Capisco che molti di voi, scrittori di lungo corso, di questi momenti ne abbiano provati tanti. Ma lasciatemi godere la mia prima volta!
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Gent.mo Sig. Mattei,
la Commissione designata a selezionare i racconti e le poesie che hanno avuto libero accesso alla partecipazione al premio Letterario Panchina, ha scelto il suo racconto dal titolo “La luce"
La sua opera verrà presentata la sera del 2 aprile 2008 a Bologna, presso il Circolo Mazzini, Via Emilia Levante 6 .
La serata prevede l'introduzione dell'opera attraverso un profilo dell'autore da parte del presentatore Eraldo Turra (dei Gemelli Ruggeri) e quindi la lettura del racconto da parte di un attore professionista, Filippo Plancher.
Il pubblico in sala, dopo aver ascoltato la lettura di tutti i lavori, voterà e i primi due passeranno direttamente alle finali di maggio che designeranno, sempre tramite votazione del pubblico, il vincitore, ovvero chi verrà pubblicato su Il Resto del Carlino.
Il suo racconto è già online sul sito www.premioletterariopanchina.it
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PS se vorrete intervenire, mi farà enormemente piacere!
Ovviamente!
Ciao
Piero
sabato 26 gennaio 2008
domenica 20 gennaio 2008
Marco Paolini torna su LA7
Marco Paolini torna su LA7 per un nuovo spettacolo in diretta.
Lo spettacolo si chiama “Album d’Aprile” e andrà in onda dal “Fillmore” di Cortemaggiore (PC).
Leggi l'articolo
Imperdibile.
Ciao
Lo spettacolo si chiama “Album d’Aprile” e andrà in onda dal “Fillmore” di Cortemaggiore (PC).
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Imperdibile.
Ciao
venerdì 11 gennaio 2008
Il rogo alla Thyssen
Una tragedia immane. E vera. Da la Repubblica di oggi.
Se pensate di aver letto cose agghiaccianti fino ad ora non avete letto questo articolo
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html
Per oggi non credo riuscirò a fare altro.
Se pensate di aver letto cose agghiaccianti fino ad ora non avete letto questo articolo
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html
Per oggi non credo riuscirò a fare altro.
domenica 16 dicembre 2007
Racconto - L'amico di Marco

Pino smise di parlare. Fece un tiro profondo di sigaretta e trattenne il fiato, chiudendo gli occhi. Come a voler assorbire tutto il potere calmante della nicotina.
“Come te lo devo dire che io non ne sapevo niente. Guarda che ho messo la testa a posto. Stavolta ho fatto le cose per bene, te lo giuro. Come non le ho mai fatte. Ho aperto un bell’ufficio, assunto una segretaria, messo sotto contratto un broker…”
Diede un’occhiata all’orologio della macchina. Poi guardò fuori, quel freddo pomeriggio di Novembre. Discuteva con Marco da più di un ora. A memoria sua, non ricordava di aver mai avuto altrettanta pazienza. Decise che quel ragazzino avrebbe dovuto capire quanto la situazione fosse seria. E Pino sapeva essere convincente, quando c’era bisogno.
Lo prese per la gola, con una mano, schiacciandolo verso il finestrino della Mercedes, fino quasi a strozzarlo. La sua voce roca era calma, risoluta.
“Trentamila euro. Hai capito? TRE-NTA-MI-LA! Quei soldi mi servono. Subito. Se sei abbastanza vivo per ascoltarmi in questo momento è solo perché se muori nessuno potrà darmi quei soldi. Hai capito? HAI CAPITO?”
Il suo viso, segnato da una cicatrice sotto l'occhio destro, non lasciava trasparire alcuna emozione. Con l’età aveva imparato a controllare i propri istinti violenti.
Pino decise che il colloquio poteva considerarsi concluso. Lasciò andare il collo di Marco.
"Scendi. Ci vediamo domani sera qui. Con i soldi".
La Mercedes di Pino ripartì sgommando, allontanandosi nella nebbia, verso la tangenziale. Marco si toccò istintivamente il collo, deglutendo, come a verificare che tutto fosse al suo posto. Poi si avviò di corsa verso la sua utilitaria, componendo nervosamente un numero al cellulare.
Si diresse fuori città, nel quartiere dormitorio verso la collina.
Sconvolto, Marco guidava e provava disperatamente a chiamare qualcuno al telefono. Sei, sette, otto volte.
"Il numero da lei chiamato..."
Al decimo tentativo, Marco tirò infuriato il telefono contro il cruscotto.
Dopo una decina di minuti, parcheggiò di fronte ad un condominio di nuova costruzione. Arrivò di corsa al citofono. Affannato, iniziò a leggere in sequenza i nomi, scorrendoli con il dito. "Farelli, Farelli, Farelli... Eccolo!". Iniziò a suonare ripetutamente. "Rispondi... rispondi, bastardo! RISPONDI!!!"
Nessuna risposta. Al colmo della disperazione, scaricò tutta la sua rabbia contro il portone, prendendolo a calci. Si sedette per terra in lacrime, appoggiando la schiena al muro.
Mentre Marco stava cercando di capire quale sarebbe potuta essere la sua prossima mossa, in un paese vicino due donne, sedute al tavolino di un bar, chiacchieravano sottovoce.
“Allora, è una settimana che ti rincorro. Non te ne vai se non mi racconti tutto!”
Carla rise di gusto, a quelle parole. Giulia le aveva già detto che era come se avesse conosciuto un’altra persona, completamente diversa. Gioiosa, ironica, ottimista.
Non che Carla non fosse già una persona positiva di suo, intendiamoci. Ma tra la Carla delle vacanze in Sicilia e la Carla che sedeva davanti a Giulia, in quel bar del centro, c’era una differenza. Sostanziale.
Di questa cosa, se ne erano accorti, nell’ordine, oltre a Giulia, il barista, i passanti e i muri del bar.
Era felice. Finalmente felice.
“Allora? Sto aspettando!” fece Giulia, fingendo scherzosamente un rimprovero e sgranando gli occhi.
“Prima prendiamoci un tè. Sto morendo di freddo!”. Carla si fregò le mani. Poi le mise davanti alla bocca e le riscaldò con il suo respiro.
Dopo qualche minuto, Giulia era presa a spiegare il motivo per il quale preferiva il tè alle erbe aromatiche invece di quello al mirtillo. Carla, con il viso assorto, appoggiato tra le mani e i gomiti sul tavolino, decise di calare l’asso.
“E’ uno di Roma”.
“Di Roma?” Giulia sgranò gli occhi e cominciò ad inzuppare ritmicamente la bustina di tè alle erbe aromatiche nella tazza fumante, non perdendo neanche per un secondo di vista le espressioni della sua interlocutrice.
“E come l’hai conosciuto?”
“E’ una cosa un po’ complicata. Te la ricordi Antonella, quella ragazza che canta nel coro?”
“Quella biondina, con i capelli cortissimi?”
“Si, lei. Insomma. Senti la scena. Era sabato mattina. Esco di corsa da casa per andare da mia madre. Mentre mi avvio alla macchina, mi sento chiamare a gran voce. Ma chi è questa cafona che urla, penso. Dall’altra parte della strada, davanti alla pasticceria, c’era lei. Mi giro e la vedo che mi saluta con tutte e due le mani e poi mi fa segno di andare da lei.
Non faccio in tempo ad arrivare che mi fa -Carla, ti voglio presentare il mio ragazzo.
Mentre sto stringendo la mano a questo tipo, che non ricordo neanche come si chiama, pensa un po’ quanto l’ho trovato interessante, l’occhio mi va su un altro ragazzo, un paio di metri più indietro, che parla al telefono. Appena lo vedo penso: e questo chi è?”
“Allora, la pianti? Mi dici chi è e soprattutto come è?”
“No no, devi aspettare che finisca di raccontarti tutto. Mentre sto li’, imbambolata a guardare questo ragazzo, Antonella capisce la situazione e mi anticipa.
-Ah, Carla, dimenticavo! Questo è Lucio-
Mi avvicino e gli tendo la mano. Lui si gira verso di me e mi guarda negli occhi, continuando a raccontare al telefono di un gruppo che aveva visto la sera prima al pub vicino al porto. Mi guarda e mi riguarda. Trenta, quaranta secondi. E non mi stacca gli occhi di dosso.”
“Mamma mia! E poi?”
“E poi mi sorride e chiude la telefonata.
– Carla – gli faccio io, guardandolo fisso negli occhi.
- Lucio. E’ veramente una giornata splendida, non trovi? – mi fa, stringendomi la mano con tutte e due le sue.”
“Con tutte e due le mani?”
“Che ti dico? Se fosse stato qualcun altro a presentarsi in quel modo, mi sarei ritratta. Non so spiegarti perché. Ma in quel momento mi aspettavo che accadesse proprio quello. Ho sentito che qualche cosa stava per succedere. Il cuore voleva uscire dalla camicetta a farsi un giretto!”
Carla si fermò, per sorseggiare un po’ di tè.
“Che fai? Racconta, dai! Com’è? E’ biondo, è moro, è giovane, è zoppo… me lo dici?”, incalzò Giulia.
“Un attimo! Mi si stava freddando il tè! Guarda. E’ moro, corporatura normale, non muscoloso. Ha un pizzetto ben curato e porta un minuscolo orecchino con un teschio all’orecchio destro. E poi...”
Carla fece un sospiro, chiudendo gli occhi.
“E poi?”
“Poi ha una voce così sexy... è profonda, impostata, sembra quella di un attore. E’ il cantante di un gruppo heavy-metal, questo l’ho saputo dopo…”
“Dopo quando?”
“Quella domenica stessa. Abbiamo parlato un po’, poi sono andata da mia madre. Al pomeriggio, Antonella mi ha chiamato, chiedendomi se avessi dei programmi o ci saremmo potuti vedere tutti e quattro al porto.”
“E tu? Già ti vedo! - Mi dispiace, la sua richiesta non è accettabile. Ho degli impegni improrogabili-”, disse Giulia, imitando ironicamente una segreteria telefonica.
“Si. Come no. Neanche ha finito di parlare, che gli ho detto –Ci dovrei pensare un attimo… a che ora ci vediamo?-“
"Ma proprio un attimo!"
Giulia e Carla risero di cuore, fino alle lacrime.
Carla bevve l’ultimo sorso di tè. Poi sorrise e scosse la testa. “Ogni volta mi ritrovo incredula a riflettere su come una persona sola possa riempirti la vita in questo modo. Come possa farti vedere tutto da un altro punto di vista, facendo sembrare i tuoi problemi piccoli piccoli.”
“A proposito di problemi”, cambiò discorso Giulia “come è andata con quella finanziaria?”
“Lasciamo perdere, guarda” il tono di Carla cambiò bruscamente. “Che ti devo dire? Mio padre ha detto che quei soldi li avrebbe riavuti. Con ogni mezzo. Ma fino ad ora…”
“Certo, a pensare che con Marco siamo cresciuti assieme… non ci si può fidare proprio di nessuno.”
“Già. Non affrontiamo questi discorsi che mi intristisco.” Carla fece un gesto con la mano, come a scacciare via i pensieri che la infastidivano. “Non ti ho raccontato della casa di Lucio! Abita vicino al mare!”
“Ma dai!”
Giulia e Carla ordinarono altri due tè. E se la raccontarono tutta, quel pomeriggio.
Qualche giorno dopo. Domenica mattina.
“Come mi sta?”
Carla si gira, aggiustandosi il foulard davanti a Lucio.
“Meravigliosamente, direi”
“Ma tu non ti compri niente?”
“Non ho ancora deciso, faccio un giro nel reparto uomo”
Al di fuori dello stesso negozio arriva Marco a piedi, ansimante. Si guarda in giro, cercando di capire se c’è qualcuno che lo segue.
Cerca di darsi un aria dignitosa, aggiustandosi i capelli ed entrando anche lui nel negozio.
Nel bar di fronte, un uomo sta seduto ad un tavolino e osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“E’ qui. Nel negozio di abbigliamento di fronte al bar degli artisti. La dritta era giusta. A dopo”.
Marco si dirige verso il bancone all’ingresso. L’uomo dietro al bancone lo accoglie con un sorriso.
“Marco! Chi non muore si rivede!”
“Ciao Franco. Ho bisogno di te”, fa Marco, visibilmente agitato.
“Che succede?”
“Non è il momento. Trovami un posto in cui stare.”
Franco è un vecchio amico di Marco. Sa come affrontare certe situazioni, per esserci trovato dentro con tutti i piedi. Più di una volta. La prima cosa da fare è sbrigarsi. Il perché ed il come saranno affrontati al momento giusto.
“Ci penso io. La vedi quella porta? Dietro c’è una scala che porta giù al magazzino. E’ un posto abbastanza grande e dispersivo, pieno di posti in cui nasconderti. Vai. Ti vengo a cercare io, al momento giusto.”
Marco sparisce dietro la porta. Dopo qualche secondo, Lucio e Carla arrivano al bancone e posano i loro acquisti vicino alla cassa.
“Bello quel giubbotto. Ti sta proprio bene!”
“Sono proprio contento, erano mesi che lo cercavo. Proprio questo, fatto proprio cosi’.”
“Questi giubbotti vanno tantissimo, quest’anno” commenta Franco, mentre fa il conto. “Blu marine, con il pellicciotto. Ecco qua. Sono seicentoventi euro”.
“Carta”, fa Lucio, dando la Visa a Franco.
Poi si gira e dà una carezza sul viso di Carla.
“Me lo metto subito. Non resisto!”“Ma dai!” fa Carla, ridendo.
“Non ci credi?”
Lucio estrae dalla busta il giubbotto con e se lo infila.
“Ecco qua. Pronto!”
“Arrivederci!”
“Arrivederci!”
Lucio e Carla escono sorridenti dal negozio. Dal fondo della strada, una moto, con due persone a bordo, si avvicina lentamente all’ingresso del negozio.
Lucio si ferma a frugarsi le tasche, cercando le chiavi della macchina.
La moto si avvicina ai due. Il passeggero allunga la mano verso la faccia di Lucio. Due esplosioni. La moto schizza via veloce.
Lucio cade in una pozza di sangue sull’asfalto. Carla comincia ad urlare disperata, mentre la gente accorre.
Nel bar di fronte, l’uomo seduto al tavolino osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“Ok, Pino, tutto a posto. Ciao”. L’uomo del bar di fronte chiude la comunicazione. Si alza e si allontana.
Approfittando della confusione, Franco scende a chiamare Marco.
“Qui fuori è successo un casino. Hanno ammazzato uno. C’è la polizia. Esci da quella porta laggiù. C’è un furgone che sta portando della roba ad un magazzino fuori città. Nasconditi li’.”
Marco obbedisce. Si abbottona per bene il suo giubbotto blu con il pellicciotto e si infila nel furgone.
Nel frattempo, in strada, la polizia sta facendo i rilievi. Arriva il questore.
“Chi è?”
“Lucio Farelli”
“Ma chi? Farelli… quello della finanziaria?”
“Si. Proprio lui.”
Copyright Piero Mattei 2007
mercoledì 5 dicembre 2007
100 anni fa, la tragedia di Monongah - da "la Repubblica"
100 anni fa, la tragedia di Monongah
(5 dicembre 2007)
Era il 1907 quando nella città del West Virginia a causa di una deflagrazione morirono almeno 362 minatori:171 erano italiani. E tanti bambini
di Mario Calabresi, corrispondente di Repubblica da New York
(a cura di Matteo Pucciarelli)
Leggi l'articolo
(5 dicembre 2007)
Era il 1907 quando nella città del West Virginia a causa di una deflagrazione morirono almeno 362 minatori:171 erano italiani. E tanti bambini
di Mario Calabresi, corrispondente di Repubblica da New York
(a cura di Matteo Pucciarelli)
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mercoledì 28 novembre 2007
Racconto - Zaino tattico

Tommy si stiracchia. Volge lo sguardo alla finestra semiaperta, da dove sale il brusio del traffico. Oggi è il grande giorno. Ed è già in ritardo. Piomba nel bagno come una furia, esce, prende i vestiti e va in cucina. Mentre si abbottona la camicia prende il succo d’ananas e lo beve direttamente dal brik. Chiavi. Cellulare. Zaino tattico. Di corsa alla macchina. Cazzo. Oggi no. La multa no. Si avvicina alla vigilessa, le strappa il blocchetto delle multe dalla mano e le dà una spinta, facendola cadere per terra. Poi sale in macchina e fugge di corsa. Brutta zoccola. Sono sempre le donne a farmi la multa.
Tommy trova subito parcheggio sotto l’ufficio. Buon presagio. Esce e chiude la macchina.
“Tommy!”, fa una voce familiare alle sue spalle.
“Giada! Che cazzo ci fai qui?”
“Lavoro qui. Oggi è il mio primo giorno.”
“No! Ma è fantastico! Dopo essere stati compagni di università diventiamo anche colleghi di lavoro. Sarà un segno del destino?”.
“Non lo so, se c’entra il destino o meno. Ma questa volta una vocina mi dice che saremo solo colleghi. Ne sono sicura.”
“Mamma mia, come sei! E chi ti ha detto niente. E poi, fossi in te, non ne sarei cosi’ sicura. Caffè?”
“Va bene. Offro io.”
Giada e Tommy entrano in azienda. Giada si ferma in portineria, mentre Tommy entra spedito.
Claudio sta leggendo la posta mentre squilla il telefono. Interna. “Ciao Claudio, possiamo fare due chiacchiere?”. “Quando vuoi Tommy, oggi non mi muovo.”
Tommy entra e chiude la porta. Si siede sulla morbida poltrona degli ospiti del suo capo, posando lo zaino tattico ai suoi piedi.
“Allora, che succede?” fa Claudio, sdraiandosi sullo schienale.
“Succede che è ora di mettere le carte in tavola” lo gela Tommy.
“In che senso?”
“Senti, io e te non siamo mai andati d’accordo, per via di te e Giada. Abbiamo lavorato assieme tanto e ho dovuto sopportare da te tanti di quei soprusi che non so come ho fatto a resistere fino ad ora. So che per il nuovo progetto mi vuoi mettere in cantina, a fare le fotocopie. Beh, questa lettera è per te.”
Tommy si alza in piedi, estrae dallo zaino tattico una busta chiusa e la lancia sulla scrivania. Claudio non muove un muscolo.
“Vedi, il problema è anche un altro. Non solo mi hai rubato la donna, ma l’hai assunta al mio posto. Non ti pare un po’ troppo?”
Tommy infila la mano nello zaino tattico. Estrae la pistola col silenziatore e la punta in faccia a Claudio. Due piccoli rumori e il suo sorrisetto ironico si pietrifica sotto il rigagnolo di sangue che scende dalla fronte, mentre Tommy soddisfatto chiude la porta e si avvia all’ascensore. Finito. Che grande giornata, oggi!
mercoledì 14 novembre 2007
Racconto - La luce *

Noooo! Perchè proprio ora? Proprio ora che stavo sognando il mare! Non mi succedeva da tanto tempo!
“Ciao” mi sussurra Maria, finendo di alzare la serranda.
Io chiudo le palpebre, cercando di far abituare gradualmente i miei occhi alla luce. Quando li riapro guardo fuori dalla finestra. C’è un buon odore di caffè. Ne berrei volentieri un po’.
E’ una giornata splendida. Proprio come me la immaginavo, come avrei voluto che fosse.
“Claudio, Tonino sta salendo”. Maria mi regala un altro dei suoi sorrisi, stropicciandosi gli occhi. La guardo e cerco di ricambiare. Le poche rughe che il tempo è riuscito a disegnarle sulla fronte non fanno altro che aggiungere fascino a quel viso dolcissimo. Ti amo Maria. Non credo di avertelo mai detto abbastanza. Se potessi, te lo direi ancora oggi. E domani.
“Ciao Claudio”, fa Tonino, sorridendomi. L’ho conosciuto al liceo e siamo rimasti amici da allora. Ne abbiamo fatte tante, assieme. Abbiamo preso strade diverse, io sono andato a fare l’insegnante, lui il medico. Ma come fai, gli dicevo. Ma che razza di mestiere ti sei scelto? Il dottore? Ma non ti stuferai di sentire persone sofferenti? Ma soprattutto gente sanissima che dovrai convincere di non essere ammalata? Ma quando ti diverti? Vieni assieme a me! Facciamo gli insegnanti, vuoi mettere? Tutti i giorni assieme a tanti ragazzi pieni di vita. La loro energia che ti spinge a tutta velocità in avanti, verso il futuro.
Ma lui niente. Questa è una missione, mi diceva. Questo mestiere non si fa per sé stessi. Si fa per gli altri. Voglio fare il missionario.
Vabbè. Contento tu. Cosi’ abbiamo continuato a litigare negli anni su chi fosse più contento del proprio lavoro. Io ero contento dei miei ragazzi. Ma il tuo entusiasmo per il mestiere di medico era traboccante. Un entusiasmo contagioso.
Nonostante anche io facessi un lavoro a servizio degli altri, cominciavo a sentirmi un po’ egoista, rispetto a te. Capivo che avrei potuto fare di più, ma non sapevo come.
Cosi’ me lo hai suggerito tu. Se vuoi puoi fare volontariato. E’ una cosa bellissima e gratificante. Lo fai solo per gli altri. E cosi’ ho fatto. Sono stati anni faticosi, ma non me ne pento. Ho conosciuto tanta gente che mi ha voluto bene. Sicuramente io non ho saputo dimostrare altrettanto affetto verso di loro.
E poi ho conosciuto Maria, la mia Maria, che faceva la volontaria come me. E’ come se il destino avesse voluto ripagarmi del mio impegno, facendomela incontrare. E la vita ha finalmente cominciato ad avere un senso anche per me. Venticinque anni insieme e due figli. Ne abbiamo fatta di strada.
Mentre sono immerso nei miei ricordi, Tonino ha apparecchiato silenziosamente i suoi attrezzi sul tavolinetto vicino al letto, sotto lo sguardo attento di Maria. Si stanno dicendo un sacco di cose sottovoce. Chissà cosa si stanno dicendo. Devo dire che in fondo non me ne importa nulla. So quello che devo sapere e questo mi basta.
Maria non distoglie lo sguardo dalle mani sapienti di Tonino, che lavorano lentamente.
Dopo qualche minuto, Tonino viene verso di me, con il viso teso, come non lo ho mai visto.
“Io sono pronto. E tu?”
Io sbatto le palpebre, in segno di assenso.
Maria fa il giro del letto e mi dà un lungo bacio sulla fronte. Le sue lacrime scendono dolcemente dal suo viso al mio.
Poi si siede, sorridendo e asciugandosi con le dita.
“Claudio, ora chiudi gli occhi. Riposati.” – mi sussurra Tonino.
Obbedisco e chiudo gli occhi. Ma è come se vedessi tutto quello che succede intorno a me. Tonino prende la siringa e la infila nel tubo della flebo. Preme dolcemente lo stantuffo, fino in fondo.
Ancora sento il calore del sole sulle mani, strette in quelle di Maria.
Mi sento la testa leggera, leggera. La luce aumenta.
I singhiozzi di Maria arrivano ad ondate nella mia testa. Vorrei restare qui con te Maria.
Il tuo pianto mi devasta. Come non mi era mai successo prima.
Le onde si allontanano.
Sempre più lontano.
Lontano.
Lontano.
Lontano.
Eccolo.
Il mare.
* in concorso al Premio Letterario Panchina 2008
Copyright Piero Mattei 2007
venerdì 9 novembre 2007
Parole in corsa
Ieri sera ho partecipato (come autore) alla premiazione del concorso "Parole in corsa", tenutasi a Roma in Via Prenestina 45.
La serata è stata presentata da Serena Dandini e alcuni racconti sono stati anche letti da Rolando Ravello.
Vi metto il link
al database dei racconti pervenuti (oltre 1700).
Il vincitore
Il vincitore della categoria juniores
In più, un racconto veramente divertente
Buona lettura.
Ciao
Piero
La serata è stata presentata da Serena Dandini e alcuni racconti sono stati anche letti da Rolando Ravello.
Vi metto il link
al database dei racconti pervenuti (oltre 1700).
Il vincitore
Il vincitore della categoria juniores
In più, un racconto veramente divertente
Buona lettura.
Ciao
Piero
giovedì 1 novembre 2007
Marco Paolini - Il sergente
Un video tratto dallo spettacolo di Marco Paolini
Mi ha fatto piangere.
Grazie Marco.
Mi ha fatto piangere.
Grazie Marco.
martedì 16 ottobre 2007
Racconto - Nonno Maurizio ed il juke-box

Nonno Maurizio sta seduto nel suo scantinato in collina. In estate è l’unico posto dove un povero vecchio come lui riesce a sfuggire al caldo. Se ne sta spesso da solo, Maurizio. Le sue storie e i suoi ricordi ormai non interessano più a nessuno. Chi non mi vuole non mi merita, pensa. Solo un essere vivente ogni tanto scende a trovare Nonno Maurizio. Il nipote Gianmaria, un bimbetto di sei anni.
Gianmaria. Ogni volta che lo chiamava, Nonno Maurizio non poteva fare a meno di chiedersi che razza di nome aveva questo bambino. E come lui, tanti altri bambini avevano nomi altrettanto bizzarri.
Ma quei nomi semplici di una volta, Tommaso, Gianni, Marco, non li usa più nessuno?
Quel pomeriggio, Gianmaria sta giocando con uno di quegli aggeggi elettronici. Suoni, musichette sintetiche, rumori di pulsanti di plastica che si muovono continuamente.
L’arsura si fa sentire e Nonno Maurizio beve pigramente un sorso d’acqua. Poi chiude gli occhi, per goderne il fresco scorrere fino allo stomaco.
Dopo aver posato il bicchiere, Nonno Maurizio guarda in alto, sull’armadio dello scantinato, dove ci sono delle cose dimenticate da tempo. Il suo occhio si posa su uno di quegli attrezzi che usava anche lui quando andava al mare da bambino. Un secchiello verde. A fianco c’è una paletta dello stesso colore. Che strano. Ora che ci pensa, Maurizio non riesce più a ricordare da quando non vede più un bimbo giocare con paletta e secchiello.
A fatica, si alza dalla sedia e, a piccoli passi, si avvicina all’armadio. Prende il secchiello e istintivamente ne guarda il contenuto.
Con sua grande sorpresa, scorge sul fondo della sabbia. Lo avvicina al viso e fa un respiro profondo, per sentire l’odore del mare. Ma nel secchiello quell’odore non esiste più da tempo, anche se a lui pare di sentirlo.
“Cos’è quello, nonno?”
Gianmaria guarda Nonno Maurizio con gli occhi pieni di curiosità. Poi si alza e si avvicina.
“Lo senti?” fa Nonno Maurizio a Gianmaria, avvicinando il secchiello al viso del bambino. “Lo senti l’odore del mare?”
Gianmaria inspira l’aria. Poi fa spallucce. “Io non sento proprio niente, nonno” e guarda il nonno con aria interrogativa.
Già. Non si sente nessun odore. Nonno Maurizio dovette ammetterlo anche a sé stesso.
“E poi il mare puzza, non odora”. Gianmaria chiude il discorso, risedendosi a giocare con il suo odioso congegno in mano.
Anche Maurizio si risiede. Come un cercatore d’oro, gira e rigira quel secchiello in mano, facendo scorrere quel milligrammo di sabbia sul fondo tondeggiante. Poi ne prende un pizzico tra il pollice e l’indice e rotea i polpastrelli, per sentirne le consistenza. Quella sabbia l’avrebbe riconosciuta anche senza vederla, solo a sentirne lo scorrere leggero tra le dita. Sicuramente quella era la sabbia della spiaggia di Sabaudia.
Su quella spiaggia, Maurizio ci era sempre andato. Quando era piccolo, assieme al fratello, al papà e alla mamma. Di quella sabbia ne aveva vista tanta.
Giocare con quella sabbia era la cosa più bella che un bambino avesse potuto desiderare. E l’estate, su quella spiaggia spesso c’era anche papà. Le buche fino a trovare l’acqua, che papà faceva cosi’ profonde che Maurizio c’entrava in piedi. E i castelli, che il mare si divertiva a spianare appena finiti.
Gli anni erano passati, scanditi dai ricordi legati a quella spiaggia, anno dopo anno. Fino all’estate più bella della sua vita.
Quella scintillante estate del millenovecentoottanta. Un'estate dalle giornate infinite, iniziate tardi, con un ciao mamma vado al mare. La bicicletta da donna e l'asciugamano sulla sella.
Al chioschetto del campeggio, c’era un juke-box. Appena arrivati, prima di scendere in spiaggia, Maurizio ed i suoi amici compivano il rito propiziatorio del primo disco della giornata. Quando la scelta toccava a Maurizio, la giornata iniziava sempre con la maestosa voce di Sting, che raccontava di un messaggio in bottiglia. Ci sarebbe potuta essere una scelta migliore?
La spiaggia di Sabaudia. Diciotto chilometri di sabbia, a destra il mare e a sinistra il lago. In fondo un enorme promontorio color smeraldo che piomba su mare, spiaggia e lago. Il Circeo. Una cosa sconvolgente. E' come se qualcuno avesse deciso di piazzare un enorme masso, qualcosa di completamente estraneo al paesaggio, per farlo contemplare dalla battigia.
Gli asciugamani a disegnare due porte: a quanto arriviamo? a dieci? Va bene. Poi, a dieci, qualcuno immancabilmente urlava "Recupero! Recupero!". Poi Tommaso prendeva un secchio e cominciava a fare gavettoni.
Un gelato all'ombra per finire la giornata. E il martellante attacco di batteria di "My sharona" cominciava a far dondolare le teste.
"Qualche volta andiamo a Punta Rossa in bici?", chiedeva sempre Maurizio, guardando il Circeo. "Ma sei matto? E chi ce la fa?" era il coro di risposta.
Prima che tutti inforcassero le bici per tornare a casa, l’ultimo disco della giornata spesso era la canzone logica dei Supertramp, cantata in quel modo inarrivabile. "Oh ragazzi, ci facciamo una doccia e ci vediamo alla base dopo cena".
Che serate. Senza una lira.
"Forza, svuotate le tasche, che servono le sigarette!"
"No, passa dritto qua, non ho niente."
"Ma dai, sei sempre il solito pidocchio."
Alla fine, non si sa come, Gianni riusciva a comprare le sigarette. "Queste sono per dopo!". Peccato che venti sigarette, erano due giri. Ma c'erano le bici, e il dopo era il campeggio.
Ma quanto erano belle, le ragazze di Roma? Simpatiche e spontanee. E poi parlavano, parlavano, ridevano. Non ti saresti mai stancato di stare con loro. E ce ne era una che solo il nome già ti stendeva. Il giorno che l’ha conosciuta Maurizio l'ha guardata e ha sentito quegli occhi verdi penetrarlo da parte a parte.
"Ciao, io sono Elena".
Ha fatto un passo indietro, Maurizio, per non essere sopraffatto da tanta bellezza. Non aveva mai conosciuto una ragazza con un nome così bello e austero. Elena.
Gli altri dicevano che quella Elena era un po’ svitata, che parlava sempre di libri, che raccontava di strane storie sul mare e sull’amore. “Mamma mia, che palle” sentenziava Gianni.
Solo Maurizio aveva capito che quegli occhi verdi aspettavano solo qualcuno da guardare e quelle storie cercavano solo qualcuno che le ascoltasse.
Passava delle ore a parlare con lei e non importava cosa dicesse, l'importante era che lo guardasse negli occhi. Lui era uno studentello di un istituto tecnico, mentre lei studiava lettere antiche all'università. Tommaso si divertiva a chiamarlo continuamente, cercando di allontanarlo da lei: “Maurizio, facciamoci una partita a biliardino!” “Dai Maurizio, che c’è una che ti vuole conoscere!”
Ma lui niente. Non avrebbe mollato Elena neanche se lo avessero portato via di forza.
"Si chiude!!! Fuori gli estranei!!"
“Le undici e mezza! Già?” Maurizio ogni sera, sgranava gli occhi e faceva sempre la stessa domanda ad Elena, che si faceva una risata di cuore, come solo lei sapeva fare.
Poi, con la sua mano piccola e affusolata, lei gli dava una carezza sui capelli ricci.
Peppino, il custode del campeggio era inflessibile. Tutti fuori. "Ciao Elena a domani." E lei gli dava la buonanotte con un bacio sulla guancia. Dopo quello sarebbe potuto arrivare a Rimini, con la sua bici da donna.
Ma bastava arrivare alla base. E’ presto, che si fa? "Facciamo una partitella!" E si facevano le due, le tre. Un profumo di pane e di pizza cominciava ad uscire dal forno di Cesare. "Dai Cesare, facci un testo di pizza, dai, Cesare, dai…". Cesare li adorava, era come se fossero figli suoi, lui non ne aveva. E che cosa era quella pizza alle tre e mezza del mattino, con quella fame.
Maurizio aveva quindici anni. Ogni sera alle dieci precise andava al chioschetto del campeggio assieme ad Elena ed infilava cinquanta lire nel juke-box. Come il comandante di una flotta immaginaria impegnata in una battaglia navale, Maurizio guardava la sua bella negli occhi e dettava le coordinate per colpire.
K…6!
"E guardo il mondo da un oblo'...".
A Maurizio piaceva Gianni Togni. Anche ad Elena, colpita al cuore e affondata ogni sera da quei versi. Nella ruota del juke-box c'erano tanti dischi, ma quella canzone sarebbe rimasta nella sua memoria a ricordare quei mesi bellissimi e spensierati.
Una lacrima trascina via la vista di quel piccolo pezzo di spiaggia. Prima che un singhiozzo gli tolga il respiro, Nonno Maurizio si alza e va alla finestra, per non farsi vedere.
Sereno. E’ ormai la quarta estate che non piove. Le colline sono tutte riarse dal sole e dagli incendi. Ogni primavera, un nuovo residence prende il posto di un prato, o di un bosco.
È pomeriggio e si è alzata la solita brezza. Dal fondo della valle arriva un odore forte, di pesce marcio. La puzza di mare, come la chiama Gianmaria.
Oltre le colline, il promontorio del Circeo si vede appena. Una piccola isola. La spiaggia è stata ingoiata dal mare quattro anni fa, così tutti i campeggi ed i paesi della costa. Gli abitanti si sono rifugiati in collina.
Il mare fa paura, ora.
“Perché piangi, nonno?”
“Hai ragione tu Gianmaria”, dice Nonno Maurizio tra le lacrime.
“Il mare puzza. Ora.”
Nonno Maurizio si risiede. Ma di staccare lo sguardo dalla finestra non se ne parla. Chissà dove sarà ora Tommaso, che faceva i gavettoni. E dove sarà Gianni, che si inventava i soldi per le sigarette.
Ed Elena? Dove sarà ora Elena?
Il comandante Maurizio chiude gli occhi. Infila cinquanta lire nel juke-box della sua memoria.
Poi riarma la sua flotta immaginaria.
Per colpire ancora.
Per provare a suonare ancora quella canzone di un milione di anni fa.
K…6!
Bel colpo, comandante.
“E guardo il mondo da un oblò…”
Gianmaria. Ogni volta che lo chiamava, Nonno Maurizio non poteva fare a meno di chiedersi che razza di nome aveva questo bambino. E come lui, tanti altri bambini avevano nomi altrettanto bizzarri.
Ma quei nomi semplici di una volta, Tommaso, Gianni, Marco, non li usa più nessuno?
Quel pomeriggio, Gianmaria sta giocando con uno di quegli aggeggi elettronici. Suoni, musichette sintetiche, rumori di pulsanti di plastica che si muovono continuamente.
L’arsura si fa sentire e Nonno Maurizio beve pigramente un sorso d’acqua. Poi chiude gli occhi, per goderne il fresco scorrere fino allo stomaco.
Dopo aver posato il bicchiere, Nonno Maurizio guarda in alto, sull’armadio dello scantinato, dove ci sono delle cose dimenticate da tempo. Il suo occhio si posa su uno di quegli attrezzi che usava anche lui quando andava al mare da bambino. Un secchiello verde. A fianco c’è una paletta dello stesso colore. Che strano. Ora che ci pensa, Maurizio non riesce più a ricordare da quando non vede più un bimbo giocare con paletta e secchiello.
A fatica, si alza dalla sedia e, a piccoli passi, si avvicina all’armadio. Prende il secchiello e istintivamente ne guarda il contenuto.
Con sua grande sorpresa, scorge sul fondo della sabbia. Lo avvicina al viso e fa un respiro profondo, per sentire l’odore del mare. Ma nel secchiello quell’odore non esiste più da tempo, anche se a lui pare di sentirlo.
“Cos’è quello, nonno?”
Gianmaria guarda Nonno Maurizio con gli occhi pieni di curiosità. Poi si alza e si avvicina.
“Lo senti?” fa Nonno Maurizio a Gianmaria, avvicinando il secchiello al viso del bambino. “Lo senti l’odore del mare?”
Gianmaria inspira l’aria. Poi fa spallucce. “Io non sento proprio niente, nonno” e guarda il nonno con aria interrogativa.
Già. Non si sente nessun odore. Nonno Maurizio dovette ammetterlo anche a sé stesso.
“E poi il mare puzza, non odora”. Gianmaria chiude il discorso, risedendosi a giocare con il suo odioso congegno in mano.
Anche Maurizio si risiede. Come un cercatore d’oro, gira e rigira quel secchiello in mano, facendo scorrere quel milligrammo di sabbia sul fondo tondeggiante. Poi ne prende un pizzico tra il pollice e l’indice e rotea i polpastrelli, per sentirne le consistenza. Quella sabbia l’avrebbe riconosciuta anche senza vederla, solo a sentirne lo scorrere leggero tra le dita. Sicuramente quella era la sabbia della spiaggia di Sabaudia.
Su quella spiaggia, Maurizio ci era sempre andato. Quando era piccolo, assieme al fratello, al papà e alla mamma. Di quella sabbia ne aveva vista tanta.
Giocare con quella sabbia era la cosa più bella che un bambino avesse potuto desiderare. E l’estate, su quella spiaggia spesso c’era anche papà. Le buche fino a trovare l’acqua, che papà faceva cosi’ profonde che Maurizio c’entrava in piedi. E i castelli, che il mare si divertiva a spianare appena finiti.
Gli anni erano passati, scanditi dai ricordi legati a quella spiaggia, anno dopo anno. Fino all’estate più bella della sua vita.
Quella scintillante estate del millenovecentoottanta. Un'estate dalle giornate infinite, iniziate tardi, con un ciao mamma vado al mare. La bicicletta da donna e l'asciugamano sulla sella.
Al chioschetto del campeggio, c’era un juke-box. Appena arrivati, prima di scendere in spiaggia, Maurizio ed i suoi amici compivano il rito propiziatorio del primo disco della giornata. Quando la scelta toccava a Maurizio, la giornata iniziava sempre con la maestosa voce di Sting, che raccontava di un messaggio in bottiglia. Ci sarebbe potuta essere una scelta migliore?
La spiaggia di Sabaudia. Diciotto chilometri di sabbia, a destra il mare e a sinistra il lago. In fondo un enorme promontorio color smeraldo che piomba su mare, spiaggia e lago. Il Circeo. Una cosa sconvolgente. E' come se qualcuno avesse deciso di piazzare un enorme masso, qualcosa di completamente estraneo al paesaggio, per farlo contemplare dalla battigia.
Gli asciugamani a disegnare due porte: a quanto arriviamo? a dieci? Va bene. Poi, a dieci, qualcuno immancabilmente urlava "Recupero! Recupero!". Poi Tommaso prendeva un secchio e cominciava a fare gavettoni.
Un gelato all'ombra per finire la giornata. E il martellante attacco di batteria di "My sharona" cominciava a far dondolare le teste.
"Qualche volta andiamo a Punta Rossa in bici?", chiedeva sempre Maurizio, guardando il Circeo. "Ma sei matto? E chi ce la fa?" era il coro di risposta.
Prima che tutti inforcassero le bici per tornare a casa, l’ultimo disco della giornata spesso era la canzone logica dei Supertramp, cantata in quel modo inarrivabile. "Oh ragazzi, ci facciamo una doccia e ci vediamo alla base dopo cena".
Che serate. Senza una lira.
"Forza, svuotate le tasche, che servono le sigarette!"
"No, passa dritto qua, non ho niente."
"Ma dai, sei sempre il solito pidocchio."
Alla fine, non si sa come, Gianni riusciva a comprare le sigarette. "Queste sono per dopo!". Peccato che venti sigarette, erano due giri. Ma c'erano le bici, e il dopo era il campeggio.
Ma quanto erano belle, le ragazze di Roma? Simpatiche e spontanee. E poi parlavano, parlavano, ridevano. Non ti saresti mai stancato di stare con loro. E ce ne era una che solo il nome già ti stendeva. Il giorno che l’ha conosciuta Maurizio l'ha guardata e ha sentito quegli occhi verdi penetrarlo da parte a parte.
"Ciao, io sono Elena".
Ha fatto un passo indietro, Maurizio, per non essere sopraffatto da tanta bellezza. Non aveva mai conosciuto una ragazza con un nome così bello e austero. Elena.
Gli altri dicevano che quella Elena era un po’ svitata, che parlava sempre di libri, che raccontava di strane storie sul mare e sull’amore. “Mamma mia, che palle” sentenziava Gianni.
Solo Maurizio aveva capito che quegli occhi verdi aspettavano solo qualcuno da guardare e quelle storie cercavano solo qualcuno che le ascoltasse.
Passava delle ore a parlare con lei e non importava cosa dicesse, l'importante era che lo guardasse negli occhi. Lui era uno studentello di un istituto tecnico, mentre lei studiava lettere antiche all'università. Tommaso si divertiva a chiamarlo continuamente, cercando di allontanarlo da lei: “Maurizio, facciamoci una partita a biliardino!” “Dai Maurizio, che c’è una che ti vuole conoscere!”
Ma lui niente. Non avrebbe mollato Elena neanche se lo avessero portato via di forza.
"Si chiude!!! Fuori gli estranei!!"
“Le undici e mezza! Già?” Maurizio ogni sera, sgranava gli occhi e faceva sempre la stessa domanda ad Elena, che si faceva una risata di cuore, come solo lei sapeva fare.
Poi, con la sua mano piccola e affusolata, lei gli dava una carezza sui capelli ricci.
Peppino, il custode del campeggio era inflessibile. Tutti fuori. "Ciao Elena a domani." E lei gli dava la buonanotte con un bacio sulla guancia. Dopo quello sarebbe potuto arrivare a Rimini, con la sua bici da donna.
Ma bastava arrivare alla base. E’ presto, che si fa? "Facciamo una partitella!" E si facevano le due, le tre. Un profumo di pane e di pizza cominciava ad uscire dal forno di Cesare. "Dai Cesare, facci un testo di pizza, dai, Cesare, dai…". Cesare li adorava, era come se fossero figli suoi, lui non ne aveva. E che cosa era quella pizza alle tre e mezza del mattino, con quella fame.
Maurizio aveva quindici anni. Ogni sera alle dieci precise andava al chioschetto del campeggio assieme ad Elena ed infilava cinquanta lire nel juke-box. Come il comandante di una flotta immaginaria impegnata in una battaglia navale, Maurizio guardava la sua bella negli occhi e dettava le coordinate per colpire.
K…6!
"E guardo il mondo da un oblo'...".
A Maurizio piaceva Gianni Togni. Anche ad Elena, colpita al cuore e affondata ogni sera da quei versi. Nella ruota del juke-box c'erano tanti dischi, ma quella canzone sarebbe rimasta nella sua memoria a ricordare quei mesi bellissimi e spensierati.
Una lacrima trascina via la vista di quel piccolo pezzo di spiaggia. Prima che un singhiozzo gli tolga il respiro, Nonno Maurizio si alza e va alla finestra, per non farsi vedere.
Sereno. E’ ormai la quarta estate che non piove. Le colline sono tutte riarse dal sole e dagli incendi. Ogni primavera, un nuovo residence prende il posto di un prato, o di un bosco.
È pomeriggio e si è alzata la solita brezza. Dal fondo della valle arriva un odore forte, di pesce marcio. La puzza di mare, come la chiama Gianmaria.
Oltre le colline, il promontorio del Circeo si vede appena. Una piccola isola. La spiaggia è stata ingoiata dal mare quattro anni fa, così tutti i campeggi ed i paesi della costa. Gli abitanti si sono rifugiati in collina.
Il mare fa paura, ora.
“Perché piangi, nonno?”
“Hai ragione tu Gianmaria”, dice Nonno Maurizio tra le lacrime.
“Il mare puzza. Ora.”
Nonno Maurizio si risiede. Ma di staccare lo sguardo dalla finestra non se ne parla. Chissà dove sarà ora Tommaso, che faceva i gavettoni. E dove sarà Gianni, che si inventava i soldi per le sigarette.
Ed Elena? Dove sarà ora Elena?
Il comandante Maurizio chiude gli occhi. Infila cinquanta lire nel juke-box della sua memoria.
Poi riarma la sua flotta immaginaria.
Per colpire ancora.
Per provare a suonare ancora quella canzone di un milione di anni fa.
K…6!
Bel colpo, comandante.
“E guardo il mondo da un oblò…”
Copyright Piero Mattei 2007
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