venerdì 26 settembre 2008

Racconto - Kustor


-Affari. Solo affari.
La voce di Kustor si fermò un attimo. Si accese una Gitanes e riprese a raccontare.
-Il mondo è cambiato, Mike. Quando iniziammo eravamo degli idealisti, combattevamo pensando che un giorno saremmo riusciti a costruire un mondo migliore, un posto senza guerre, senza poveri e ricchi. Facevamo la guerra alle cose che non ci piacevano. E così ho fatto, per anni. Poi un giorno arriva un ometto. Un impiegato di banca, a prima vista.
-Mi manda Frank Wise.
-Ah. E sentiamo un po’. Che cosa vorrebbe Frank Wise da me?
-Dobbiamo parlare di affari.
-Niente da fare - gli faccio io - alla gente come voi io gli piazzo una bomba sotto il culo e li faccio sparire. Qualunque cosa mi vuoi dire non mi interessa. Anzi, fai bene a sparire anche tu.
-Direi che ti conviene ascoltare la mia proposta.
-Direi che non ho tempo.
-Ripeto che ti conviene. Dammi retta.
Quel tono minaccioso mi fece ribollire il sangue. Lo avrei strozzato con le mie mani, li’, subito. Poi invece decisi di starlo a sentire.
-Sappiamo delle tue imprese. Sei bravo. Molto bravo. Per un po’ di tempo ti abbiamo anche dato la caccia. Poi abbiamo deciso che era meglio lasciarti fare quello che volevi. In fondo non facevi niente altro che il nostro gioco. Più tu attaccavi una caserma, più noi avevamo un pretesto per aumentare la nostra presenza nella zona. Una base saltata in aria? Tre nuove basi nelle vicinanze. Andavi alla grande. Perché metterti i bastoni tra le ruote? Poi hai cominciato a mirare più in alto. Invece di continuare a colpire militari e corpi speciali ti sei montato la testa e hai iniziato con i politici. Poi i finanzieri, le multinazionali… tu capisci, abbiamo dovuto per forza ricominciare a darti la caccia… ed ora ti faccio vedere una cosa.
Apre la sua borsa e tira fuori una serie di fogli.
-Vedi questi elenchi? Dagli un’occhiata.
Prendo due o tre fogli e comincio a leggere. Poi ne prendo altri. E poi altri.
-Ci sono tutti - mi fa – Hai visto? Ci sono proprio tutti gli uomini della tua organizzazione. Basi, finanziatori, fiancheggiatori. Ma anche indirizzi, nomi dei familiari…
-Ok, basta - gli faccio io, puntandogli il ferro in mezzo agli occhi – non mi spaventi con questa roba. Sai benissimo che se distruggete la nostra organizzazione in due mesi abbiamo una nuova rete solida e collaudata pronta per entrare in azione. Non mi freghi. Nossignore. Dimmi che c’è qualcos’altro nella tua proposta, dimmi che non mi hai fatto perdere tutto questo tempo inutilmente…
- Si. Ascolta. Ora viene il bello. Potremmo continuare a farci la guerra, passare i prossimi dieci anni a farci saltare in aria. Ma ci conviene? Sei vecchio ormai, Kustor. La smetti di fare l’idealista? Il Don Chisciotte dei miei stivali? Lo sai di cosa parla il futuro? Parla di fame di petrolio, di fame di energia. I popoli della Terra sono completamente dipendenti dal petrolio e dal gas naturale. E lo saranno ancora di più nei prossimi anni. Pagheranno qualsiasi prezzo. Oro, diamanti… non varranno più nulla. Petrolio, petrolio… si parlerà solo di questo, da adesso in poi. Noi non vogliamo che tra dieci anni i russi e gli arabi comandino il mondo. E stiamo organizzandoci per opporci a questo predominio.
La discussione stava prendendo una piega diversa. Rimisi il ferro in tasca.
-Semplice. Andiamo a prenderci il petrolio dove sta. Nei paesi arabi occidentalizzati e moderati, non c’è verso. Sono potenti, ben organizzati. Diventeranno i nostri nemici, tra pochi anni. Andiamo nei paesi islamici. Sono paesi arretrati, dove chi è più forte la fa da padrone. Non ci sono organizzazioni sociali, strutture di governo, nulla. Solo una massa di tribù che si scannano tra di loro. Andiamo li’ e ci prendiamo il petrolio.
-Ma mi prendi per il culo? Come farete a prendervi il petrolio?
- Quello che tutto il mondo già sa è che sono stati islamici, che hanno basi terroristiche e armi non convenzionali, anche se non è mai stato vero. Ma non basterebbe a giustificare un’invasione. Un invasione costa. Migliaia di soldati, navi, aerei… dovremmo essere aggrediti, per poter reagire in quel modo… insomma, questo è il tuo lavoro, Kustor.
Che ti devo dire – disse alla fine Kustor, spegnendo la sigaretta sul marmo - ho fatto un bel lavoro. Non mi pento. Ho progettato un attentato fantasmagorico. Ho dato tutte le indicazioni e Frank Wise ha eseguito il compitino. Tremila morti? Magari fossero solo cosi’ pochi… questa è una delle cose che sono uscite dai notiziari… ma la cosa più divertente era vedere la faccia del capo di quella organizzazione terroristica finta che ha inventato la CIA. Che ridere, vedere quella faccia da ebete con la barba bianca. Ogni tanto esce in televisione e minaccia il mondo dai suoi monti. Vive sui monti, come Heidi, in un area non più grande di un piccolo paese europeo. Trecentomila marines, più un esercito multinazionale non è stato in grado di trovarlo. Anzi, una volta che lo stavano per prendere è fuggito in moto. Ma dai…
Kustor rise di gusto. A me devo dire non veniva molto da ridere. Non sapevo come, né quando, ma sapevo che sarebbe successa qualche altra cosa, prima che riuscissi ad uscire da lì.
- Ora sai tutto. Ma di te non mi fido, Mike. Sei troppo in gamba. Un amico come te non lo voglio. Figuriamoci un nemico.
Mentre diceva così, Kustor fece un cenno con la testa ad uno degli uomini che mi tenevano le braccia dietro la schiena. Un dolore lancinante mi attraversò il collo.
L’ultima cosa che vidi fu il mio corpo ammucchiato per terra, come un sacco vuoto, coperto dal sangue che mi sgorgava da sotto la bocca.

Racconto - Colpo di muso


Che hai da guardarmi? Hai la coscienza sporca?

Umani. Non capite niente. Mi guardi con quegli occhi imploranti e mi fai delle domande, come se io ti potessi rispondere.

- Come ti chiami?
- Hai fame?
- Perché sei arrabbiato con me?

Lascia stare, ho le mie ragioni, per essere incazzato.
E poi occhio, che io non sono un randagio, uno di quei cani sporchi e brutti che si vedono per strada.
Sto in una casa grande, con un giardino enorme. Una cuccia con tutti i confort, pranzo e cena, finestrina con venticello che quando ho caldo mi ci butto dentro e sembra l'aria condizionata. Poi, al pomeriggio, Marco e Alessio che mi fanno correre a riprendere il legnetto. Sempre più lontano, e io corro. Sempre più veloce, e io sempre più veloce.

E poi gioco a pallone. Loro mi fanno un passaggio a mezz'altezza e io faccio un salto per prenderla con il muso. Colpo di muso, lo chiamano i bambini.

- Dick corri, c'è il gatto!

E io corro e lo faccio scappare. Mica c'ho paura, io. Una volta ce ne erano tre, l'ho rincorsi fino a quando sono scappati e non sono più tornati.

Sono io il padrone del giardino, altroché! La mattina passa Andrea, là fuori dal recinto. - Ciao Dick - mi dice e io abbaio due volte. Mi hanno insegnato a salutare così. Poi si alza la serranda della cucina e la padrona mi butta qualcosa della sera prima. Roba di prima scelta. E tutte le mattine, mica storie!
E quando esce il padrone? Mi metto vicino alla macchina e lo aspetto per salutarlo. Solo scodinzolare, perché lui odia quando mi infilo nella macchina.
Per non parlare di quando gli metto le zampe sui pantaloni per giocare. La volta che ci ho provato mi ha tirato un calcio in pancia che ho vomitato verde per due giorni. Ora lo so, botte non ne prendo più.

Strani, siete proprio strani, voi umani. Stamattina il mio padrone è stato dieci minuti a piangere come un bambino per farmi salire in macchina.
Alla fine per non sentirlo ho deciso di salire. Ma invece di farmi salire davanti con lui, come mi sarei aspettato dopo quella sceneggiata, mi ha aperto il bagagliaio, per farmi mettere sopra una busta di nailon nera e appiccicosa. Ma se hai tanta voglia di stare con me, mi metti così lontano che per parlarmi devi urlare più forte dello stereo? Ma guarda che tipo.

E continuava a urlare, e io su quel nailon, con quella puzza di lavanda che odio. E Dick di qua, e Dick di là, mi diceva che stavamo andando al lago, in un posto fantastico. Siamo arrivati e mi ha fatto scendere.

Non mi ha neanche fatto vedere un po’ di lago che mi ha fatto:
- Dick, vediamo se prendi questo!

e mi ha lanciato un legno più lontano che avessi mai visto prima.

Ah si? Ora ti faccio vedere quanto ci metto, ho pensato. Sono partito a razzo e sono tornato velocissimo.

Ma dove stai? Ma quella che va via è la tua macchina?
Umani. Ma come? Non volevi il legnetto? Corro a tutta velocità a prenderlo e poi te ne vai?

Così ho posato il legnetto e ho aspettato. Ho aspettato. Fino a che sei arrivato tu!
Appena ti ho visto ho capito tutto quello che è successo. E’ colpa tua, sicuramente. Mi ci gioco il collare.
Io stavo andando a prendere il mio legnetto e tu e il mio padrone vi siete messi anche voi a giocare a legnetto. Tu glielo hai tirato lontano, cosi’ lontano che il mio padrone ha dovuto correre in macchina per andartelo a prendere.

Dai, mi è passata, lo so che è un gioco. Può capitare di fare un tiro troppo forte. Guarda, smetto anche di abbaiare.

Giochiamo assieme. Hai un pallone? Ti faccio vedere il mio colpo di muso!

Dai, aspetta qui assieme a me. Io lo conosco bene, il mio padrone. Prima o poi ritorna, vedrai.

giovedì 18 settembre 2008

La mia vita in bilico nel casinò Wall Street

Leggete quest'articolo. Molto istruttivo, direi.
Da la Repubblica di oggi

http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/borse-7/scatola-broker/scatola-broker.html

Ciao
Piero

venerdì 12 settembre 2008

Piccoli scrittori crescono...

E così venne il momento della prima recensione che mi riguarda...

http://www.parvapolis.it/page.php?id=41361

Beh? Festeggiamo o no? Intanto grazie a Nadia Turriziani!

Ciao

Piero

sabato 30 agosto 2008

Il Duca e le A-Zine

Venerdì. Prendo un folder trasparente e ci metto dentro le venti A-Zine stampate e preparate durante la pausa pranzo. Orologi e Niente di strano entrano nello zaino e mi incammino verso il parcheggio.
Una giornata pesante, come ultimamente mi capita spesso. Mi stanno togliendo di mezzo, non per scherzo. Una signorina di belle speranze, arrivata da non si sa dove e non si sa come, mi sta gradualmente sostituendo. Dal primo giorno che l’ho vista sapevo che sarebbe stata il mio sostituto. Ma oggi non mi va giù. Mi pagano lo stesso, ma è dura ingoiare tutta questa merda. E’ dura.
Vado verso casa. I quaranta chilometri scorrono lentamente, con Sanborn che carezza la mia depressione con il suo sax. Prima di arrivare, faccio un salto a LatinaFiori, il centro commerciale megagalattico. Voglio vedere gente. Magari piazzare qualche A-Zine.
Parcheggio e salgo al secondo piano, giro davanti al McDonald e mi infilo dentro il negozio di dischi. Voglio lasciare qui qualche A-Zine. Faccio un giro tra i banchi e trovo un CD che cercavo da tempo. Ziggy Stardust.
E’ proprio quello che mi ci vuole oggi. Metterò questo disco e mi crogiolerò nella mia tristezza fino a casa. Devo soffrire da solo.
Devo avere dieci centesimi di resto. La ragazza si scusa e vola alla velocità della luce in un negozio vicino. Non faccio neanche in tempo a dire che non serviva. Torna con il fiatone e quegli inutilissimi dieci centesimi. Non mi pare il caso di lasciare qui A-Zine. E’ chiedere un po’ troppo.
Ringrazio, saluto e vado verso il nastro trasportatore. Scendo e mi metto in fondo, dove c’è un bel mobiletto di legno, con dentro il motore. Tiro fuori il pacchettino con le A-Zine e lo sparpaglio con indifferenza sul legno. Poi mi allontano e mi apposto, per vedere cosa succede.
Lo sapevo. Questo posto è talmente perfetto che le A-Zine richiamano l’attenzione dei passanti come una composizione floreale. La gente si ferma per imboccare il nastro per pochi secondi. Le donne sono le più curiose, quasi tutte notano quei bei libbricini colorati. Gli uomini, manco a dirlo. Tranne qualcuno, si guardano i piedi o per aria.
Qualche donna allunga la mano e inizia a rigirare tra le dita e a sfogliare quella meraviglia, pur strattonata da qualche marito/compagno/fidanzato che fa una faccia come per dire “Ma che te metti a ffà, namo che ciavemo fretta”. Ma loro dure, mettono l’A-Zine nella borsetta e lo conservano per dopo.
Una coppia di anziani si ferma e guarda con attenzione quei curiosi disegni di barche ed orologi. Anche loro li rigirano tra le dita, si guardano e annuiscono.
Sono venti minuti che osservo la gente e sono soddisfatto. Una decina di A-Zine hanno preso il volo.
Mi sento quasi meglio. Me ne posso andare.
Salgo in macchina, metto il Duca nel lettore e parto. Qualche minuto e una macchina bianca, con i finestrini abbassati gira per le strade di Latina. Alla guida, un uomo quasi calvo, che canta a squarciagola.
Chi l’avrebbe detto, che le A-Zine e il Duca avrebbero avuto il potere di farmi dimenticare una giornata così?

“Starman… waiting in the sky…”

lunedì 25 agosto 2008

"Orologi" - A-Zine di Agosto 2008 sul sito di A.S.I.MOV.

Come faccio a spiegarvi in due parole cosa è il concorso A-Zine? Impossibile fare meglio di Luigi Bruno Cristiano, meglio conosciuto in giro per il web come "remote", che sul sito A.S.I.MOV. lo descrive così:

Il concorso A-Zine è un concorso che l'Associazione A.S.I.MOV. organizza per i Soci:
I racconti vincitori verranno stampati in un semplice foglio A4.
Quel foglio A4, piegato in un determinato modo, produrrà una sorta di libretto che sta comodamente
in un taschino, e non ha bisogno di rilegatura.
Il nostro sogno è questo:
se ognuno di noi scaricasse il racconto vincitore in formato A-Zine che verrà
confezionato dalla redazione e contenente il racconto del mese e se ne preparasse
almeno 10 copie spargendole in giro; dandole alle librerie, ai passanti, abbandonandoli
sui tram, otterremmo una cosa che non si è mai vista.
Gli scrittori A.S.I.MOV. sono in movimento e lo saranno anche i loro racconti.
In pratica porteremo quel NON LUOGO che è la Rete nella Vita reale e dalla Vita Reale
porteremo i lettori alla Rete. Questo perché sulle A-Zine c'è un invito a chi le raccogliesse
di raggiungerci qui, nel Portale A.S.I.MOV., di registrarsi e di dirci dove l'hanno trovata.
Le A-Zine sono il biglietto da visita dell'Associazione, sono la misura della qualità di quanto
scriviamo, siamo noi in molteplici luoghi, contemporaneamente, stando tranquillamente sul divano.

(da un'idea di Luigi Bruno Cristiano)


... il tutto per dirvi che "Orologi" è l'A-Zine di Agosto 2008.

Ciao
Piero

Racconto - Orologi*


- Guarda questo! Non è bellissimo?
- A me piace questo.
- Lo sapevo! Guarda, non ti mettere strane idee in testa che questa collezione è strettamente personale. Piuttosto…
Erika si gettò sulle labbra di Matteo con foga, infilandogli la lingua nella gola.
- Erikaaaa! Tra poco si mangia! – urlò una voce dalla cucina.
- Arriviamo! – rispose lei dopo essersi staccata meccanicamente, lasciando gli ormoni di Matteo in subbuglio.
- Non che ci tenessi a farti venire a cena - disse lei sottovoce – ma sai, mio padre è così. Se esco con un ragazzo lo vuole conoscere. Mi tormenta!
- Nessun problema. E poi tuo padre sembra uno a posto, l’ho visto prima…
- Sì, poi alla fine… - Erika si avventò nuovamente su di lui, riprendendo il discorso. Lui partì al contrattacco, infilandole le mani sotto il maglione. Mentre stava per toccare il paradiso, Erika si ritrasse.
- Aspetta! Sei matto? Se entra mio padre è capace di farti a fettine! – disse lei, ricomponendosi.
Mentre Matteo si stava chiedendo in quale modo lecito avrebbe potuto calmare quel branco di rinoceronti scatenati da Erika, lei prese un altro pezzo dalla sua corposa collezione e glielo porse.
- Guarda qua! L’ultimo arrivato. Questo modello lo usano i paracadutisti, se spingi qua diventa un altimetro!
- Bello. Il cinturino poi è stupendo! – Matteo cercò di trovare da qualche parte un pò di interesse.
- E il tuo? Fa vedere! – Erika prese il polso di Matteo e lo tirò con forza verso di sé. Matteo sorrise.
L’irruenza di Erika non faceva altro che eccitarlo ancora di più.
- Ma questo è diverso da quello che avevi l’altro giorno.
- Si, l’ho comprato stamattina. E’ la prima volta che compro un orologio da sub – disse lui, che ben sapendo della passione di lei, si era premunito.
- Ma che colori! – disse lei, continuando a girare e rigirare il polso. Poi prese a baciargli l’avambraccio, il bicipite, via via salendo, fino al collo.
Quando fu il momento della bocca, arrivò il richiamo da dietro la porta.
- Ragazzi! E’ pronto!
- Veniamo subito! – e poi rivolta a Matteo, in un orecchio – dopo cena i miei vanno a letto presto. Restiamo a vedere la televisione sul divano…
Non fece tempo a finire la frase che prese il lobo dell’orecchio tra le labbra, sospirando. Matteo pensò che quella sarebbe stata la cena più lunga della sua vita.
Mano nella mano, arrivarono in sala, dove trovarono la tavola apparecchiata e si sedettero entrambi. Matteo notò che aveva la porta della sala alle spalle e la cosa lo metteva a disagio. Ma il pensiero del dopocena sovrastava tutto.
- Assaggia questo vino, lo fa mio nonno, è buonissimo – disse Erika, riempiendo il bicchiere di Matteo – non hai ne mai assaggiato uno così!
- Poco però - e si portò alla bocca il calice di cristallo. Il vino era molto forte e aveva un leggero sapore di mandorla che lo rendeva piacevole.
Chiacchierando con Erika, Matteo bevve gradualmente tutto il calice. Dopo qualche minuto, mentre si sedevano il fratello di Erika e la mamma, Matteo cominciò a sudare. Parlava e sudava.
Si rese conto che era meglio darsi una rinfrescata, ma le gambe non rispondevano. Fu preso dal panico.
- Erika, accompagnami al bagno. Sto male! – disse sottovoce.
- Non ti preoccupare, il vino è molto forte.
- Ma…
Svenne sulla sedia.
Il papà emerse dalla porta, con un contenitore in mano.
- Prima io – disse Erika, aprendo il contenitore.
Estrasse una mannaia e prese il braccio di Matteo. Lo posò sul tavolo e lo tranciò di netto.
- Quest’orologio mancava proprio, alla mia collezione! – disse trionfante, mentre il papà, con un taglio da chirurgo, staccò di netto la testa di Matteo e la porse alla moglie, per la cena.

* vincitore del concorso A-Zine di agosto 2008 su A.S.I.MOV.

martedì 19 agosto 2008

Il razzismo secondo Bertold Brecht

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare."

Bertold Brecht

giovedì 7 agosto 2008

Il sacco del Circeo

Se ne è sempre parlato poco. Ma la camorra è infiltrata nella provincia di Latina da anni. Ho trovato questo servizio sul sito del TG LA 7 ed è bene che si sappiano queste cose, visto che il comune di Sabaudia multa chi parcheggia sulla duna, mentre chiude gli occhi davanti ad altre situazioni.



Ciao
Piero

giovedì 17 luglio 2008

Racconto - La mia amica verde


Dove ho messo le chiavi? Ah, eccole. Finalmente a casa.
Apro la porta e poso lo zaino. Mamma mia, che stanchezza! Prima di tutto, mi metto qua sul divano, a vedermi un po' di CSI.
Oddio, ma che ore sono? Mi sono addormentato. Le dieci! Ma come le dieci! Sono due ore che dormo e non ho neanche cenato. Alle undici devo andare a prendere Ferruccio. E' ora di muoversi.
Allungo la mano verso il telecomando. Poso le dita sui tasti ed è come se prendessi la scossa. Ma che è? Uno scherzo?
Guardo bene dove ho posato la mano. I tasti dei canali saranno grandi come una moneta da un euro.
Stendo istintivamente il braccio in avanti. Il polsino abbottonato penzola nel vuoto, al di là delle dita protese della mano.
Ma che succede?
Salto giù dal divano e faccio per correre, ma inciampo sulle scarpe ed i pantaloni, intrappolato dai vestiti.
Mi libero a fatica da quel groviglio e ne esco nudo come un verme. Mi guardo intorno. La sedia della sala è alta come me.
Ok, ok. Tranquillo. sto sognando. Devono essere state quelle pasticchine gialle che Mara mi ha dato come antistaminico. Conoscendo le sue abitudini, chissà cosa mi ha dato.
Suona il telefono. Allungo la mano in alto, sopra il tavolo e prendo il cordless. E’ pesantissimo e lo devo reggere con due mani. Me l'appoggio sull'orecchio e il microfono mi finisce all'altezza del torace.
Dall’altra parte del telefono sento la voce di mia madre.
- Pronto! Tonino! Pronto! Mi senti!
- Si mamma, sto qui. Sto bene.
Mamma riattacca. Non mi ha sentito.
Comincio ad avere dubbi che sia un sogno. Come mai ho cosi' tanto freddo? Non ricordo un sogno in cui hi sofferto il freddo.
Calma, calma. Ci deve essere una spiegazione per tutto questo. Mettiamo in ordine le cose. Cosa mi è successo ultimamente? Vediamo.
La zingara. Quella maledetta che quando chiedeva l'elemosina l'ho spinta cosi' forte da farla cadere. Chissà cosa mi ha detto quando mi ha puntato la mano contro e mi ha sbraitato contro quelle parole oscure...
Ma dai! Ma cosa mi viene da pensare! Certo che è un sogno. Adesso dò un calcio alla sedia e mi sveglio. Semplicemente. E mi sveglierò seduto sul divano, con il mio piccolo telecomando a fianco.
Ok. Uno, due, tre.
AHIA. Ahhh… che male! Ma che mi è venuto in mente di dare un calcio alla sedia. Adesso sono un nano con un dolore atroce al piede.
Aiuto. AIUTO!!!
Via di qua. VIA!
Corro verso la porta. Provo a scappare. Ormai non arrivo più neanche alla maniglia. Faccio un salto. Niente da fare.
Devo andarmene. Provo a prendere una sedia per salirci sopra. Non ce la faccio a spostarla.
No.
NOOOOOO!!!
Mi siedo per terra e appoggio la schiena al termosifone. Sento un ronzio. Guardo in alto.
Un animaletto svolazza attorno alla luce del soffitto. Sta disegnando una spirale e discende lentamente verso il basso.
Sta scendendo verso di me.
Il ronzio si fa sempre più forte.
Ora è vicinisimo. Mi metto le braccia davanti agli occhi, per non vedere quello che sta per succedere.
Silenzio.
Sento un solletico sulla gamba. Apro gli occhi.
Una cimice, grande come un gatto, sta camminando sulla mia gamba.
Via. Via. Scalcio disperatamente, per liberarmi e fuggire da qualche parte.
Niente. Non si stacca. E’ come se fosse tatuata sulla gamba.
E sale. Ormai mi è arrivata sul ventre. Provo a toglierla con le mani. Niente. Un odore fortissimo sale verso le mie narici. Mi viene da vomitare.
Mi metto le braccia sulla faccia per proteggermi. Sento camminare sul braccio e poi sull’avambraccio. Poi nulla.
Resisto. Non voglio aprire gli occhi. Sto soffocando dalla paura.
Sento qualcosa che si insinua tra le mie braccia e la faccia. Per quanta forza ci metta, non riesco a resistere. No. NOOOO!
Ho le braccia bloccate sul petto. Una cosa appiccicosa mi prende la palpebra destra. Io la stringo a morte, urlando a più non posso.
Non posso più resistere. Apro gli occhi.
Una minuscola bocca si apre, emettendo un sibilo.