lunedì 1 ottobre 2007

Racconto - Alin


“Allora, quanto vi ci vuole per fare una cassetta di pomodori?”.
Rahid urla sempre. “Che vi paghiamo a fare? Sta arrivando il capo, datevi una mossa. Per la dieci dobbiamo aver finito, c’è un altro campo di pomodori da fare”.
Io sono Alin. Sono venuto in Italia da Albania a lavorare. Cinque euro a giorno.
“Ehi tu, albanese di merda, la prossima volta che ti vedo in piedi ti caccio a calci. Hai capito? Hai capito?”
Rahid parla con me. Voglio lavorare. Non ho risposto e mi sono rimesso giù.
Arriva una macchina.
“Rahid, come va stamattina?”
Il capo è italiano. Sembra uno di quelli di televisione quando stavo a casa, sempre elegante. Ha bella macchina grande e parla sempre telefono.
“Capo, tutto bene qui. Siamo un po’ in ritardo ma stiamo recuperando. Per le dieci finiamo e ci spostiamo.”
“Va bene, chiamo Vito e gli dico che per le dieci viene con il camion”. Il capo fa altra telefonata.
Viene camion tutto sporco di terra si avvicina al campo. “Chi ha finito venga qui”, urla Rahid.
Io finito. “Rahid, me ne vado. Ci vediamo oggi”. Il capo va via.
Devo chiedere ora soldi ad Rahid, ora che c’è capo. Corro. “Rahid, mi servono soldi”.
Rahid mi guarda e non risponde. Non ascolta.
“Rahid, mi servono soldi!” gli strillo.
“Che cazzo vuoi? I soldi te li ho già dati!”
“Devi dare ancora trenta euro.”
“Ma non rompere il cazzo. Non ti ti devo dare niente”
“Che succede?” Capo è tornato indietro a vedere che succede.
“Questo albanese di merda vuole soldi senza lavorare”
“Ah, bravo. Qui prima si lavora, poi si chiedono i soldi. Non funziona cosi’ anche da voi?”
“Io lavorato, ma Rahid non dato tutti soldi”
“Non dire stronzate. Noi paghiamo sempre tutti. Ora mettiti in fila, che devi salire sul camion.”
Io voglio soldi. “Rahid deve dare trenta euro”
“Ancora? Vattene”.
Corro verso capo, gli prendo il braccio.
“Che cazzo fai?” urla Rahid.
Sento forte botta sulla testa.
“Ma che cazzo fai Rahid? L’hai ammazzato…”
“Questo gia rompeva il cazzo da due giorni. Lo dovevo mandare via subito. Albanesi di merda…”
“Vabbè, non perdiamo tempo. Prendi le pale dal camion, chiama due o tre uomini e fai sparire tutto… guarda qua, mi ha sporcato pure la giacca! Merda!”
“Vito, tira giù le pale. Facciamo un po’ di pulizia.”
Perché mi buttate dentro buca? Io no morto, non mi mettere sotto terra. Sento macchina di capo che va via. Non mi buttate terra… non respiro…



Copyright Piero Mattei 2007

Racconto - La cravatta


L’odore del sigaro era insopportabile. Eppure Max era un ex-fumatore, aveva fumato Nazionali esportazione per quindici anni, ma niente, il toscano gli ha sempre dato il voltastomaco.
Nello specchietto retrovisore, il sigaro appariva e spariva, mentre quel tassista lo roteava da un lato all’altro della bocca. I fumatori non sono gente altruista, anzi, in questo sono orgogliosamente egoisti.
Max decide che in quel momento l’odore nauseabondo è l’ultimo dei suoi problemi. Si guarda le scarpe, un laccio più lungo e uno più corto. Poi si guarda i bottoni della camicia. Che strani, chissà quanto tempo era passato dall’ultima volta che si era messo una camicia senza cravatta. Erano almeno otto anni, da quando aveva comprato la prima cravatta da solo, senza l’amorevole ed invadente consulenza di Cristina. Da quel giorno la cravatta era diventato il simbolo del cambiamento e non era mai più uscito senza, neanche la domenica a pranzo da mamma.
Ma quella mattina era partito di corsa senza cravatta e quindi la sua vita stava per cambiare strada nuovamente. Di quello che si accingeva a fare non sapeva niente nessuno. Né Cristina, né i suoi. Max aveva deciso che questa volta avrebbe fatto di testa sua. Nessun ripensamento. Max già stava pensando al momento in cui, quella sera, avrebbe rivisto Tommy.
Tommy era uno determinato. Quando lo conobbe, al liceo, gli era piaciuto subito. Era uno che se si mette in testa una cosa, la porta in fondo. Qualunque cosa. Gli piaceva la ragazza più bella della scuola. Tommy, guarda che quella è una che va con quelli con i soldi. Dove vai tu, che non hai neanche la bici? Sembrava che per lui le cose facili non avessero senso. Doveva ogni volta buttare giù un muro con la cerbottana. Inutile dire che dopo qualche mese di corte spietata, fatta di regalini, bigliettini, scritte sui muri, Cristina capitolò. Un grande Tommy.
Come quando mi disse che voleva imparare a suonare la chitarra. La chitarra? Ma quella cosa che se ci metti le dita sopra non tira fuori una nota neanche se ti spari, che ti serve un maestro che ti fa due palle cosi’ con il solfeggio prima di insegnarti il giro di do? Forse per quando avrai trent’anni ce l’avrai fatta, gli dissi.
Manco a dirlo, Tommy dopo un anno non solo aveva imparato a suonare, ma aveva convinto anche Tommy ad imparare a suonare qualcosa. Tommy aveva scelto la batteria, perché pensava fosse più facile, niente note, niente spartiti, invece… Alla fine avevano messo su un gruppo, niente male. Basso, chitarra, batteria e voce. Cristina alla voce.
Ma poi il tempo e le vicende della vita avevano fatto il loro corso. Il papà di Tommy si era trasferito a Londra e Tommy con lui. Il gruppo era finito e Tommy ogni tanto tornava giù a trovare i vecchi amici. Max si era laureato e aveva trovato un bel lavoro da impiegato in una grande azienda.
“C’è un po’ di traffico stamattina, ci sono i lavori!” disse mister toscano, sbirciando dallo specchietto. “Eh, questi lavori non finiscono mai”, rispose Max. Chissenefrega dei lavori, pensò. Mai come quella mattina il tempo non aveva alcun peso. Che bello non avere i minuti contati, non dover calcolare al millimetro l’uscita di casa e la strada migliore da percorrere per non arrivare tardi al lavoro.
Lavoro. Lavoro. Questa parola ormai gli rimbombava vuota dentro la testa. Che strano, un giorno ti trovi in un posto, con diecimila cose da fare per la testa, la rana dalla bocca larga che ti sbraita contro che sei in ritardo, che le cose che servono oggi servono subito, come quelle di ieri dell’altro ieri… dopo una settimana ti arriva una telefonata.
Quella telefonata. “Max, ora voglio te. E’ fatta!” “Ma dai!!!” “Senti, lo sai che sono uno di parola, se ti dico di venire!”. Tommy è uno determinato, se decide di fare una cosa prima o poi ci riesce. Tra una settimana iniziano le prove e a Tommy gli prudono le mani. Tocca le bacchette infilate nello zaino. Poi riguarda il suo biglietto di sola andata per Londra. Da oggi Max è il nuovo batterista dei Black Woodies.


Copyright Piero Mattei 2007

domenica 30 settembre 2007

Racconto - Facile


Marco, ormai con te ho perso tutte le speranze. Ti ho cresciuto, ti ho insegnato tutto e sei l’unica persona a cui tengo veramente. Volevo fare di te una persona capace, ambiziosa. Ma ho fallito. E la colpa è mia. Non si può ricavare la cioccolata dalla merda. Tu sei un palmo sotto gli altri. Dovrò farmene una ragione”.
Questo era quello che si sentiva dire Marco da quel vecchio. La cioccolata dalla merda.
Da quando aveva quattro anni, quando era andato in adozione, dopo la morte dei genitori. Marco aveva deciso che vent’anni di quel supplizio sarebbero potuti bastare a chiunque. Figuriamoci a lui.
La soluzione ai suoi problemi aveva un nome. Anzi, per la precisione, un soprannome.
Non ti preoccupare Marco, se vuoi risolvere questo problema vieni da me. Conosco gente che per mille euro ammazza la mamma”, gli aveva detto il Drago.
Sarebbe stato molto facile. Molto facile.
L’ora del Drago era arrivata, per gli ultimi dettagli. Martedi’ pomeriggio.
La Golf bianca del Drago era fresca di lavaggio. “Marco, dovrai fare esattamente come ti dico. Sabato sera, fai tutto come sempre. Ti prepari, esci, vai all’Hash e ci passi la serata. Dopodiché te ne vai un po’ in giro, vai a fare colazione al mare, ti metti a prendere il sole in spiaggia, fai quello che ti pare. Quando deciderai di tornare a casa, avrai già saputo notizie del vecchio dalla televisione”.
Marco, cercava di inghiottire quel poco di saliva che gli era rimasta, senza riuscirci. “E’ l’unico modo che hai per non essere invischiato in questa storia. La polizia ti cercherà subito, lo sai.
Marco non sarebbe tornato indietro. Per quella situazione vedeva solo una via d’uscita. Avanti fino alla fine. Qualsiasi cosa sarebbe stato meglio di rivedere quella faccia.
Ogni mattina.
Sabato, ore tre del mattino. La Micra verde di Marco esce dal parcheggio dell’Hash. Marco ha vomitato, dopo il secondo cocktail.
Sta male, Marco. Dolori di stomaco e angoscia amplificata dall’alcol.
“Voglio andare a casa.
No. Devo tornare domani pomeriggio.
Ok, mi fermo a mangiare qualcosa.
No, vado al mare e dormo fino mattina.
Voglio andare a casa.
Voglio andare a casa.”

Alla fine, la Micra si dirige verso il mare e si ferma al parcheggio. Vicino a lui, un paio di macchine con i vetri appannati. Marco reclina un po’ il sedile e si rilassa. Poi accende la radio e inizia a scorrere rapidamente le stazioni.
Arrivano tutte assieme. Cinque o sei macchine e si parcheggiano dietro alla Micra.
La radio comincia a trasmettere un notiziario, finalmente.
Il vetro dello sportello a sinistra di Marco scoppia.
“Bastardo, scendi!”. Una decina di mani lo trascinano giù dalla macchina. “Ti piace guardare, eh? Ti facciamo passare la voglia, guardone del cazzo!”. Un dolore lancinante all’inguine, poi un diluvio di calci alle costole, in faccia. Dopo alcuni interminabili minuti Marco non sente più niente.
Il sole è già alto. Marco si tocca. Che dolore. Il sangue gli impiastra la faccia. Con tutte le sue forze prova ad alzarsi.
“Che sfiga.
Speriamo che almeno il vecchio non ci sia più.
Devo chiamare il Drago.
Come sto male. Sto per morire”.

Qualcuno si ferma. Dopo mezz’ora, un’ambulanza lo porta via.
“Che cazzo ci facevi in quel posto?”.
Marco fa un balzo sul letto.
Il vecchio è fermo sulla porta della camera. Con un moto di pietà guarda quello che resta di Marco. “Certo che ne hai prese…”.
“… e se l’è vista brutta!” dice il dottore entrando. “Ha quattro costole fratturate, varie ecchimosi… ma niente che non si possa guarire. A te è andata bene, a quei tre che hanno portato stanotte…”
“Ma chi, quelli che sono usciti di strada sul cavalcavia con la Golf bianca? Io sono passata di là stamattina… non so se sono riusciti a portarli interi in ospedale, quei poveri ragazzi…” fa un infermiera, avvicinandosi al dottore.
Una suora si fa il segno della croce, e si allontana.



Copyright Piero Mattei 2007