giovedì 17 luglio 2008

Racconto - La mia amica verde


Dove ho messo le chiavi? Ah, eccole. Finalmente a casa.
Apro la porta e poso lo zaino. Mamma mia, che stanchezza! Prima di tutto, mi metto qua sul divano, a vedermi un po' di CSI.
Oddio, ma che ore sono? Mi sono addormentato. Le dieci! Ma come le dieci! Sono due ore che dormo e non ho neanche cenato. Alle undici devo andare a prendere Ferruccio. E' ora di muoversi.
Allungo la mano verso il telecomando. Poso le dita sui tasti ed è come se prendessi la scossa. Ma che è? Uno scherzo?
Guardo bene dove ho posato la mano. I tasti dei canali saranno grandi come una moneta da un euro.
Stendo istintivamente il braccio in avanti. Il polsino abbottonato penzola nel vuoto, al di là delle dita protese della mano.
Ma che succede?
Salto giù dal divano e faccio per correre, ma inciampo sulle scarpe ed i pantaloni, intrappolato dai vestiti.
Mi libero a fatica da quel groviglio e ne esco nudo come un verme. Mi guardo intorno. La sedia della sala è alta come me.
Ok, ok. Tranquillo. sto sognando. Devono essere state quelle pasticchine gialle che Mara mi ha dato come antistaminico. Conoscendo le sue abitudini, chissà cosa mi ha dato.
Suona il telefono. Allungo la mano in alto, sopra il tavolo e prendo il cordless. E’ pesantissimo e lo devo reggere con due mani. Me l'appoggio sull'orecchio e il microfono mi finisce all'altezza del torace.
Dall’altra parte del telefono sento la voce di mia madre.
- Pronto! Tonino! Pronto! Mi senti!
- Si mamma, sto qui. Sto bene.
Mamma riattacca. Non mi ha sentito.
Comincio ad avere dubbi che sia un sogno. Come mai ho cosi' tanto freddo? Non ricordo un sogno in cui hi sofferto il freddo.
Calma, calma. Ci deve essere una spiegazione per tutto questo. Mettiamo in ordine le cose. Cosa mi è successo ultimamente? Vediamo.
La zingara. Quella maledetta che quando chiedeva l'elemosina l'ho spinta cosi' forte da farla cadere. Chissà cosa mi ha detto quando mi ha puntato la mano contro e mi ha sbraitato contro quelle parole oscure...
Ma dai! Ma cosa mi viene da pensare! Certo che è un sogno. Adesso dò un calcio alla sedia e mi sveglio. Semplicemente. E mi sveglierò seduto sul divano, con il mio piccolo telecomando a fianco.
Ok. Uno, due, tre.
AHIA. Ahhh… che male! Ma che mi è venuto in mente di dare un calcio alla sedia. Adesso sono un nano con un dolore atroce al piede.
Aiuto. AIUTO!!!
Via di qua. VIA!
Corro verso la porta. Provo a scappare. Ormai non arrivo più neanche alla maniglia. Faccio un salto. Niente da fare.
Devo andarmene. Provo a prendere una sedia per salirci sopra. Non ce la faccio a spostarla.
No.
NOOOOOO!!!
Mi siedo per terra e appoggio la schiena al termosifone. Sento un ronzio. Guardo in alto.
Un animaletto svolazza attorno alla luce del soffitto. Sta disegnando una spirale e discende lentamente verso il basso.
Sta scendendo verso di me.
Il ronzio si fa sempre più forte.
Ora è vicinisimo. Mi metto le braccia davanti agli occhi, per non vedere quello che sta per succedere.
Silenzio.
Sento un solletico sulla gamba. Apro gli occhi.
Una cimice, grande come un gatto, sta camminando sulla mia gamba.
Via. Via. Scalcio disperatamente, per liberarmi e fuggire da qualche parte.
Niente. Non si stacca. E’ come se fosse tatuata sulla gamba.
E sale. Ormai mi è arrivata sul ventre. Provo a toglierla con le mani. Niente. Un odore fortissimo sale verso le mie narici. Mi viene da vomitare.
Mi metto le braccia sulla faccia per proteggermi. Sento camminare sul braccio e poi sull’avambraccio. Poi nulla.
Resisto. Non voglio aprire gli occhi. Sto soffocando dalla paura.
Sento qualcosa che si insinua tra le mie braccia e la faccia. Per quanta forza ci metta, non riesco a resistere. No. NOOOO!
Ho le braccia bloccate sul petto. Una cosa appiccicosa mi prende la palpebra destra. Io la stringo a morte, urlando a più non posso.
Non posso più resistere. Apro gli occhi.
Una minuscola bocca si apre, emettendo un sibilo.

giovedì 19 giugno 2008

Addio, sergente.

Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all'età di 86 anni.
Leggi l'articolo.

sabato 14 giugno 2008

L'attesa è stata lunga....

Beh... da qualche parte bisogna pur iniziare. Capisco che avere tra le mani il proprio primo romanzo è un'altra cosa.
Io però sono un principiante e credo che quando ho scritto "La lisca", a Maggio 2007, non immaginassi che un giorno sarebbe uscito in un'antologia della De Agostini, chiamata "Tremilaseicento battute, spazi inclusi" assieme al fascicolo n. 56 del corso "Scrivere".
Insomma, non la facciamo tanto lunga. Sono felice e volevo condividere questa gioia con voi.

Alla prossima!
Ciao
Piero

domenica 1 giugno 2008

Racconto - If the sun refused to shine *



If the sun refused to shine,
I would still be loving you.
When mountains crumble to the sea,
There will still be you and me.
(Thank you - Robert Plant-Jimmy Page, 1969)


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26 Giugno 1970, porto di Dover


Chicco e Piero scendono dal traghetto. Se l’inferno è un posto dove piove, probabilmente assomiglia al porto di Dover.

Piove che non si vede dove mettere i piedi.

- Ma qua, è sempre cosi’? – chiede Piero.
- Te l'avevo detto che a Londra c'era un tempo di merda!
- Vuoi che sia peggio di Amsterdam?
- Poi vedrai...

Chicco saltella tra la gente e vola sotto una tettoia sgangherata, seguito da Piero e da un altro centinaio di persone.
- Un altro minuto e saremmo affogati! – dice Piero, guardando sconsolatamente la sua camicia multicolore, zuppa.
- Se continua questo schifo di tempo, sai che palle!
Chicco fa un cenno con la testa verso l’esterno della tettoia, dove ombre di persone appaiono e scompaiono sotto l’acqua, come fantasmi.
- Siamo venuti per vedere qualche concerto. Quello degli Zep poi, non me lo voglio perdere, costi quel che costi!
Mentre dice cosi’, Piero cerca di strizzarsi l’orlo dei pantaloni gocciolanti, col risultato di trasformare la zampa di elefante in qualche cosa di indefinito.
- Si. E dove lo fanno?
Mentre i due ragazzi italiani litigano sul da farsi, delle voci femminili, poco distanti, canticchiano un brano familiare.
“Ramble on…, and nows the time the time is now… to sing my song…”

- Ecco qualcuno che ci può aiutare. O che almeno, ha lo stesso problema! – fa Chicco
I due amici si avvicinano al gruppo. Non sembrano inglesi, anzi hanno un accento molto familiare.

Napoletano!

Chicco parte in quarta e batte la mano sulla spalla della prima ragazza del gruppo, una ragazza mora, con i capelli lunghi.
- Scusa, sapete dove suonano gli Zep?
- Grande! anche voi italiani, meno male non ci capiamo niente con st'inglese! - fa lei.
- Gli Zep dovrebbero suonare a Bath e noi ci stiamo andando! State con noi?- fa un’altra ragazza del gruppo.
- Piacere Caterina! – fa la ragazza mora, allungando la mano.
- Piacere Piero, e questo e' Chicco, non fate caso ai suoi baffi, hanno preso fuoco con la canna di stanotte!

Grandi risate di tutte le ragazze. Chicco si aggiusta il baffo e fa una smorfia di fastidio verso Piero, con un effetto ancora più comico.
- Chiedo io informazioni di solito, - spiega Caterina a Piero - perche' sono quella che ne capisce di piu d'inglese, le mie amiche iniziano a ridere come delle cretine mentre mi sentono pronunciare “ai spic inglisc so so”, ma appena sentita la voce di un italiano, non potevo non aggregare il gruppo, se tutto va male ci divertiamo come matti!
- Poi, se sono antipatici possiamo sempre seminarli tra la folla! – pensò Caterina.
Mentre si districano tra la folla, Piero e Caterina si sono già raccontati mezza vita, facendo a gara a chi va a memoria sulle parole di Heartbreaker. Nel frattempo, per fare colpo sull’amica bionda di Caterina, Chicco imita Jimmy Page.
O almeno è quello che pensa di fare. L’imitazione è cosi’ insulsa che nessuno del gruppo ha capito chi potrebbe essere un chitarrista così ridicolo.

- ECCOLI! ECCOLI!
Il gruppo si rivolge indietro. Chicco è fermo, con le mani sulla testa. Davanti a lui, su un muro diroccato, un manifesto alto almeno tre metri, con Robert Plant a torso nudo, bocca spalancata e asta del microfono brandita come un mitra.
Sotto, una scritta.

“The Bath Festival – June 27-28, 1970”

- Ma dov’è questo posto?- fa Chicco, razionalizzando quanto ha visto.
- Io lo so – fa Caterina, sistemandosi i capelli – è vicino Bristol, il festival lo fanno tutti gli anni. L’anno scorso ci è andato mio fratello.
- E come ci si arriva?
- Qualche ora in macchina, non ci vuole molto.

Un giorno e mezzo dopo, i cinque ragazzi italiani stanno camminando in un campo incolto, alla periferia di Bath. Seguono una moltitudine di persone, chi suona, chi canta, chi si bacia.
- Meno male che ci voleva solo qualche ora. In autostop sai quando parti e non sai quando arrivi! – commenta Chicco, con un po’ di fiatone.
Anche Piero e Caterina camminano, ma un passo dietro agli altri. Ogni tanto si sfiorano la mano.
- Ma lo sai che hai una bella voce? – gli dice Caterina all’orecchio.
- Tu invece, sei… sei…
- Sono cosa? – fa Caterina, mettendosi con le mani sui fianchi, attendendo minacciosamente la risposta.
- Sei una ragazza speciale. Profonda. E anche carina.
Caterina scioglie piano piano la sua espressione in un sorriso.
- Si. Vabbè. Jamme.
I nostri si fermano su una collina, rapiti dallo spettacolo. Davanti a loro un orizzonte di teste in movimento e di suoni. Lontano, un palco piccolo piccolo.
Sulla destra della collina, un ragazzo con la barba incolta e un cappellaccio in testa sta facendo delle foto con una polaroid a quella scena.

C’è anche il posto dove acquistare i biglietti. Una tenda bordò, con un cartello “Tickets”.
C’è fila. Senza dubbio. A occhio e croce, almeno cinquecento persone. Un serpentone piegato e ripiegato per una decina di volte.
- Si, ma che siamo venuti a fare qui? Noi mica c’abbiamo i soldi! – ammette candidamente Chicco.
- Come non avete i soldi!! – Caterina lo incenerisce con un’occhiata.
- Non vi preoccupate, ci penso io – fa Piero, indicando sé stesso con il pollice.
Chicco e Piero si scambiano un’occhiata complice, sorridendo, atteggiandosi a veterani dai mille concerti.
- Seguitemi! - Piero inizia a correre, portandosi dietro tutta la combriccola. Fanno il giro del recinto, fino a dietro il palco. In quel punto non c’è proprio nessuno; aldilà della protezione, un paio di ragazzi, stanno scaricando degli strumenti.
- E ora, che si fa? - domanda Caterina
- Chiediamo a quei due - dice Chicco. Poi mette le mani attorno alla bocca e urla:

- EHI! JOHN! JOHN!

Uno dei due ragazzi si avvicina al recinto e si rivolge a Chicco, sottovoce.
- Hi, whats the matter?
- Hi, sorry… for the tickets… money…
Il ragazzo guarda quella strana combriccola in modo interrogativo. Poi sottovoce:
- Ue’ guaglio, non alluccate. Aspettate ‘nu poco, a vuje ci pienz je.
Caterina si caccia la mano in gola per non urlare dalla contentezza.
Il ragazzo anticipa la domanda.
- Song’ e Portici. Avet’ aspettà, vel’ agg ritt.
Dopo mezz’ora, magicamente, i cinque ragazzi, dopo essere usciti da sotto il palco, si sono mischiati alle prime file.

Appena in tempo. Si spengono le luci, sul campo di Bath.
L’ovazione assordante di centocinquantamila persone prende quota.

Un minuto. Un uomo biondo, illuminato da uno spot, esce dal buio del palco con un microfono e saluta il pubblico urlando.
- ROOOOBERT! – urla di rimando Caterina, implorando il cielo affinchè quell’angelo biondo si giri dalla sua parte.
L’attesa è finita. Bonzo rotea la bacchetta e inizia a martellare. Jimmy inizia a mulinare la Gibson.

L’attacco di Immigrant Song esplode sulla spianata davanti il palco, trasformandolo in una bolgia. Le ondate di gente si scaricano sulle prime file, dove i cinque ragazzi italiani urlano a squarciagola.
Caterina si avvicina a Chicco, urlandogli nell’orecchio.
- Ma tu, come facevi a saperlo?
- Cosa? – fa Chicco.
- Che dietro al palco c’era un italiano?
- E chi lo sapeva? E chi sono, il mago Zurli’?
- Ma vaff… - Caterina gli dà uno spintone, ridendo.
- Sai quanto rosica Marco quando gli raccontiamo questo? – fa Chicco, indicando con il dito Bonzo durante l’assolo.
- Marco? Quello scoppia! – fa Piero, non smettendo di saltare.
Mezz’ora di sudore e musica, gioia e adrenalina.
Verso la fine, in un silenzio irreale, Jimmy stacca il distorsore e comincia un arpeggio. Il pubblico inizia a cantare e a muovere le mani a tempo.
Thank you.
Caterina e Piero incrociano i loro sguardi, complici.
“ My love is strong, with you there is no wrong,
together we shall go until we die. My, my, my.
An inspiration is what you are to me, inspiration, look... see.”


- Come staiiii? -grida Caterina.
- Mai stato megliooo- rispose Piero, sorridendole.
- Ho capito. Ho capito che non sei mai stato meglio. Ma mi lasci dormire? – Caterina, infastidita, dà uno scossone a Piero, risvegliandolo dal suo meraviglioso sogno.
- Ma… scusa amore… - fa Piero sforzandosi di tenere gli occhi aperti - …stavo sognando di Bath.
- Di Bath? e che sognavi? Racconta!
Lo sguardo della ragazzina innamorata di Robert Plant illumina la stanza a giorno.
Sono le tre di notte. Ma di dormire non se ne parla. Piero e Caterina hanno tirato fuori la scatola magica dei ricordi, quella con tutte le foto di quando si sono messi insieme.
Poi, ne tirano fuori una. Una vecchia foto polaroid, con i colori ormai sfumati ed i bordi consumati dal tempo.
La guardano lungamente, abbracciati.




* scritto con caterina (away)

venerdì 30 maggio 2008

Racconto - Dicevano


Mi hanno detto che sei tornato.
L’ho saputo stamattina da mia madre, ma ancora non ci posso credere. Mi dovevi vedere. Ho fatto un salto dalla sedia alto cosi’. Poi ho iniziato a rotolarmi per terra dalle risate, non riuscivo a smettere.
E pensare che dicevano che non saresti tornato mai a casa tua. Me lo hanno ripetuto talmente tante volte che alla fine avevano convinto anche me.
E stasera non ci sono santi. Non sarà certo questo caldo che mi terrà lontano da te!
Ti conosco bene. Sono sicuro che se passo vicino casa tua, la finestra della tua camera è socchiusa. A te manca sempre l’aria.
Mi avvicino quatto quatto. La tua finestra è al pianterreno. Sotto, accovacciato per terra, c’è il vecchio Toby, che non sta mai a più di tre metri da te.
Non voglio svegliarlo. Piano piano, lo scavalco ed entro. Mentre sono a cavallo del davanzale, lui alza la testa e addrizza le orecchie. Ma poi si rimette giù. Io entro e mi siedo ai bordi del tuo letto.
Guarda che roba! Sai che faccio? Prima di svegliarti, mi voglio godere queste pareti cariche di foto. Forse non te l’ho mai detto, ma questo era uno dei motivi per cui venivo più volentieri qui a casa tua.
Non ci credi? Guarda questa. Questa foto l’ha fatta mio nonno a casa sua. Ci siamo io e te, avevamo si e no otto anni, con le bici. E guarda che bici! Ma le fanno ancora con il freno a pedale? Non s’era mai visto un sistema per frenare che non frenava mai.
Ma quando pedalavamo andavamo veloci come Toby quando inseguiva le lepri. C’era lo stradone dietro il podere del nonno dove facevamo le gare. E quelle gare richiamavano anche tutti i bambini del vicinato. Un tifo da stadio. Anche se in quelle gare non vincevo mai, secondo me perché mi mettevi di nascosto la sabbia sulla catena.
Io e te passavamo le ore sugli alberi, a raccogliere i fichi, mentre Toby abbaiava e scodinzolava con le zampe appoggiate al tronco. Fino a che non arrivavano le vespe e dovevamo scappare per tutta la campagna.
E la gara dei cocomeri? Mangiavamo un cocomero a testa. Poi ci mettevamo all’inizio del campo. Pronti, via. Camminavamo all’indietro, pisciando, vinceva chi faceva la scia più lunga.
E qui non vincevi mai. Ma sono sicuro che se te lo chiedessi, mi diresti che non è vero.
E questa? Questa è bellissima. Ci siamo sempre io e te. Ma eravamo un po’ più grandi.
Guarda che faccie. Tronfie e aggressive. Come a voler avvertire il mondo. Attenti, arriviamo. Sedici anni e la voglia di spaccare tutto. Colpa degli ormoni.
Ma questo l’ho capito solo un bel po’ di tempo dopo.
Poi la vita ha scelto per noi strade diverse, come succede spesso. A diciotto anni ci siamo separati.
Non c’era più molto da divertirsi. Tuo padre tornava spesso la sera ubriaco. Io lo sentivo strillare da casa mia.
Chi ti incontrava, sentiva dai tuoi racconti storie di cadute dalle scale, inciampi, porte sbattute accidentalmente in faccia. Nella tua espressione tumefatta c’era sempre un perchè.
Tuo padre era amico di tutti. Del maestro, del farmacista, del maresciallo. Perfino del prete. E se per caso ti fossi lamentato con qualcuno, chi ti avrebbe creduto?
Poi, un giorno, sei sparito. E sai come è qua da noi, non si fanno domande, non è educazione. Ma di te si dicevano tante cose.
Dicevano di averti visto partire, una notte, di nascosto. Sembravi un ladro che scappava, inseguito dalla paura dei propri ricordi, più che da quella di essere ripreso.
Dicevano di averti visto andare in città, da un tuo amico, a cercare lavoro, per restare li’.
Dicevano di averti visto piangere, che maledivi tuo padre, che ancora lo sognavi la notte e che avevi terrore di quello che stava succedendo a tua sorella.
Quante volte avrei voluto sapere cosa facevi, dov’eri.
Ma qua da noi, non si fanno domande, non è educazione.
Dicevano di averti visto scappare ancora, che eri andato ad abitare in una capanna a qualche metro dal mare.
Per poterti alzare la mattina presto e andare a guardare il sole che sorge. E respirarne il calore che cresce dalla spiaggia.
Dicevano che c’era un vento caldo, giù al porto, quella notte che ti picchiarono in quattro, come se tu da solo avessi potuto anche solo pensare di poter dare uno schiaffo a qualcuno, magari solo per difenderti.
Dicevano che la mattina dopo ti hanno trovato in fin di vita, a metà strada tra la capanna e il mare, con il viso sorridente e lo sguardo rivolto a est.
Poi tuo padre è morto. E tu sei tornato a casa.
Oggi, non appena l’ho saputo, sono venuto qui a trovarti. Non stavo nella pelle dalla gioia. Ho preso il mio scooter e ho attraversato tutto il paese per andarti a comprare quel CD che ti piaceva tanto e che finalmente dopo anni ho trovato.
Spero ti piaccia ancora.
Guardo l’orologio sul muro. Purtroppo s’è fatto tardi.
Mi avvicino alla finestra chiusa e guardo fuori. C’è tanta gente, lampeggianti, polizia.
Tra le gambe della folla riguardo lo scooter rovesciato e il lenzuolo bianco. Vicino, un CD in mille pezzi.
Ma si. Stasera ormai non c’è più tempo per svegliarti.
Domani.
Si.
Domani magari ritorno.
Tanto so dove trovarti, ora.

giovedì 29 maggio 2008

Racconto Tamò - Finalista al Premio Letterario Nemo 2008

Ormai mi sono completamente montato la testa.
Non ci fate caso.
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PREMIO LETTERARIO NEMO 2008

Cari Amici,

eccoci finalmente al traguardo dei finalisti del nostro Premio Letterario "Nemo" 2008.

L’elenco sarà pubblicato nell’albo d’oro del sito www.nemoeditrice.it alla pagina www.nemoeditrice.it/premio/albo.html

Entro il 30 giugno 2008, salvo cause di forza maggiore, saranno proclamati i vincitori.

A tutti Voi un cordiale saluto, e agli Autori partecipanti un grazie speciale

La Segreteria del Premio Letterario Nemo


ELENCO DEI FINALISTI DEL PREMIO LETTERARIO “NEMO” PER INEDITI



PRIMA EDIZIONE 2008

(In ordine alfabetico)


SEZIONE RACCONTI


Caccamo Gabriel – Elsa

Camuti Fabiola – Il nudo rosso

Mattei Pierpaolo – Tamò

Sottocorno Cristina – Inganni

Troccoli Francesco – Storie del domani, del forse e del mai

Zambruno Barbara – Nemesi 3

Link: http://www.nemoeditrice.it/premio/albo.html

Il racconto è qui.

www.nemoeditrice.it
premio@nemoeditrice.it
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Ciao
Piero

domenica 11 maggio 2008

Caparezza - Eroe

Tre minuti e quarantatrè secondi di verità, dura e tagliente come l'acciaio.
Mascherata da canzonetta.
Ascoltare per credere.

Ciao
Piero

giovedì 17 aprile 2008

Racconto - Se siete uomini


La giovane inviata si guardò nello specchietto e si rimise il rossetto.
“Marco, dimmi quando sei pronto”.
“Sonia, venti secondi”.
Chiuse il rossetto e prese in mano il microfono, serrando e riaprendo le labbra.
“Cinque secondi. Quattro. Tre. Due.”.
“In onda”.
“Buonasera. E’ stata una giornata drammatica, qui a Gavirago al Lambro. Vincenzo Ganelli…”


Peppe guardò da lontano tutti quelle luci accecanti, i camion delle varie televisioni. Cinque inviati di altrettante emittenti stanno raccontando quella giornata, in preda all’eccitazione di andare in diretta su milioni di televisori. Vincenzo meritava tanta attenzione?
Si.
Peppe lo conosceva bene, Vincenzo. Aveva un negozio di scarpe, come suo padre e suo nonno. I Ganelli avevano cambiato città, poi erano emigrati dal Sud al Nord, ma non avevano cambiato il loro modo di guadagnarsi la pagnotta. Scarpe e poi ancora scarpe.
Ormai in quel paese, Vincenzo era come se ci fosse nato. C’era arrivato quando aveva quattro anni e ormai ci viveva da quarant’anni. Conosceva i piedi di tutto il paese. Sapeva a memoria i numeri dei clienti più affezionati e a ogni cambio di stagione ordinava le scarpe pensando ai gusti e al portafoglio di ogni cliente. Raramente sbagliava il colpo. Quando arrivavano i clienti, lui tirava fuori le scarpe prese apposta per loro. A chi ci teneva, alzava il prezzo e poi faceva lo sconto.
Il cliente usciva dal negozio più che soddisfatto. E cliente contento chiama cliente.

Sonia puntò di scatto il microfono davanti alla bocca dell’anziano maresciallo del paese, che spaventato si ritrasse.
“Maresciallo Gellini, può raccontarci come è andata?”


Poi, qualche anno fa, le cose sono cominciate ad andare bene. Ma bene veramente. Vincenzo aveva trovato un fornitore di media qualità, che però gli faceva dei prezzi piuttosto bassi.
Le scarpe non erano il massimo, ma per la maggior parte dei suoi clienti sarebbero andate bene. E poi, il guadagno sarebbe stato veramente imponente.
Ma quello che lo fece veramente impazzire fu il momento nel quale arrivò l’euro. I suoi clienti persero la percezione del valore delle scarpe. Cinquanta euro erano come cinquantamila lire.
In quel momento, facendosi trascinare dall’euforia, Vincenzo decise di fare quello che sognava da tempo. Aprirsi un negozio più grande. Acquistò un vecchio supermercato chiuso, in centro. Merce, mobili, attrezzò un ufficio, computer, fotocopiatrice.
Per i soldi nessun problema. La sua banca gli diede credito senza fine, a lui come a molti altri commercianti.
All’inaugurazione del negozio c’erano almeno centocinquanta persone. Fu una festa memorabile.
Poi il vento cambiò. I suoi clienti cominciarono a venirlo a trovare due volte l’anno invece di quattro. Poi una. Poi sparirono. Qualcuno lo aveva visto addirittura uscire dal negozio del cinese, quel negozio orribile, con quelle scarpe di plastica, che stava nel vecchio quartiere operaio.

Sonia passò l’auricolare al maresciallo, in maniera che potesse ascoltare le domande da studio.
“Buonasera maresciallo, sono Trame”.
“Buonasera direttore”.
“Chi erano le tre persone che si trovavano davanti al negozio?”


Chi erano quei tre? Peppe ne conosceva bene uno, che bazzicava la zona da circa un anno. Si chiamava Ivan ed era un ragazzo brillante, con una bella macchina, sempre ben vestito. Diceva di avere una finanziaria e di non aver problemi a prestare soldi. Vincenzo cominciava a non passarsela bene e quindi si fece imbambolare dalla chiacchiera di quel tipo.
Io avevo sempre avuto qualche sospetto, pensò Peppe.
Infatti, i primi cinquemila euro, anzi “euri”, come li chiamava Vincenzo, arrivarono in due ore.
Dopo un mese, Vincenzo chiamò Ivan, per restituire i soldi. Ivan chiese tremila euro in più del contratto. Vincenzo lo cacciò via a calci.
Dopo qualche giorno, il cane di Vincenzo morì improvvisamente e lui, sapendo che era vecchio, non se ne preoccupò. Quando trovò le gomme della sua Punto tutte e quattro squarciate, avvertì il maresciallo Gellini.
“Finchè non succede niente, non posso fare niente. Ti posso far passare più spesso la pattuglia sotto casa. Per adesso nulla di più”. Il maresciallo allargò le braccia, come a scusarsi della propria impotenza.
Fu così che la macchina prese fuoco, e non fu autocombustione, come appurò il perito dell’assicurazione. Poi prese fuoco il portone di casa.
Ma Vincenzo non riusciva lo stesso a ottenere protezione.
Quando il suo vecchio negozio prese fuoco, Ivan fu arrestato e trattenuto per accertamenti. Ma fu rilasciato la mattina dopo.
Peppe era terrorizzato. Vincenzo invece non se la prendeva più di tanto. Ogni volta che si parlava di questa cosa, lui sorrideva. “Li aspetto”, diceva. “Ogni volta che Ivan passa davanti al mio negozio lo sfido. Vieni a prendermi, verme. Prenditela con me, non con le mie cose.”
Così, quella sera, alle otto in punto, Ivan si presentò davanti al negozio e aspettò che Vincenzo chiudesse e si avviasse verso la macchina, per fermarlo.
Vincenzo sorrise. “Eccoti qua, verme. Sei venuto con i rinforzi?”
Poi arretrò, fino ad appoggiarsi con la schiena al muro vicino al negozio. Ivan sorrise ed estrasse il suo coltello, imitato dagli altri due.
Vincenzo si tolse la giacca e l’avvolse sul braccio destro.
“Va bene, vermi. Avanti. Se siete uomini, uno alla volta.
Se non lo siete, peggio per voi.”

Il maresciallo, sollecitato dal direttore, iniziò a snocciolare il suo resoconto.
“Delle tre persone trovate davanti al negozio, uno solo è stato identificato. Si tratta di Ivan Bocci, un usuraio con precedenti penali per reati finanziari. Per li altri sono in corso gli accertamenti di rito”.
“E come sono morti?”
“A tutti e tre è stato spezzato l’osso del collo, probabilmente durante la collutazione con il Ganelli.”
“Grazie, maresciallo. Sonia, abbiamo notizie dall’ospedale?”
“Direttore, mi è arrivato ora il bollettino medico. Ganelli è gravissimo. Ha diverse ferite da arma da taglio e ha perso molto sangue, ma è fuori pericolo.”
“Grazie Sonia. Se ci sono novità, puoi chiedere la linea quando vuoi.”
“Grazie direttore. Da Gavirago al Lambro per ora è tutto. Vi restituisco la linea.”

mercoledì 9 aprile 2008

"Ogni volta" nella newsletter del mese di Marzo 2008 su Penna d'Oca

Gli amici di Penna d'Oca questo mese hanno proprio esagerato! "Ogni volta" è stato inserito nella newsletter del mese di marzo.
Sarà dura mantenere questo livello!

Cliccare qui

Ciao
Piero

giovedì 3 aprile 2008

Il mio primo giorno da scrittore

Eccomi qua. A raccontarvi di una giornata di partenza, di fretta, di valigie, di oddio speriamo che non ci siamo scordati niente.
E poi via sull’autostrada. Destinazione Bologna. Selezione del Premio Letterario Panchina 2008.
Dopo due ore mi rendo conto del motivo per cui non vado tanto in giro. Odio guidare come nessun’altra cosa al mondo.
A pranzo ci troviamo con degli amici a Barberino, ad assaporare un po’ di carne alla griglia ed un po’ di vino rosso. Qualche schermaglia. Che andate a fare a Bologna? Lui ha il saggio di fine anno, fa mia moglie. Si, dico io, poi sto in ferie fino a Novembre. Magari, penso.
Poi l’hotel e la ricerca del Circolo Mazzini. Ma guarda, c’è anche una trattoria. Facciamo un giro, compriamo un libro e ceniamo.
Sono passate da poco le nove. Entriamo e una signora gentile mi saluta, chiedendomi se sono un “autore”. Caspita, mi fa un certo effetto essere chiamato così. Però effettivamente è quello che sono. Piacere, Piero Mattei. Buona sera, sono Grazia Gliozzi.
Non c’è molta gente, se ne accorge anche Eraldo Turra, che presenta la serata, ma non fa niente. Queste serate possono essere tutto, tranne che un evento di gran richiamo.
Si parte. Alcuni autori non ci sono e i racconti li ho più o meno letti tutti. L’attore che legge si chiama Filippo Plancher e devo dire che letti così sono proprio un’altra cosa. Specialmente “4 minuti”, che di tutti era e resta il mio preferito.
Sullo schermo appare il mio nome e Turra viene verso di me per intervistarmi. Mio figlio parte a riprendermi con la macchinetta fotografica. Sono imbarazzatissimo e mi impappino, però ci pensa Turra a togliermi d’impaccio.
Vedere per credere.



Poi Plancher inizia a leggere “La luce”. Sarà che è il mio racconto. Sarà che non ho mai sentito qualcuno leggere così qualcosa di mio, ma il cuore va a mille. A metà racconto comincio ad asciugarmi gli occhi, sconvolto.
L’applauso finale mi scioglie. Respiro. Un sorso di grappa.
Un altro racconto e si vota.

Non è andata bene, come vedete. Inutile dire che ci speravo. Ma le gare sono così. Qualche volta si vince e molto spesso no. Di questa serata mi resta un’emozione incredibile. Quella scena di pochi minuti, un mio pezzo letto per la prima volta da un attore, in quel modo, davanti a una cinquantina di persone renderà questo evento per me irripetibile.
Ci prepariamo e ci alziamo dal tavolino. Plancher mi vede e mi si fa incontro, allungando la mano destra. “Complimenti, un bel pezzo” mi fa, stringendomi la mano. “Grazie, è stata un’emozione grandissima” farfuglio io, emozionatissimo.
Forse non era solo una mia impressione allora. Gli è piaciuto davvero.
Mi avvio alla macchina, pensando che quella stretta di mano e quelle poche parole per me sono un premio più che sufficiente.
Domani si riparte. A scrivere.
Per chiudere, vi metto il video di Plancher che legge “La luce”. L’audio è pessimo, prendetelo come un cimelio.
Anche se io penso che quei pochi secondi tra la fine del racconto e l’applauso la dicono lunga.



Ciao
Piero