Incredibile. Eppure qualche volta succede.
Capisco. Anche io non ci credevo. Eppure guardate questo link
Ah, dimenticavo. Se voleste leggerlo, il racconto è qui.
Ciao
Piero
mercoledì 19 marzo 2008
sabato 15 marzo 2008
"Il sergente" diventa un libro e un DVD
"Il Sergente" di Marco Paolini diventa un libro e un DVD.
Da "la Repubblica" di oggi.
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/sergente-paolini/sergente-paolini/sergente-paolini.html
Da "la Repubblica" di oggi.
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/sergente-paolini/sergente-paolini/sergente-paolini.html
venerdì 14 marzo 2008
Racconto - A pranzo da mamma

Odio guidare la macchina più di ogni altra cosa. Odio la coda al semaforo e guardare le faccie sconvolte delle altre persone. Non sopporto quelli che ti vogliono lavare i vetri già puliti e che ti sbattono in faccia pezzi di cartone, con sopra situazioni familiari degne di uno show televisivo pomeridiano.
Mamma è stata telegrafica. “Vieni, ti aspettiamo. Ciao.”
Certo. Avrei potuto trovare una scusa qualsiasi. Lavoro, impegni. Ci sarebbe voluto un attimo. L’ho fatto già altre volte.
Invece stavolta eccomi qua. Ormai sono fuori città. C’è un po’ di autostrada da fare. Cerco qualcosa alla radio. Anche se so che non c’è niente di interessante per me, oggi.
Sono sulla provinciale. Si cominciano a scorgere le colline. Ancora pochi minuti e vedrò il boschetto.
Marco, ma ti ricordi il rifugio? Stava proprio qui, vicino casa tua. A parte te e me, nessuno sapeva di quelle quattro tavole, inchiodate su quell’albero. Ma quanto c’è voluto, per scovare tutto quello che serviva? Dei mesi, credo. I chiodi e il martello ricordo che li abbiamo rubati a tuo padre.
E la scala? Abbiamo passato non so più quanti pomeriggi a provare a farne una. Era un’impresa impossibile. Ma come si fa? Con la corda? E chi è capace? Poi tu hai detto ci penso io, so come si fa. Ma piantala. Vabbè. Proviamo.
La tua scala si è rotta dopo aver salito due pioli. Poi l’hai chiesto a tua mamma, zia Anna. E ci ha pensato lei. Una cosa incredibile! Aveva cucito con dello spago dei pezzi di vecchi manici di zappa a quelle due corde.
Quando calavamo quella meraviglia dal rifugio sembrava di scendere da un elicottero, come nei vecchi film quando cercano di salvare qualcuno da un’inondazione.
Non smettevamo più di salire e scendere. Per un paio di giorni non abbiamo fatto altro.
Il paese è vicino. Ecco il canale. La chiusa dove andavamo a pescare. Ma ti ricordi quanto eravamo scemi? Pescavamo e buttavamo via il pesce. Osservare quei poveri esseri a terra spalancare la bocca e le branchie a scatti era troppo per noi. Dei bimbi rantolanti. Nessuno di noi due ha mai resistito. Il pesce tornava a nuotare dopo pochi minuti.
Gli altri favoleggiavano di tonnellate di pesce pescato senza problema. E noi zitti.
Ma come poteva uscire tutto quel pesce da quel canaletto? E soprattutto, chi lo aveva mai visto? Probabilmente anche gli altri ributtavano i pesci presi in acqua. Eravamo tutti dei veri pescatori, insomma.
Ecco il paese. C’è già la folla davanti la chiesa.
E quanto mi sto sentendo triste, ora.
Eccoti, Marco. Scusa, ma per ora faccio finta di non esserci. Non sono ancora pronto. Da te vengo dopo, mi dico. Dammi un’attimo. Il tempo per salutare qualcun’altro.
Il prete si scaglia contro le moderne mistificazioni della morte. Come Halloween. La morte è ben altra cosa. E oggi non so dargli torto.
Non posso credere che zia Anna non ci sia più. Era la più giovane e la più bella di tutti, in quella famiglia. Se ne è andata in due mesi. Come faccio a trovare un senso a tutto ciò?
L’abbraccio di Marco è fortissimo. E io non so cosa dire. Le sue lacrime mi inondano il viso. Andiamo.
Mentre l’operaio del cimitero chiude il loculo, anche le persone più disinteressate alla cosa smettono di parlare. Il rumore della cazzuola che gratta e reimpasta il cemento rimbomba in quelle quattro mura, affollate di foto e fiori.
Ciao Marco, magari ci si ritrova qualche altra volta, magari in un momento migliore di questo.
Come se poi il tempo per vederci esistesse veramente. Magari per raccontarci ancora del rifugio e delle pescate nel canale.
E’ finita. Si va a pranzo da mamma.
Copyright Piero Mattei 2007
martedì 4 marzo 2008
Racconto - Tamò *

Stamattina il giro tocca al postino nuovo.
Prende la sua bici e dopo un’oretta si addentra a Vico S. Vitale. Non essendo stati ancora inventati i citofoni, per richiamare l’attenzione delle persone destinatarie della posta, alza il viso verso i balconi del primo piano e chiama.
“Laurìa! Posta!”
Una folla si affaccia a tutte le finestre del vicolo.
“Chi Laurìa cercate?”
“Giuseppe!”
Delusa, la maggior parte delle persone rientra in casa, tranne Giuseppe, che scende e apre il portone, per ritirare la posta.
Ogni volta la stessa storia. Vico Laurìa. Così si dovrebbe chiamare.
Davanti l’ingresso del vicolo la mattina è un viavai di venditori ambulanti, donne che vanno al mercato. Sotto gli occhi degli anziani seduti sulle loro sedie impagliate, a contare le persone, specialmente i forestieri.
Ogni tanto arriva pure qualche Ape. L’unico mezzo motorizzato del paese. Si affaccia al vicolo, accosta e si ferma, spegnendo il motore. Poi l’autista scende, prende il carico da dietro e lo porta a mano dove serve. Nessuno si addentra mai nel vicolo se non a piedi, come a non voler violare il suo silenzio e la sua quiete.
Un piccolo viandante curvo su un bastoncino di canna cammina lentamente. A passi piccolissimi, strisciando i piedi per terra. Come a voler misurare la lunghezza di quel budello di pietra viva tra due case affacciate l’una sull’altra, dove gli odori e i rumori si mischiano.
Porta una giacca marrone, sopra ad una camicia a quadri. Un paio di scarpe consunte, con i lacci ormai mozzicati dall’uso. Sotto alla coppola verde un viso roseo, con poca barba e degli occhi chiarissimi. Guarda per terra e misura tutti i passi. Uno dopo l’altro. E sorride.
Una donna anziana si affaccia ad una delle finestre in fondo al vicolo.
“Tamò! Tamò!”
Tamò non risponde. Si ferma e, senza alzare la testa, alza il bastone curvo verso il cielo, come ad indicare un punto immaginario nel cielo. E’ il suo modo per dire eccomi, arrivo, non serve strillarmi. Non ho fatto niente. Dammi tempo.
Altri tre passi. Poi Tamò si ferma e con il bastone scansa dalla strada le cartacce. Come fa sempre. Quella è la sua strada da più di cinquant’anni e anche se qualcuno ci passa pensando di poterla usare quando vuole e farci quello che crede, resta la sua. Il Sindaco, lo chiama qualcuno.
Tutti lo trattano con rispetto, Tamò. Nessuno lo dice, ma quando rotea il bastone, qualche volta succedono cose strane. Inspiegabili.
Una volta stava camminando nel vicolo e una macchina lo tampinava dietro dietro. Un po’ suonando e un po’ dando delle accellerate a vuoto cercava di spaventarlo, di farlo spostare. Tamò roteò il suo bastone e la macchina si fermò, lì in mezzo alla strada. Il proprietario scese e cercò di farla ripartire, senza successo. Non ci fu verso. Dovette arrivare il meccanico del paese e lavorarci per due ore. Una cosa mai vista, disse presentando il conto al malcapitato molestatore della quiete di Vico S. Vitale.
Chi aveva le finestre che si affacciavano su quel vicolo lo sapeva e non si azzardava a farlo arrabbiare. Sapeva a cosa andava incontro.
Una volta addirittura litigò con Tonino, che aveva l’alimentari dopo casa di Lucia, a metà del vicolo, forse per un debito non pagato. Il giorno dopo entrò in quell’alimentari e nel momento preciso in cui mise piede oltre la soglia tutta la luce e tutte le apparecchiature elettriche del locale si spensero.
Tonino andò per riaccendere la corrente dall’interruttore, pensando fosse saltato. Ma lo trovò attaccato.
Tutte le apparecchiature bruciate. Tutte le lampade anche.
Tutto successe quella mattina di Aprile. Arrivò un signore ben vestito, che attraversò tutto il vicolo a passo svelto. Giunse al portone di Teresa, la sorella di Tamò.
Bussò. Teresa aprì.
“Buongiorno Terè.”
“Buongiorno Nicolì. Trasite.”
Nicolino invece di entrare si appoggiò con la mano destra allo stipite della porta ed iniziò a respirare con affanno.
“Aspettate un poco, Terè. Stongo malamente.”
“Oh Gesummio, Nicolì! Concetta! Concè! Concè!” Teresa uscì di corsa di casa e andò a bussare anche lei alla porta accanto.
“Che è? Si asciuta pazza, Terè?” Concetta si era affacciata dalla finestra accanto.
“Gesummio Concè! Nicolino sta malamente!”
“Uaneme, Nicolino! Che vi sentite?”
Il povero Nicolino si era quasi seduto per terra e aveva chiuso gli occhi, sperando che quel malore, come era arrivato, se ne andasse. Inutile dire che Vico S. Vitale si trasformò in pochi secondi in un formicaio. Chi porgeva un bicchiere d’acqua, chi strillava, chi provava a farlo camminare.
Tamò, nel frattempo proseguiva, per la verità senza troppi patemi d’animo, verso la fine del vicolo. Con il suo passo da maratoneta, a mano a mano si avvicinava a quel rumoroso crocchio. E cominciava a volgere lo sguardo verso Nicolino.
“Nicolino sta malamente! Gesummio!” urlò disperatamente Teresa, rivolgendosi a Tamò, che finalmente giunse nei pressi del malcapitato.
Si fermò. Si tolse la coppola e la fece cadere a terra, scoprendo il capo completamente calvo. Chiuse gli occhi e sorrise.
Poi alzò il suo bastone e lo roteò per aria. A quel gesto, tutti si ritrassero, temendo un cataclisma di dimensioni bibilche.
Invece Tamò abbassò il bastone e lo posò sulla pancia di Nicolino, per qualche secondo.
Il malato smise di respirare per qualche secondo, sgranando gli occhi.
“Gesummio! Nicoli’. L’hai acciso!”
Mentre tutti ricominciavano a strillare, più forte di prima verso Tamò, Nicolino cominciò a tossire.
Tutti si girarono nuovamente verso Nicolino, che aveva ripreso colore e si guardava intorno, probabilmente chiedendosi il motivo di tutto quel mercato.
“Tamò. Maronna ‘ro carmene. Ma che tenete? A bacchetta maggica?” chiese Giuseppe, mentre Teresa Gesummio aiutava il malato a rialzarsi.
Tamò sorrise. Sembrava volesse dire qualcosa. Invece infilzò la sua coppola con il bastone e se la rimise. Poi entrò nell’uscio.
“Ciao Tamò”.
Luigino passò lì vicino con la bici, veloce. E’ un bravo ragazzino, Luigino. Quando passa vicino a Tonino lo saluta sempre. Da quella volta che stava su un motorino assieme ad un suo amico e gli passò a fianco, urlandogli contro.
Tamò roteò il bastone e il motorino si spense. Per sempre.
* finalista al Premio Letterario Nemo 2008
Copyright Piero Mattei 2007
giovedì 21 febbraio 2008
Racconto - La scritta sul muretto

Qualche volta, quando cerchi di ricordare un viso, un’espressione, la tua memoria fa cilecca. E più ti sforzi, più il viso che cerchi diventa un’immagine sfumata, dai contorni indefiniti. Ti vengono in mente altri visi, altre espressioni. Lo sforzo immane, alla fine, ti convince che il viso che cerchi è una cosa a metà tra due visi, oppure un incrocio tra un viso ed un’espressione.
Stamattina il tuo volto non ce l’ho. Mi manca, come mi mancavano le figurine per completare la collezione di giocatori, che poi non trovavo mai.
Poca gente, stamattina in spiaggia. Barche rovesciate, il moscone in secca. Gli ombrelloni aperti i bambini che giocano sul bagnasciuga, dove qualche anziano passeggia, in pantaloni bianchi e camicia a fiori.
E’ agosto, ma ormai il sole non mi scalda più come ha fatto fino a ieri.
Mi guardo intorno, cercando di trovare qualche cosa, una cosa qualsiasi, che mi ricordi qualcosa di te. Nulla. Tutto quello che resta qui di noi assieme è questa scritta sul muretto, fatta con il pennarello, fatta la prima sera che siamo usciti assieme, dopo esserci baciati. La leggo e la rileggo, cercando di vederci il tuo viso, tra i tratti incerti di inchiostro indelebile.
Qualcuno siederà qui al mio posto domani. E forse, riuscirà a vederci quello che io non riesco.
Prendo il cellulare e provo a mandarti un ultimo saluto. Vorrei dirti che ti rivedrò presto, che verrò a trovarti a casa tua, a Firenze, come ti ho promesso mille volte.
Non ho il tuo numero. Forse non l’ho mai avuto. Non so cosa chiedere al mio cellulare, per poterti scrivere, salutare, parlarti ancora una volta.
Forse anche questa volta sono stato vigliacco e ho avuto paura di innamorarmi. Forse ho cancellato l’unico legame che avevo con te, il tuo numero.
Quello che so è che ora non faccio altro che mandare messaggi a grappolo, a numeri che sembrano il tuo, sperando di convincere il caso che sono veramente innamorato. Anche se non lo voglio ammettere neanche a me stesso.
Un’altra possibilità. La voglio. La pretendo.
Basterebbe sentire la tua voce. Basterebbe per addolcire questa tristezza che mi sta mangiando vivo, che mi sta facendo respirare a fatica.
Nessuno mi salverà da questa giornata.
Rimarrei qui tutta la vita, se servisse a rivederti. O a risentirti. Perché so che prendere la macchina e farmi trecento chilometri di autostrada per tornare a casa senza ricordare il tuo viso potrebbe uccidermi.
Sbatto la testa sul muretto e piango.
Piango perché sono stato egoista e l’egoismo andrebbe abolito per legge. Andrò al bar e ordinerò una vodka. Poi un’altra, sperando che l’alcol riesca a cancellare questa mia voragine.
Dopo mi sdraierò qui sul muretto. Con la testa sulla nostra scritta.
Aspetterò che passi anche l’ultimo giorno al mare.
Copyright Piero Mattei 2007
domenica 10 febbraio 2008
Racconto - Limone e cioccolato *

Quanto ci vuole per percorrere cento metri?
La figlia di Giacinto abita a pochi isolati di distanza da lui. Eppure, cento metri tra la casa di un anziano solo e quella di sua figlia possono diventare dieci chilometri. Una famiglia di quattro persone ti mangia tutto il tempo possibile. Si sa come vanno queste cose. Alla fine, non ci si vede mai.
Quando poi arriva l’estate e sua figlia parte con tutta la famiglia per le vacanze Giacinto smette anche di dormire. La sua solitudine si dilata. Giornate caldissime e notti afose.
La sua Clara ormai da dieci anni è in viaggio. Giacinto la immagina così Clara. In viaggio, in giro per il mondo, a vedere quei posti che le sarebbe sempre piaciuto vedere ma che non ha mai potuto vedere. In Egitto, sotto le piramidi. Oppure a Parigi, seduta sul prato sotto la Torre Eiffel. Beata lei. Sempre in viaggio.
Giacinto ha deciso di non uscire di casa per tutto il giorno, almeno per quelle tre settimane nelle quali Antonella è in vacanza. Esce solo il pomeriggio tardi, quando l’asfalto rimanda solo un tenue calore e c’è quel bel venticello che ti rinfresca la faccia. Va al centro commerciale. Un posto bellissimo, dove c’è un gran bel fresco e c’è tanta gente allegra, tanti ragazzi abbronzati che scherzano e ridono. Lì c’è una bella panchina verde, vicino ad un’aiuola finta. A parte Giacinto e qualche suo coetaneo, le panchine non le usa più nessuno. Tanto che i gestori di un fast-food, che si trova davanti alle panchine, hanno pensato bene di occuparne mezza con la statua di un pupazzo giallo e rosso, gli stessi colori dell’insegna. Il pupazzo siede mollemente sulla panchina, con il sorriso ebete e la mano sinistra allungata sulla spalliera, come ad aspettare qualcuno che si sieda a fianco e che condivida la fatica di sembrare felice tutto il giorno e tutta la notte.
Qualche volta Giacinto si siede a fianco al pupazzo, per sentire l’illusione che quella statua voglia cingergli le spalle e avvicinare il suo viso al suo, per raccontagli qualcosa di inconfessabile, come fanno gli amici. Anche solo per commentare qualche minigonna un po’ troppo corta.
Alle sei e mezza, puntuale, Giacinto va al chioschetto dei gelati e si prende un cono al limone. A lui piacerebbe limone e cioccolato, ma ha smesso di prendere i due gusti insieme quando due ragazzi seduti ad un tavolo vicino, per farsi notare da due ragazze che li guardavano, l’avevano apostrofato brutalmente.
“Vecchio rimbambito! Che fai? Limone e cioccolato? Che schifo!”
Anche se il gestore del chiosco l’aveva mandati via a male parole, Giacinto aveva deciso che da quel momento in poi l’accostamento lo avrebbe fatto comunque, ma a modo suo. Un giorno limone, l’altro cioccolato.
Dopo aver letto il quotidiano che il padrone del chiosco dei gelati conserva per lui fino alla sera, Giacinto si avvia verso casa. Alle otto c’è il telegiornale e quello è un appuntamento al quale non sarebbe mancato per nulla al mondo. Una volta, prima del telegiornale davano le previsioni del tempo. Ora non più. Come se a nessuno interessasse più sapere che tempo fa il giorno dopo. A pensarci bene, cosa volete che interessi a chi si deve comunque alzare per portare i figli a scuola e andare a lavorare di corsa se piove o no?
Giacinto si prepara la sua cena. Un po’ di brodo, una scatoletta, un po’ di frutta. Le sue finanze non gli consentono di riempirsi lo stomaco come vorrebbe. Cosi’ qualche sera si fa un po’ di brodo in più, per zittire quel brontolio fastidioso.
Un sonnellino sulla poltrona. Poi, verso le undici, comincia la lunga attesa del mattino. Giacinto ha imparato a riconoscere tutti i rumori della notte. Il rumore della macchina del figlio di Assunta, che torna la notte con lo stereo altissimo e lo spegne prima di imboccare la via che lo porta a casa, nell’appartamento sotto al suo. Il rumore del treno, che si sente in lontananza passare, verso le tre. Infine il fracasso infernale del camion della spazzatura, che annuncia la fine della notte, verso le sei di mattina.
Giacinto la notte la passa sulla sua poltrona. Ogni tanto fa un sonnellino, di qualche minuto. Il resto del tempo lo passa guardando un po’ la televisione e leggendo. Soprattutto leggendo. E’ un divoratore di libri, giornali, riviste. Qualsiasi manufatto in carta contenente delle parole scritte lo incuriosisce e lo attira verso la scoperta e la lettura. Libri ne ha tantissimi e li ha letti tutti. Ogni tanto qualcuno gliene regala uno e lo rende l’uomo più felice del mondo. Adora i libri di fantascienza.
Ma quello che si ritrova a leggere più spesso sono le riviste usate, che gli altri inquilini del palazzo, ben conoscendo le sue abitudini, gli regalano a pacchi.
Cosi’ il suo salotto è diventato una specie di edicola di riviste usate, che lui ordina per data, meticolosamente. Una volta lette e rilette, le impacchetta per bene e le porta alla raccolta della carta.
Sonia è la sua vicina di casa. Abita sul suo stesso pianerottolo. Una donna russa, sulla sessantina. Fa la badante ad una donna immobilizzata. Esce tutte i pomeriggi verso le cinque e torna la mattina, appena dopo il camion della spazzatura. E’ una donna grande e grossa. Di una bellezza di quelle di una volta. Si vede che nella vita non ha mai fatto diete, né ginnastica.
Una donna sana, come erano sane le donne della sua infanzia e come era sana la sua Clara.
Un sorriso cortese e dei modi spicci. Poi, quell’italiano stentato, quel dare del tu a tutti, che la rende ancora più particolare.
Giacinto, tutti i giorni alle cinque e tutte le mattine alle sei si affaccia alla finestra della cucina e guarda in strada, per vederla.
Lei, che ormai lo sa, alza gli occhi verdi verso la finestra. E attende il suo immutabile “Buongiorno Sonia” o “Buon lavoro, Sonia”.
Certo, lei invece aveva tutta un’altra mentalità. E’ capitato qualche volta che Giacinto sia andato di malincuore a bussare alla sua porta. Una volta, ad esempio, era rimasto senza riviste. Conoscendo le abitudini di Sonia, ha aspettato pazientemente che arrivasse mezzogiorno per bussare alla sua porta.
Lei gli ha aperto ed era in camicia da notte.
“Giacinto! Come stai? Che succede?”
Giacinto snocciolò d’un fiato la frase che si era preparato dalla mattina.
“Buongiorno Sonia. La prego di scusarmi se la disturbo a quest’ora. Volevo chiederle, se per lei non è troppo disturbo, se per caso aveva delle vecchie riviste che non le servono più. Sa, io la notte la passo a leggere e…”
“Si che ce l’ho. Vieni dentro, siediti. Te le prendo.” fece lei, facendosi da parte sulla porta per farlo entrare.
“Grazie. Lei è molto gentile, come sempre. Preferirei rimanere qui sulla porta, se non le dispiace.”
“Ma vieni dentro, Giacinto! Che fai su porta?”
“La prego, non voglio crearle disturbo. Aspetto qui.”
Figuriamoci! Entrare in casa di una donna sola. Per di più in camicia da notte! Che avrebbero pensato i vicini?
Poi lui era comunque un uomo sposato. O almeno, si riteneva ancora tale. Perché Clara era in viaggio e prima o poi sarebbe tornata. E come le avrebbe potuto spiegare che aveva bussato a mezzogiorno a casa di Sonia? E che lei gli aveva aperto in camicia da notte? E che lui, con la scusa delle riviste, era entrato in casa sua? Clara gli avrebbe mai creduto?
Quella mattina, successe che Sonia, rientrando, non vide Giacinto alla finestra, per la prima volta dopo mesi e mesi. Le ritornò in mente che tempo addietro si era sentito male, per uno sbalzo di pressione.
Non perse tempo e salì di corsa le scale. Bussò alla sua porta.
Giacinto le aprì. Aveva una faccia cerulea e un soffio di voce. Parlava a tratti e faticava a respirare.
“Buongiorno Sonia. Mi scusi se non l’ho salutata prima… ma non mi sento molto bene oggi… sono rimasto in poltrona… non ce la faccio neanche a stare in piedi.”
Lei non perse tempo.
“Giacinto, mettiti seduto che ti misuro pressione” e mentre gli diceva cosi’ gli prese le mani e lo fece sedere sulla poltrona. Poi estrasse rapidamente l’apparecchio per misurare la pressione dalla borsa.
Che mani calde, aveva Sonia. A Giacinto le vennero in mente le mani di Clara.
“Settanta-novanta” disse Sonia, togliendosi lo stetoscopio.
“Prendi medicine per pressione?” chiese preoccupata.
“No… il dottore mi ha detto che non mi servono ancora…”
Giacinto fece una pausa più lunga e riprese fiato.
“Le posso chiedere una cortesia, lei che è così gentile… mi dà una mano ad alzarmi… mi preparo un caffè ben zuccherato e mi sentirò meglio… ”
“Ma cosa ti prepari caffè!” lo rimproverò Sonia. “Io ti preparo caffè! Tu stai su poltona e non ti muovere!”
Giacinto, un po’ perché era parecchio tempo che non veniva rimproverato da qualcuno, un po’ perché non sapeva che cosa dire, se ne stette zitto e buono.
Dopo qualche minuto e una bella dose di caffeina e zucchero, aveva ripreso la voce ed il colore.
“Sonia, non so come ringraziarla. Mi scusi ancora se le ho fatto perdere tutto questo tempo. So che lei è stanca e deve riposare. Mi scusi ancora”
“Ma stai scherzando? Stai bene adesso? Sicuro?”
“Si. Sto bene adesso.”
“Dopo torno a vedere se stai bene.”
Fu così che quella mattina, rivide Sonia per ben due volte. E lei tutte e due le volte rimase a chiacchierare con lui per qualche minuto, per vedere che effettivamente stesse bene e non si nascondesse dietro alla sua timidezza e alla sua gentilezza.
Giacinto riprese il suo ritmo normale e la sua routine giornaliera.
Qualche giorno dopo, a mezzogiorno in punto, bussò alla porta di Sonia.
“Giacinto! Stai bene? Tutto a posto?”
“Buongiorno Sonia. Sto benissimo, grazie.”
“Ti serve qualcosa?”
Giacinto prese fiato e disse tutto quello che doveva dire a raffica. E se qualche vicino avesse sentito, pazienza.
“Sonia, io sono in debito con lei. Sarei molto felice di poterla invitare a pranzo. Oggi.”
Sonia rimase qualche secondo in silenzio, cercando di metabolizzare rapidamente quello che aveva appena sentito.
“Giacinto! Ma… certo. Certo. Vengo a pranzo a casa tua!” disse alla fine sorridendo. “Dammi solo qualche minuto e vengo da te.”
Giacinto tornò a casa sua e dopo venti, interminabili, eterni, stramaledetti minuti, sentì bussare.
Giacinto non dovette precipitarsi. Era già in piedi dietro alla porta. Aprì.
Un bel vestito celeste. Un paio di orecchini vistosi, che incorniciavano il viso bianco e rosso. Le labbra lucide di un rossetto appariscente rimandavano un sorriso da togliere il fiato. Giacinto la riconobbe solo dopo qualche secondo.
Clara era in viaggio. Quando sarebbe tornata, lo avrebbe perdonato.
“Posso entrare?”
“Si. Si. Certo!” fece Giacinto, imbarazzato.
Nel soggiorno, il tavolo era apparecchiato in modo impeccabile. Non c’era neanche una rivista in giro.
“Si accomodi, la prego.” disse lui, indicandole la sua poltrona. “La pasta è quasi cotta”
Lei si sedette e lui sparì in cucina. Dopo un minuto, riemerse con aria soddisfatta e andò verso di lei.
“Sonia, mi perdonerà. Non vorrei sembrarle sfacciato. Mi sono permesso…”
Giacinto porse un bel mazzo di fiori di campo a Sonia, che ringraziò imbarazzata.
“Anche io ho qualcosa” disse lei, infilando le mani nella borsa.
Estrasse una piccola busta bianca e la diede a Giacinto.
La faccia di Giacinto passò dal bianco, al rosa, al rosso in pochi secondi.
“Grazie. Santo cielo! Grazie, non si doveva disturbare! Lei è troppo gentile!”
L’imbarazzo lasciò presto il posto alla curiosità.
“Posso aprire?”
“Però mi prometti una cosa” rispose lei, con aria di sfida.
“Che cosa?”
“Basta dare lei. Lei. Lei. Sonia e basta.”
“Va bene. Sonia e basta.”
Giacinto sorrise ed estrasse un pacchettino dalla busta bianca. Una piccola confezione di gelato sciolto.
Due gusti. Limone e cioccolato.
Copyright Piero Mattei 2007
* Racconto del mese di marzo 2008 su "Penna d'oca"
sabato 26 gennaio 2008
C'è sempre una prima volta!
Capisco che molti di voi, scrittori di lungo corso, di questi momenti ne abbiano provati tanti. Ma lasciatemi godere la mia prima volta!
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Gent.mo Sig. Mattei,
la Commissione designata a selezionare i racconti e le poesie che hanno avuto libero accesso alla partecipazione al premio Letterario Panchina, ha scelto il suo racconto dal titolo “La luce"
La sua opera verrà presentata la sera del 2 aprile 2008 a Bologna, presso il Circolo Mazzini, Via Emilia Levante 6 .
La serata prevede l'introduzione dell'opera attraverso un profilo dell'autore da parte del presentatore Eraldo Turra (dei Gemelli Ruggeri) e quindi la lettura del racconto da parte di un attore professionista, Filippo Plancher.
Il pubblico in sala, dopo aver ascoltato la lettura di tutti i lavori, voterà e i primi due passeranno direttamente alle finali di maggio che designeranno, sempre tramite votazione del pubblico, il vincitore, ovvero chi verrà pubblicato su Il Resto del Carlino.
Il suo racconto è già online sul sito www.premioletterariopanchina.it
-------------------------------------------------------------------
PS se vorrete intervenire, mi farà enormemente piacere!
Ovviamente!
Ciao
Piero
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Gent.mo Sig. Mattei,
la Commissione designata a selezionare i racconti e le poesie che hanno avuto libero accesso alla partecipazione al premio Letterario Panchina, ha scelto il suo racconto dal titolo “La luce"
La sua opera verrà presentata la sera del 2 aprile 2008 a Bologna, presso il Circolo Mazzini, Via Emilia Levante 6 .
La serata prevede l'introduzione dell'opera attraverso un profilo dell'autore da parte del presentatore Eraldo Turra (dei Gemelli Ruggeri) e quindi la lettura del racconto da parte di un attore professionista, Filippo Plancher.
Il pubblico in sala, dopo aver ascoltato la lettura di tutti i lavori, voterà e i primi due passeranno direttamente alle finali di maggio che designeranno, sempre tramite votazione del pubblico, il vincitore, ovvero chi verrà pubblicato su Il Resto del Carlino.
Il suo racconto è già online sul sito www.premioletterariopanchina.it
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PS se vorrete intervenire, mi farà enormemente piacere!
Ovviamente!
Ciao
Piero
domenica 20 gennaio 2008
Marco Paolini torna su LA7
Marco Paolini torna su LA7 per un nuovo spettacolo in diretta.
Lo spettacolo si chiama “Album d’Aprile” e andrà in onda dal “Fillmore” di Cortemaggiore (PC).
Leggi l'articolo
Imperdibile.
Ciao
Lo spettacolo si chiama “Album d’Aprile” e andrà in onda dal “Fillmore” di Cortemaggiore (PC).
Leggi l'articolo
Imperdibile.
Ciao
venerdì 11 gennaio 2008
Il rogo alla Thyssen
Una tragedia immane. E vera. Da la Repubblica di oggi.
Se pensate di aver letto cose agghiaccianti fino ad ora non avete letto questo articolo
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html
Per oggi non credo riuscirò a fare altro.
Se pensate di aver letto cose agghiaccianti fino ad ora non avete letto questo articolo
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/thyssen-mauro/thyssen-mauro.html
Per oggi non credo riuscirò a fare altro.
domenica 16 dicembre 2007
Racconto - L'amico di Marco

Pino smise di parlare. Fece un tiro profondo di sigaretta e trattenne il fiato, chiudendo gli occhi. Come a voler assorbire tutto il potere calmante della nicotina.
“Come te lo devo dire che io non ne sapevo niente. Guarda che ho messo la testa a posto. Stavolta ho fatto le cose per bene, te lo giuro. Come non le ho mai fatte. Ho aperto un bell’ufficio, assunto una segretaria, messo sotto contratto un broker…”
Diede un’occhiata all’orologio della macchina. Poi guardò fuori, quel freddo pomeriggio di Novembre. Discuteva con Marco da più di un ora. A memoria sua, non ricordava di aver mai avuto altrettanta pazienza. Decise che quel ragazzino avrebbe dovuto capire quanto la situazione fosse seria. E Pino sapeva essere convincente, quando c’era bisogno.
Lo prese per la gola, con una mano, schiacciandolo verso il finestrino della Mercedes, fino quasi a strozzarlo. La sua voce roca era calma, risoluta.
“Trentamila euro. Hai capito? TRE-NTA-MI-LA! Quei soldi mi servono. Subito. Se sei abbastanza vivo per ascoltarmi in questo momento è solo perché se muori nessuno potrà darmi quei soldi. Hai capito? HAI CAPITO?”
Il suo viso, segnato da una cicatrice sotto l'occhio destro, non lasciava trasparire alcuna emozione. Con l’età aveva imparato a controllare i propri istinti violenti.
Pino decise che il colloquio poteva considerarsi concluso. Lasciò andare il collo di Marco.
"Scendi. Ci vediamo domani sera qui. Con i soldi".
La Mercedes di Pino ripartì sgommando, allontanandosi nella nebbia, verso la tangenziale. Marco si toccò istintivamente il collo, deglutendo, come a verificare che tutto fosse al suo posto. Poi si avviò di corsa verso la sua utilitaria, componendo nervosamente un numero al cellulare.
Si diresse fuori città, nel quartiere dormitorio verso la collina.
Sconvolto, Marco guidava e provava disperatamente a chiamare qualcuno al telefono. Sei, sette, otto volte.
"Il numero da lei chiamato..."
Al decimo tentativo, Marco tirò infuriato il telefono contro il cruscotto.
Dopo una decina di minuti, parcheggiò di fronte ad un condominio di nuova costruzione. Arrivò di corsa al citofono. Affannato, iniziò a leggere in sequenza i nomi, scorrendoli con il dito. "Farelli, Farelli, Farelli... Eccolo!". Iniziò a suonare ripetutamente. "Rispondi... rispondi, bastardo! RISPONDI!!!"
Nessuna risposta. Al colmo della disperazione, scaricò tutta la sua rabbia contro il portone, prendendolo a calci. Si sedette per terra in lacrime, appoggiando la schiena al muro.
Mentre Marco stava cercando di capire quale sarebbe potuta essere la sua prossima mossa, in un paese vicino due donne, sedute al tavolino di un bar, chiacchieravano sottovoce.
“Allora, è una settimana che ti rincorro. Non te ne vai se non mi racconti tutto!”
Carla rise di gusto, a quelle parole. Giulia le aveva già detto che era come se avesse conosciuto un’altra persona, completamente diversa. Gioiosa, ironica, ottimista.
Non che Carla non fosse già una persona positiva di suo, intendiamoci. Ma tra la Carla delle vacanze in Sicilia e la Carla che sedeva davanti a Giulia, in quel bar del centro, c’era una differenza. Sostanziale.
Di questa cosa, se ne erano accorti, nell’ordine, oltre a Giulia, il barista, i passanti e i muri del bar.
Era felice. Finalmente felice.
“Allora? Sto aspettando!” fece Giulia, fingendo scherzosamente un rimprovero e sgranando gli occhi.
“Prima prendiamoci un tè. Sto morendo di freddo!”. Carla si fregò le mani. Poi le mise davanti alla bocca e le riscaldò con il suo respiro.
Dopo qualche minuto, Giulia era presa a spiegare il motivo per il quale preferiva il tè alle erbe aromatiche invece di quello al mirtillo. Carla, con il viso assorto, appoggiato tra le mani e i gomiti sul tavolino, decise di calare l’asso.
“E’ uno di Roma”.
“Di Roma?” Giulia sgranò gli occhi e cominciò ad inzuppare ritmicamente la bustina di tè alle erbe aromatiche nella tazza fumante, non perdendo neanche per un secondo di vista le espressioni della sua interlocutrice.
“E come l’hai conosciuto?”
“E’ una cosa un po’ complicata. Te la ricordi Antonella, quella ragazza che canta nel coro?”
“Quella biondina, con i capelli cortissimi?”
“Si, lei. Insomma. Senti la scena. Era sabato mattina. Esco di corsa da casa per andare da mia madre. Mentre mi avvio alla macchina, mi sento chiamare a gran voce. Ma chi è questa cafona che urla, penso. Dall’altra parte della strada, davanti alla pasticceria, c’era lei. Mi giro e la vedo che mi saluta con tutte e due le mani e poi mi fa segno di andare da lei.
Non faccio in tempo ad arrivare che mi fa -Carla, ti voglio presentare il mio ragazzo.
Mentre sto stringendo la mano a questo tipo, che non ricordo neanche come si chiama, pensa un po’ quanto l’ho trovato interessante, l’occhio mi va su un altro ragazzo, un paio di metri più indietro, che parla al telefono. Appena lo vedo penso: e questo chi è?”
“Allora, la pianti? Mi dici chi è e soprattutto come è?”
“No no, devi aspettare che finisca di raccontarti tutto. Mentre sto li’, imbambolata a guardare questo ragazzo, Antonella capisce la situazione e mi anticipa.
-Ah, Carla, dimenticavo! Questo è Lucio-
Mi avvicino e gli tendo la mano. Lui si gira verso di me e mi guarda negli occhi, continuando a raccontare al telefono di un gruppo che aveva visto la sera prima al pub vicino al porto. Mi guarda e mi riguarda. Trenta, quaranta secondi. E non mi stacca gli occhi di dosso.”
“Mamma mia! E poi?”
“E poi mi sorride e chiude la telefonata.
– Carla – gli faccio io, guardandolo fisso negli occhi.
- Lucio. E’ veramente una giornata splendida, non trovi? – mi fa, stringendomi la mano con tutte e due le sue.”
“Con tutte e due le mani?”
“Che ti dico? Se fosse stato qualcun altro a presentarsi in quel modo, mi sarei ritratta. Non so spiegarti perché. Ma in quel momento mi aspettavo che accadesse proprio quello. Ho sentito che qualche cosa stava per succedere. Il cuore voleva uscire dalla camicetta a farsi un giretto!”
Carla si fermò, per sorseggiare un po’ di tè.
“Che fai? Racconta, dai! Com’è? E’ biondo, è moro, è giovane, è zoppo… me lo dici?”, incalzò Giulia.
“Un attimo! Mi si stava freddando il tè! Guarda. E’ moro, corporatura normale, non muscoloso. Ha un pizzetto ben curato e porta un minuscolo orecchino con un teschio all’orecchio destro. E poi...”
Carla fece un sospiro, chiudendo gli occhi.
“E poi?”
“Poi ha una voce così sexy... è profonda, impostata, sembra quella di un attore. E’ il cantante di un gruppo heavy-metal, questo l’ho saputo dopo…”
“Dopo quando?”
“Quella domenica stessa. Abbiamo parlato un po’, poi sono andata da mia madre. Al pomeriggio, Antonella mi ha chiamato, chiedendomi se avessi dei programmi o ci saremmo potuti vedere tutti e quattro al porto.”
“E tu? Già ti vedo! - Mi dispiace, la sua richiesta non è accettabile. Ho degli impegni improrogabili-”, disse Giulia, imitando ironicamente una segreteria telefonica.
“Si. Come no. Neanche ha finito di parlare, che gli ho detto –Ci dovrei pensare un attimo… a che ora ci vediamo?-“
"Ma proprio un attimo!"
Giulia e Carla risero di cuore, fino alle lacrime.
Carla bevve l’ultimo sorso di tè. Poi sorrise e scosse la testa. “Ogni volta mi ritrovo incredula a riflettere su come una persona sola possa riempirti la vita in questo modo. Come possa farti vedere tutto da un altro punto di vista, facendo sembrare i tuoi problemi piccoli piccoli.”
“A proposito di problemi”, cambiò discorso Giulia “come è andata con quella finanziaria?”
“Lasciamo perdere, guarda” il tono di Carla cambiò bruscamente. “Che ti devo dire? Mio padre ha detto che quei soldi li avrebbe riavuti. Con ogni mezzo. Ma fino ad ora…”
“Certo, a pensare che con Marco siamo cresciuti assieme… non ci si può fidare proprio di nessuno.”
“Già. Non affrontiamo questi discorsi che mi intristisco.” Carla fece un gesto con la mano, come a scacciare via i pensieri che la infastidivano. “Non ti ho raccontato della casa di Lucio! Abita vicino al mare!”
“Ma dai!”
Giulia e Carla ordinarono altri due tè. E se la raccontarono tutta, quel pomeriggio.
Qualche giorno dopo. Domenica mattina.
“Come mi sta?”
Carla si gira, aggiustandosi il foulard davanti a Lucio.
“Meravigliosamente, direi”
“Ma tu non ti compri niente?”
“Non ho ancora deciso, faccio un giro nel reparto uomo”
Al di fuori dello stesso negozio arriva Marco a piedi, ansimante. Si guarda in giro, cercando di capire se c’è qualcuno che lo segue.
Cerca di darsi un aria dignitosa, aggiustandosi i capelli ed entrando anche lui nel negozio.
Nel bar di fronte, un uomo sta seduto ad un tavolino e osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“E’ qui. Nel negozio di abbigliamento di fronte al bar degli artisti. La dritta era giusta. A dopo”.
Marco si dirige verso il bancone all’ingresso. L’uomo dietro al bancone lo accoglie con un sorriso.
“Marco! Chi non muore si rivede!”
“Ciao Franco. Ho bisogno di te”, fa Marco, visibilmente agitato.
“Che succede?”
“Non è il momento. Trovami un posto in cui stare.”
Franco è un vecchio amico di Marco. Sa come affrontare certe situazioni, per esserci trovato dentro con tutti i piedi. Più di una volta. La prima cosa da fare è sbrigarsi. Il perché ed il come saranno affrontati al momento giusto.
“Ci penso io. La vedi quella porta? Dietro c’è una scala che porta giù al magazzino. E’ un posto abbastanza grande e dispersivo, pieno di posti in cui nasconderti. Vai. Ti vengo a cercare io, al momento giusto.”
Marco sparisce dietro la porta. Dopo qualche secondo, Lucio e Carla arrivano al bancone e posano i loro acquisti vicino alla cassa.
“Bello quel giubbotto. Ti sta proprio bene!”
“Sono proprio contento, erano mesi che lo cercavo. Proprio questo, fatto proprio cosi’.”
“Questi giubbotti vanno tantissimo, quest’anno” commenta Franco, mentre fa il conto. “Blu marine, con il pellicciotto. Ecco qua. Sono seicentoventi euro”.
“Carta”, fa Lucio, dando la Visa a Franco.
Poi si gira e dà una carezza sul viso di Carla.
“Me lo metto subito. Non resisto!”“Ma dai!” fa Carla, ridendo.
“Non ci credi?”
Lucio estrae dalla busta il giubbotto con e se lo infila.
“Ecco qua. Pronto!”
“Arrivederci!”
“Arrivederci!”
Lucio e Carla escono sorridenti dal negozio. Dal fondo della strada, una moto, con due persone a bordo, si avvicina lentamente all’ingresso del negozio.
Lucio si ferma a frugarsi le tasche, cercando le chiavi della macchina.
La moto si avvicina ai due. Il passeggero allunga la mano verso la faccia di Lucio. Due esplosioni. La moto schizza via veloce.
Lucio cade in una pozza di sangue sull’asfalto. Carla comincia ad urlare disperata, mentre la gente accorre.
Nel bar di fronte, l’uomo seduto al tavolino osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“Ok, Pino, tutto a posto. Ciao”. L’uomo del bar di fronte chiude la comunicazione. Si alza e si allontana.
Approfittando della confusione, Franco scende a chiamare Marco.
“Qui fuori è successo un casino. Hanno ammazzato uno. C’è la polizia. Esci da quella porta laggiù. C’è un furgone che sta portando della roba ad un magazzino fuori città. Nasconditi li’.”
Marco obbedisce. Si abbottona per bene il suo giubbotto blu con il pellicciotto e si infila nel furgone.
Nel frattempo, in strada, la polizia sta facendo i rilievi. Arriva il questore.
“Chi è?”
“Lucio Farelli”
“Ma chi? Farelli… quello della finanziaria?”
“Si. Proprio lui.”
Copyright Piero Mattei 2007
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