho le allucinazioni, pensa. Oppure sono pazzo. Il pazzo si comporta come tale. Potrebbe scendere giù e con un coltello e fare a pezzetti piccoli piccoli la sua famiglia, spargendo gli schizzi di sangue su tutti i muri della casa. Oppure andare dal suo capo e fargli una bella presa d’aria sul davanti.
Magari mi passa, pensa. Me ne sto qui buono buono ad occhi chiusi, sperando che l’incubo finisca. Prova a convincersi che quello che ha visto potrebbe essere un effetto collaterale dei farmaci che si sta prendendo per la spalla.
Niente da fare.
Chiudiamola qui, pensa Alex. Prima di fare qualche casino.
Prende la rincorsa verso il parapetto del terrazzo e salta giù urlando.
Dall’alto del palazzo che dà sulla piazza, lo strillo di un animale ferito impietrisce prima il pubblico che affolla il marciapiede, poi le majorettes e poi tutta la banda. Tutti si fermano, con lo sguardo verso l’alto.
In quel momento, quello che sembrava uno strano volatile planò sopra la banda, che si accucciò per non essere investita, urlando a più non posso il suo verso:
“E’ BELLISSIMOOOOOOOOOOOO!!!!!!”

Copyright Piero Mattei 2007

mercoledì 19 marzo 2008

Limone e cioccolato racconto del mese di marzo 2008 su "Penna d'oca"!

Incredibile. Eppure qualche volta succede.

Capisco. Anche io non ci credevo. Eppure guardate questo link

Ah, dimenticavo. Se voleste leggerlo, il racconto è qui.
Ciao
Piero

sabato 15 marzo 2008

"Il sergente" diventa un libro e un DVD

"Il Sergente" di Marco Paolini diventa un libro e un DVD.

Da "la Repubblica" di oggi.

http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/sergente-paolini/sergente-paolini/sergente-paolini.html

venerdì 14 marzo 2008

Racconto - A pranzo da mamma


Odio guidare la macchina più di ogni altra cosa. Odio la coda al semaforo e guardare le faccie sconvolte delle altre persone. Non sopporto quelli che ti vogliono lavare i vetri già puliti e che ti sbattono in faccia pezzi di cartone, con sopra situazioni familiari degne di uno show televisivo pomeridiano.
Mamma è stata telegrafica. “Vieni, ti aspettiamo. Ciao.”
Certo. Avrei potuto trovare una scusa qualsiasi. Lavoro, impegni. Ci sarebbe voluto un attimo. L’ho fatto già altre volte.
Invece stavolta eccomi qua. Ormai sono fuori città. C’è un po’ di autostrada da fare. Cerco qualcosa alla radio. Anche se so che non c’è niente di interessante per me, oggi.
Sono sulla provinciale. Si cominciano a scorgere le colline. Ancora pochi minuti e vedrò il boschetto.
Marco, ma ti ricordi il rifugio? Stava proprio qui, vicino casa tua. A parte te e me, nessuno sapeva di quelle quattro tavole, inchiodate su quell’albero. Ma quanto c’è voluto, per scovare tutto quello che serviva? Dei mesi, credo. I chiodi e il martello ricordo che li abbiamo rubati a tuo padre.
E la scala? Abbiamo passato non so più quanti pomeriggi a provare a farne una. Era un’impresa impossibile. Ma come si fa? Con la corda? E chi è capace? Poi tu hai detto ci penso io, so come si fa. Ma piantala. Vabbè. Proviamo.
La tua scala si è rotta dopo aver salito due pioli. Poi l’hai chiesto a tua mamma, zia Anna. E ci ha pensato lei. Una cosa incredibile! Aveva cucito con dello spago dei pezzi di vecchi manici di zappa a quelle due corde.
Quando calavamo quella meraviglia dal rifugio sembrava di scendere da un elicottero, come nei vecchi film quando cercano di salvare qualcuno da un’inondazione.
Non smettevamo più di salire e scendere. Per un paio di giorni non abbiamo fatto altro.
Il paese è vicino. Ecco il canale. La chiusa dove andavamo a pescare. Ma ti ricordi quanto eravamo scemi? Pescavamo e buttavamo via il pesce. Osservare quei poveri esseri a terra spalancare la bocca e le branchie a scatti era troppo per noi. Dei bimbi rantolanti. Nessuno di noi due ha mai resistito. Il pesce tornava a nuotare dopo pochi minuti.
Gli altri favoleggiavano di tonnellate di pesce pescato senza problema. E noi zitti.
Ma come poteva uscire tutto quel pesce da quel canaletto? E soprattutto, chi lo aveva mai visto? Probabilmente anche gli altri ributtavano i pesci presi in acqua. Eravamo tutti dei veri pescatori, insomma.
Ecco il paese. C’è già la folla davanti la chiesa.
E quanto mi sto sentendo triste, ora.
Eccoti, Marco. Scusa, ma per ora faccio finta di non esserci. Non sono ancora pronto. Da te vengo dopo, mi dico. Dammi un’attimo. Il tempo per salutare qualcun’altro.
Il prete si scaglia contro le moderne mistificazioni della morte. Come Halloween. La morte è ben altra cosa. E oggi non so dargli torto.
Non posso credere che zia Anna non ci sia più. Era la più giovane e la più bella di tutti, in quella famiglia. Se ne è andata in due mesi. Come faccio a trovare un senso a tutto ciò?
L’abbraccio di Marco è fortissimo. E io non so cosa dire. Le sue lacrime mi inondano il viso. Andiamo.
Mentre l’operaio del cimitero chiude il loculo, anche le persone più disinteressate alla cosa smettono di parlare. Il rumore della cazzuola che gratta e reimpasta il cemento rimbomba in quelle quattro mura, affollate di foto e fiori.
Ciao Marco, magari ci si ritrova qualche altra volta, magari in un momento migliore di questo.
Come se poi il tempo per vederci esistesse veramente. Magari per raccontarci ancora del rifugio e delle pescate nel canale.
E’ finita. Si va a pranzo da mamma.

Copyright Piero Mattei 2007

martedì 4 marzo 2008

Racconto - Tamò *


Stamattina il giro tocca al postino nuovo.
Prende la sua bici e dopo un’oretta si addentra a Vico S. Vitale. Non essendo stati ancora inventati i citofoni, per richiamare l’attenzione delle persone destinatarie della posta, alza il viso verso i balconi del primo piano e chiama.
“Laurìa! Posta!”
Una folla si affaccia a tutte le finestre del vicolo.
“Chi Laurìa cercate?”
“Giuseppe!”

Delusa, la maggior parte delle persone rientra in casa, tranne Giuseppe, che scende e apre il portone, per ritirare la posta.
Ogni volta la stessa storia. Vico Laurìa. Così si dovrebbe chiamare.
Davanti l’ingresso del vicolo la mattina è un viavai di venditori ambulanti, donne che vanno al mercato. Sotto gli occhi degli anziani seduti sulle loro sedie impagliate, a contare le persone, specialmente i forestieri.
Ogni tanto arriva pure qualche Ape. L’unico mezzo motorizzato del paese. Si affaccia al vicolo, accosta e si ferma, spegnendo il motore. Poi l’autista scende, prende il carico da dietro e lo porta a mano dove serve. Nessuno si addentra mai nel vicolo se non a piedi, come a non voler violare il suo silenzio e la sua quiete.
Un piccolo viandante curvo su un bastoncino di canna cammina lentamente. A passi piccolissimi, strisciando i piedi per terra. Come a voler misurare la lunghezza di quel budello di pietra viva tra due case affacciate l’una sull’altra, dove gli odori e i rumori si mischiano.
Porta una giacca marrone, sopra ad una camicia a quadri. Un paio di scarpe consunte, con i lacci ormai mozzicati dall’uso. Sotto alla coppola verde un viso roseo, con poca barba e degli occhi chiarissimi. Guarda per terra e misura tutti i passi. Uno dopo l’altro. E sorride.
Una donna anziana si affaccia ad una delle finestre in fondo al vicolo.
“Tamò! Tamò!”
Tamò non risponde. Si ferma e, senza alzare la testa, alza il bastone curvo verso il cielo, come ad indicare un punto immaginario nel cielo. E’ il suo modo per dire eccomi, arrivo, non serve strillarmi. Non ho fatto niente. Dammi tempo.
Altri tre passi. Poi Tamò si ferma e con il bastone scansa dalla strada le cartacce. Come fa sempre. Quella è la sua strada da più di cinquant’anni e anche se qualcuno ci passa pensando di poterla usare quando vuole e farci quello che crede, resta la sua. Il Sindaco, lo chiama qualcuno.
Tutti lo trattano con rispetto, Tamò. Nessuno lo dice, ma quando rotea il bastone, qualche volta succedono cose strane. Inspiegabili.
Una volta stava camminando nel vicolo e una macchina lo tampinava dietro dietro. Un po’ suonando e un po’ dando delle accellerate a vuoto cercava di spaventarlo, di farlo spostare. Tamò roteò il suo bastone e la macchina si fermò, lì in mezzo alla strada. Il proprietario scese e cercò di farla ripartire, senza successo. Non ci fu verso. Dovette arrivare il meccanico del paese e lavorarci per due ore. Una cosa mai vista, disse presentando il conto al malcapitato molestatore della quiete di Vico S. Vitale.
Chi aveva le finestre che si affacciavano su quel vicolo lo sapeva e non si azzardava a farlo arrabbiare. Sapeva a cosa andava incontro.
Una volta addirittura litigò con Tonino, che aveva l’alimentari dopo casa di Lucia, a metà del vicolo, forse per un debito non pagato. Il giorno dopo entrò in quell’alimentari e nel momento preciso in cui mise piede oltre la soglia tutta la luce e tutte le apparecchiature elettriche del locale si spensero.
Tonino andò per riaccendere la corrente dall’interruttore, pensando fosse saltato. Ma lo trovò attaccato.
Tutte le apparecchiature bruciate. Tutte le lampade anche.
Tutto successe quella mattina di Aprile. Arrivò un signore ben vestito, che attraversò tutto il vicolo a passo svelto. Giunse al portone di Teresa, la sorella di Tamò.
Bussò. Teresa aprì.
“Buongiorno Terè.”
“Buongiorno Nicolì. Trasite.”

Nicolino invece di entrare si appoggiò con la mano destra allo stipite della porta ed iniziò a respirare con affanno.
“Aspettate un poco, Terè. Stongo malamente.”
“Oh Gesummio, Nicolì! Concetta! Concè! Concè!”
Teresa uscì di corsa di casa e andò a bussare anche lei alla porta accanto.
“Che è? Si asciuta pazza, Terè?” Concetta si era affacciata dalla finestra accanto.
“Gesummio Concè! Nicolino sta malamente!”
“Uaneme, Nicolino! Che vi sentite?”

Il povero Nicolino si era quasi seduto per terra e aveva chiuso gli occhi, sperando che quel malore, come era arrivato, se ne andasse. Inutile dire che Vico S. Vitale si trasformò in pochi secondi in un formicaio. Chi porgeva un bicchiere d’acqua, chi strillava, chi provava a farlo camminare.
Tamò, nel frattempo proseguiva, per la verità senza troppi patemi d’animo, verso la fine del vicolo. Con il suo passo da maratoneta, a mano a mano si avvicinava a quel rumoroso crocchio. E cominciava a volgere lo sguardo verso Nicolino.
“Nicolino sta malamente! Gesummio!” urlò disperatamente Teresa, rivolgendosi a Tamò, che finalmente giunse nei pressi del malcapitato.
Si fermò. Si tolse la coppola e la fece cadere a terra, scoprendo il capo completamente calvo. Chiuse gli occhi e sorrise.
Poi alzò il suo bastone e lo roteò per aria. A quel gesto, tutti si ritrassero, temendo un cataclisma di dimensioni bibilche.
Invece Tamò abbassò il bastone e lo posò sulla pancia di Nicolino, per qualche secondo.
Il malato smise di respirare per qualche secondo, sgranando gli occhi.
“Gesummio! Nicoli’. L’hai acciso!”
Mentre tutti ricominciavano a strillare, più forte di prima verso Tamò, Nicolino cominciò a tossire.
Tutti si girarono nuovamente verso Nicolino, che aveva ripreso colore e si guardava intorno, probabilmente chiedendosi il motivo di tutto quel mercato.
“Tamò. Maronna ‘ro carmene. Ma che tenete? A bacchetta maggica?” chiese Giuseppe, mentre Teresa Gesummio aiutava il malato a rialzarsi.
Tamò sorrise. Sembrava volesse dire qualcosa. Invece infilzò la sua coppola con il bastone e se la rimise. Poi entrò nell’uscio.
“Ciao Tamò”.
Luigino passò lì vicino con la bici, veloce. E’ un bravo ragazzino, Luigino. Quando passa vicino a Tonino lo saluta sempre. Da quella volta che stava su un motorino assieme ad un suo amico e gli passò a fianco, urlandogli contro.
Tamò roteò il bastone e il motorino si spense. Per sempre.

* finalista al Premio Letterario Nemo 2008


Copyright Piero Mattei 2007

giovedì 21 febbraio 2008

Racconto - La scritta sul muretto


Qualche volta, quando cerchi di ricordare un viso, un’espressione, la tua memoria fa cilecca. E più ti sforzi, più il viso che cerchi diventa un’immagine sfumata, dai contorni indefiniti. Ti vengono in mente altri visi, altre espressioni. Lo sforzo immane, alla fine, ti convince che il viso che cerchi è una cosa a metà tra due visi, oppure un incrocio tra un viso ed un’espressione.
Stamattina il tuo volto non ce l’ho. Mi manca, come mi mancavano le figurine per completare la collezione di giocatori, che poi non trovavo mai.
Poca gente, stamattina in spiaggia. Barche rovesciate, il moscone in secca. Gli ombrelloni aperti i bambini che giocano sul bagnasciuga, dove qualche anziano passeggia, in pantaloni bianchi e camicia a fiori.
E’ agosto, ma ormai il sole non mi scalda più come ha fatto fino a ieri.
Mi guardo intorno, cercando di trovare qualche cosa, una cosa qualsiasi, che mi ricordi qualcosa di te. Nulla. Tutto quello che resta qui di noi assieme è questa scritta sul muretto, fatta con il pennarello, fatta la prima sera che siamo usciti assieme, dopo esserci baciati. La leggo e la rileggo, cercando di vederci il tuo viso, tra i tratti incerti di inchiostro indelebile.
Qualcuno siederà qui al mio posto domani. E forse, riuscirà a vederci quello che io non riesco.
Prendo il cellulare e provo a mandarti un ultimo saluto. Vorrei dirti che ti rivedrò presto, che verrò a trovarti a casa tua, a Firenze, come ti ho promesso mille volte.
Non ho il tuo numero. Forse non l’ho mai avuto. Non so cosa chiedere al mio cellulare, per poterti scrivere, salutare, parlarti ancora una volta.
Forse anche questa volta sono stato vigliacco e ho avuto paura di innamorarmi. Forse ho cancellato l’unico legame che avevo con te, il tuo numero.
Quello che so è che ora non faccio altro che mandare messaggi a grappolo, a numeri che sembrano il tuo, sperando di convincere il caso che sono veramente innamorato. Anche se non lo voglio ammettere neanche a me stesso.
Un’altra possibilità. La voglio. La pretendo.
Basterebbe sentire la tua voce. Basterebbe per addolcire questa tristezza che mi sta mangiando vivo, che mi sta facendo respirare a fatica.
Nessuno mi salverà da questa giornata.
Rimarrei qui tutta la vita, se servisse a rivederti. O a risentirti. Perché so che prendere la macchina e farmi trecento chilometri di autostrada per tornare a casa senza ricordare il tuo viso potrebbe uccidermi.
Sbatto la testa sul muretto e piango.
Piango perché sono stato egoista e l’egoismo andrebbe abolito per legge. Andrò al bar e ordinerò una vodka. Poi un’altra, sperando che l’alcol riesca a cancellare questa mia voragine.
Dopo mi sdraierò qui sul muretto. Con la testa sulla nostra scritta.
Aspetterò che passi anche l’ultimo giorno al mare.

Copyright Piero Mattei 2007

domenica 10 febbraio 2008

Racconto - Limone e cioccolato *


Quanto ci vuole per percorrere cento metri?
La figlia di Giacinto abita a pochi isolati di distanza da lui. Eppure, cento metri tra la casa di un anziano solo e quella di sua figlia possono diventare dieci chilometri. Una famiglia di quattro persone ti mangia tutto il tempo possibile. Si sa come vanno queste cose. Alla fine, non ci si vede mai.
Quando poi arriva l’estate e sua figlia parte con tutta la famiglia per le vacanze Giacinto smette anche di dormire. La sua solitudine si dilata. Giornate caldissime e notti afose.
La sua Clara ormai da dieci anni è in viaggio. Giacinto la immagina così Clara. In viaggio, in giro per il mondo, a vedere quei posti che le sarebbe sempre piaciuto vedere ma che non ha mai potuto vedere. In Egitto, sotto le piramidi. Oppure a Parigi, seduta sul prato sotto la Torre Eiffel. Beata lei. Sempre in viaggio.
Giacinto ha deciso di non uscire di casa per tutto il giorno, almeno per quelle tre settimane nelle quali Antonella è in vacanza. Esce solo il pomeriggio tardi, quando l’asfalto rimanda solo un tenue calore e c’è quel bel venticello che ti rinfresca la faccia. Va al centro commerciale. Un posto bellissimo, dove c’è un gran bel fresco e c’è tanta gente allegra, tanti ragazzi abbronzati che scherzano e ridono. Lì c’è una bella panchina verde, vicino ad un’aiuola finta. A parte Giacinto e qualche suo coetaneo, le panchine non le usa più nessuno. Tanto che i gestori di un fast-food, che si trova davanti alle panchine, hanno pensato bene di occuparne mezza con la statua di un pupazzo giallo e rosso, gli stessi colori dell’insegna. Il pupazzo siede mollemente sulla panchina, con il sorriso ebete e la mano sinistra allungata sulla spalliera, come ad aspettare qualcuno che si sieda a fianco e che condivida la fatica di sembrare felice tutto il giorno e tutta la notte.
Qualche volta Giacinto si siede a fianco al pupazzo, per sentire l’illusione che quella statua voglia cingergli le spalle e avvicinare il suo viso al suo, per raccontagli qualcosa di inconfessabile, come fanno gli amici. Anche solo per commentare qualche minigonna un po’ troppo corta.
Alle sei e mezza, puntuale, Giacinto va al chioschetto dei gelati e si prende un cono al limone. A lui piacerebbe limone e cioccolato, ma ha smesso di prendere i due gusti insieme quando due ragazzi seduti ad un tavolo vicino, per farsi notare da due ragazze che li guardavano, l’avevano apostrofato brutalmente.
“Vecchio rimbambito! Che fai? Limone e cioccolato? Che schifo!”
Anche se il gestore del chiosco l’aveva mandati via a male parole, Giacinto aveva deciso che da quel momento in poi l’accostamento lo avrebbe fatto comunque, ma a modo suo. Un giorno limone, l’altro cioccolato.
Dopo aver letto il quotidiano che il padrone del chiosco dei gelati conserva per lui fino alla sera, Giacinto si avvia verso casa. Alle otto c’è il telegiornale e quello è un appuntamento al quale non sarebbe mancato per nulla al mondo. Una volta, prima del telegiornale davano le previsioni del tempo. Ora non più. Come se a nessuno interessasse più sapere che tempo fa il giorno dopo. A pensarci bene, cosa volete che interessi a chi si deve comunque alzare per portare i figli a scuola e andare a lavorare di corsa se piove o no?
Giacinto si prepara la sua cena. Un po’ di brodo, una scatoletta, un po’ di frutta. Le sue finanze non gli consentono di riempirsi lo stomaco come vorrebbe. Cosi’ qualche sera si fa un po’ di brodo in più, per zittire quel brontolio fastidioso.
Un sonnellino sulla poltrona. Poi, verso le undici, comincia la lunga attesa del mattino. Giacinto ha imparato a riconoscere tutti i rumori della notte. Il rumore della macchina del figlio di Assunta, che torna la notte con lo stereo altissimo e lo spegne prima di imboccare la via che lo porta a casa, nell’appartamento sotto al suo. Il rumore del treno, che si sente in lontananza passare, verso le tre. Infine il fracasso infernale del camion della spazzatura, che annuncia la fine della notte, verso le sei di mattina.
Giacinto la notte la passa sulla sua poltrona. Ogni tanto fa un sonnellino, di qualche minuto. Il resto del tempo lo passa guardando un po’ la televisione e leggendo. Soprattutto leggendo. E’ un divoratore di libri, giornali, riviste. Qualsiasi manufatto in carta contenente delle parole scritte lo incuriosisce e lo attira verso la scoperta e la lettura. Libri ne ha tantissimi e li ha letti tutti. Ogni tanto qualcuno gliene regala uno e lo rende l’uomo più felice del mondo. Adora i libri di fantascienza.
Ma quello che si ritrova a leggere più spesso sono le riviste usate, che gli altri inquilini del palazzo, ben conoscendo le sue abitudini, gli regalano a pacchi.
Cosi’ il suo salotto è diventato una specie di edicola di riviste usate, che lui ordina per data, meticolosamente. Una volta lette e rilette, le impacchetta per bene e le porta alla raccolta della carta.
Sonia è la sua vicina di casa. Abita sul suo stesso pianerottolo. Una donna russa, sulla sessantina. Fa la badante ad una donna immobilizzata. Esce tutte i pomeriggi verso le cinque e torna la mattina, appena dopo il camion della spazzatura. E’ una donna grande e grossa. Di una bellezza di quelle di una volta. Si vede che nella vita non ha mai fatto diete, né ginnastica.
Una donna sana, come erano sane le donne della sua infanzia e come era sana la sua Clara.
Un sorriso cortese e dei modi spicci. Poi, quell’italiano stentato, quel dare del tu a tutti, che la rende ancora più particolare.
Giacinto, tutti i giorni alle cinque e tutte le mattine alle sei si affaccia alla finestra della cucina e guarda in strada, per vederla.
Lei, che ormai lo sa, alza gli occhi verdi verso la finestra. E attende il suo immutabile “Buongiorno Sonia” o “Buon lavoro, Sonia”.
Certo, lei invece aveva tutta un’altra mentalità. E’ capitato qualche volta che Giacinto sia andato di malincuore a bussare alla sua porta. Una volta, ad esempio, era rimasto senza riviste. Conoscendo le abitudini di Sonia, ha aspettato pazientemente che arrivasse mezzogiorno per bussare alla sua porta.
Lei gli ha aperto ed era in camicia da notte.
“Giacinto! Come stai? Che succede?”
Giacinto snocciolò d’un fiato la frase che si era preparato dalla mattina.
“Buongiorno Sonia. La prego di scusarmi se la disturbo a quest’ora. Volevo chiederle, se per lei non è troppo disturbo, se per caso aveva delle vecchie riviste che non le servono più. Sa, io la notte la passo a leggere e…”
“Si che ce l’ho. Vieni dentro, siediti. Te le prendo.” fece lei, facendosi da parte sulla porta per farlo entrare.
“Grazie. Lei è molto gentile, come sempre. Preferirei rimanere qui sulla porta, se non le dispiace.”
“Ma vieni dentro, Giacinto! Che fai su porta?”
“La prego, non voglio crearle disturbo. Aspetto qui.”

Figuriamoci! Entrare in casa di una donna sola. Per di più in camicia da notte! Che avrebbero pensato i vicini?
Poi lui era comunque un uomo sposato. O almeno, si riteneva ancora tale. Perché Clara era in viaggio e prima o poi sarebbe tornata. E come le avrebbe potuto spiegare che aveva bussato a mezzogiorno a casa di Sonia? E che lei gli aveva aperto in camicia da notte? E che lui, con la scusa delle riviste, era entrato in casa sua? Clara gli avrebbe mai creduto?
Quella mattina, successe che Sonia, rientrando, non vide Giacinto alla finestra, per la prima volta dopo mesi e mesi. Le ritornò in mente che tempo addietro si era sentito male, per uno sbalzo di pressione.
Non perse tempo e salì di corsa le scale. Bussò alla sua porta.
Giacinto le aprì. Aveva una faccia cerulea e un soffio di voce. Parlava a tratti e faticava a respirare.
“Buongiorno Sonia. Mi scusi se non l’ho salutata prima… ma non mi sento molto bene oggi… sono rimasto in poltrona… non ce la faccio neanche a stare in piedi.”
Lei non perse tempo.
“Giacinto, mettiti seduto che ti misuro pressione” e mentre gli diceva cosi’ gli prese le mani e lo fece sedere sulla poltrona. Poi estrasse rapidamente l’apparecchio per misurare la pressione dalla borsa.
Che mani calde, aveva Sonia. A Giacinto le vennero in mente le mani di Clara.
“Settanta-novanta” disse Sonia, togliendosi lo stetoscopio.
“Prendi medicine per pressione?” chiese preoccupata.
“No… il dottore mi ha detto che non mi servono ancora…”
Giacinto fece una pausa più lunga e riprese fiato.
“Le posso chiedere una cortesia, lei che è così gentile… mi dà una mano ad alzarmi… mi preparo un caffè ben zuccherato e mi sentirò meglio… ”
“Ma cosa ti prepari caffè!” lo rimproverò Sonia. “Io ti preparo caffè! Tu stai su poltona e non ti muovere!”
Giacinto, un po’ perché era parecchio tempo che non veniva rimproverato da qualcuno, un po’ perché non sapeva che cosa dire, se ne stette zitto e buono.
Dopo qualche minuto e una bella dose di caffeina e zucchero, aveva ripreso la voce ed il colore.
“Sonia, non so come ringraziarla. Mi scusi ancora se le ho fatto perdere tutto questo tempo. So che lei è stanca e deve riposare. Mi scusi ancora”
“Ma stai scherzando? Stai bene adesso? Sicuro?”
“Si. Sto bene adesso.”
“Dopo torno a vedere se stai bene.”

Fu così che quella mattina, rivide Sonia per ben due volte. E lei tutte e due le volte rimase a chiacchierare con lui per qualche minuto, per vedere che effettivamente stesse bene e non si nascondesse dietro alla sua timidezza e alla sua gentilezza.
Giacinto riprese il suo ritmo normale e la sua routine giornaliera.
Qualche giorno dopo, a mezzogiorno in punto, bussò alla porta di Sonia.
“Giacinto! Stai bene? Tutto a posto?”
“Buongiorno Sonia. Sto benissimo, grazie.”
“Ti serve qualcosa?”

Giacinto prese fiato e disse tutto quello che doveva dire a raffica. E se qualche vicino avesse sentito, pazienza.
“Sonia, io sono in debito con lei. Sarei molto felice di poterla invitare a pranzo. Oggi.”
Sonia rimase qualche secondo in silenzio, cercando di metabolizzare rapidamente quello che aveva appena sentito.
“Giacinto! Ma… certo. Certo. Vengo a pranzo a casa tua!” disse alla fine sorridendo. “Dammi solo qualche minuto e vengo da te.”
Giacinto tornò a casa sua e dopo venti, interminabili, eterni, stramaledetti minuti, sentì bussare.
Giacinto non dovette precipitarsi. Era già in piedi dietro alla porta. Aprì.
Un bel vestito celeste. Un paio di orecchini vistosi, che incorniciavano il viso bianco e rosso. Le labbra lucide di un rossetto appariscente rimandavano un sorriso da togliere il fiato. Giacinto la riconobbe solo dopo qualche secondo.
Clara era in viaggio. Quando sarebbe tornata, lo avrebbe perdonato.
“Posso entrare?”
“Si. Si. Certo!”
fece Giacinto, imbarazzato.
Nel soggiorno, il tavolo era apparecchiato in modo impeccabile. Non c’era neanche una rivista in giro.
“Si accomodi, la prego.” disse lui, indicandole la sua poltrona. “La pasta è quasi cotta”
Lei si sedette e lui sparì in cucina. Dopo un minuto, riemerse con aria soddisfatta e andò verso di lei.
“Sonia, mi perdonerà. Non vorrei sembrarle sfacciato. Mi sono permesso…”
Giacinto porse un bel mazzo di fiori di campo a Sonia, che ringraziò imbarazzata.
“Anche io ho qualcosa” disse lei, infilando le mani nella borsa.
Estrasse una piccola busta bianca e la diede a Giacinto.
La faccia di Giacinto passò dal bianco, al rosa, al rosso in pochi secondi.
“Grazie. Santo cielo! Grazie, non si doveva disturbare! Lei è troppo gentile!”
L’imbarazzo lasciò presto il posto alla curiosità.
“Posso aprire?”
“Però mi prometti una cosa”
rispose lei, con aria di sfida.
“Che cosa?”
“Basta dare lei. Lei. Lei. Sonia e basta.”
“Va bene. Sonia e basta.”

Giacinto sorrise ed estrasse un pacchettino dalla busta bianca. Una piccola confezione di gelato sciolto.
Due gusti. Limone e cioccolato.

Copyright Piero Mattei 2007


* Racconto del mese di marzo 2008 su "Penna d'oca"

sabato 26 gennaio 2008

C'è sempre una prima volta!

Capisco che molti di voi, scrittori di lungo corso, di questi momenti ne abbiano provati tanti. Ma lasciatemi godere la mia prima volta!

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Gent.mo Sig. Mattei,



la Commissione designata a selezionare i racconti e le poesie che hanno avuto libero accesso alla partecipazione al premio Letterario Panchina, ha scelto il suo racconto dal titolo “La luce"



La sua opera verrà presentata la sera del 2 aprile 2008 a Bologna, presso il Circolo Mazzini, Via Emilia Levante 6 .



La serata prevede l'introduzione dell'opera attraverso un profilo dell'autore da parte del presentatore Eraldo Turra (dei Gemelli Ruggeri) e quindi la lettura del racconto da parte di un attore professionista, Filippo Plancher.

Il pubblico in sala, dopo aver ascoltato la lettura di tutti i lavori, voterà e i primi due passeranno direttamente alle finali di maggio che designeranno, sempre tramite votazione del pubblico, il vincitore, ovvero chi verrà pubblicato su Il Resto del Carlino.



Il suo racconto è già online sul sito www.premioletterariopanchina.it
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PS se vorrete intervenire, mi farà enormemente piacere!
Ovviamente!
Ciao
Piero

domenica 20 gennaio 2008

Marco Paolini torna su LA7

Marco Paolini torna su LA7 per un nuovo spettacolo in diretta.
Lo spettacolo si chiama “Album d’Aprile” e andrà in onda dal “Fillmore” di Cortemaggiore (PC).

Leggi l'articolo

Imperdibile.
Ciao

venerdì 11 gennaio 2008

Il rogo alla Thyssen

Una tragedia immane. E vera. Da la Repubblica di oggi.
Se pensate di aver letto cose agghiaccianti fino ad ora non avete letto questo articolo

http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html

Per oggi non credo riuscirò a fare altro.