martedì 30 dicembre 2008

Intervista su "La piazza"


Me la posso tirare un po', per favore? E' sempre un'intervista, anche se su un piccolo giornale locale. Piuttosto che nulla, è meglio piuttosto, direbbe qualcuno.
Grazie a Nadia Turriziani, che mi sta supportando (nonchè sopportando).
Ciao
Piero

Pàssim - Racconti e poesie


Sembra fatto apposta, invece no. Stanno uscendo tutte assieme una serie di pubblicazioni che contengono miei racconti. "Pàssim - racconti e poesie" è l'antologia del Premio Panchina 2008, curata da Grazia Gliozzi. Contiene un mio pezzo che ha partecipato al concorso quest'anno.
Per informazioni e acquisto del libro contattate la casa editrice Odoya
Ciao
Piero

domenica 21 dicembre 2008

Marco Paolini torna su LA7

Marco Paolini torna su LA7, con un nuovo spettacolo.
"La macchina del capo" andrà in onda giovedì 1 Gennaio 2009.

giovedì 4 dicembre 2008

Una storia nel cassetto


I puristi storceranno un po' il naso. Ma se da qualche parte esiste una raccolta di racconti con alcuni dei miei racconti bisogna che si sappia in giro. Anche se su Lulu e si tratta di una raccolta autoprodotta. Soprattutto perchè il ricavato andrà devoluto in beneficienza.

Il collegamento alla pagina del sito "Una storia nel cassetto" dove si parla di questo libro lo trovate qui.
Per acquistarlo direttamente invece cliccate qui.

Non è una buona idea per Natale?
Ciao
Piero

giovedì 27 novembre 2008

Amore di mamma


- Hai acceso?
- Sì, sono pronto.
Lothar si sistemò i capelli. Si chiamava Mattia, ma nessuno poteva chiamarlo così, senza rischiare grosso. Guardò in camera e iniziò a parlare, con tono professionale.
- Signore e signori buonasera. Siamo qui vicino al fiume per quello che sarà l’evento della stagione. Il processo a un infame.
Lothar indicò l’albero alla sua destra. Giulio abbassò lentamente l’inquadratura, scoprendo un ragazzo con gli occhi spalancati e la faccia tumefatta, legato e imbavagliato.
- Vostra maestà, potreste dirci di cosa è accusato questo povero giovine? – disse Giulio, mentre ridendo continuava a riprendere il ragazzo imbavagliato.
- Ma certamente. Anzi, faremo di più. La sua sorte sarà decisa dai presenti. Noi esporremo solo le prove a suo carico.
- LOTHAR! LOTHAR! – un incitamento cadenzato si levò per qualche secondo alle spalle di Giulio. Altri tre spettatori assistevano divertiti alla scena. Claudio, Fabio e Andrea, gli altri devoti sudditi di Lothar. Bene. Allora, l’infame è accusato di aver tentato di sottrarsi al rito di iniziazione.
- Ma questa è una cosa gravissima! – disse Fabio.
- Esatto. Si è rifiutato di consegnare il telefonino, come hanno fatto tutti i suoi compagni della prima G. Non solo. Appena ha potuto ha raccontato l’accaduto ai professori e al preside!
- NOOOOO!
- Eh si. Si è creata una situazione molto spiacevole. Siamo stati interrogati. Forse ci sospenderanno.
- Ma è incredibile, vostra maestà!
- E lo sapete cosa ha fatto quando lo abbiamo bloccato all’uscita della scuola e abbiamo cercato di capire il perché di questo accanimento contro la nostra persona? Si è divincolato e siamo stati morsi! Non ci credete? Guardate qua!
Lothar si sbottonò il polsino della camicia e si tirò su la manica, lasciando intravedere una cicatrice piuttosto evidente.
- Dopo tutto ciò, secondo voi, può essere lasciato impunito?
- NOOOOOO!
- Bene. Confidate nell’immensa saggezza del vostro sire?
- Sì, vostra maestà!
- Noi proponiamo che gli vengano spezzate le dita dei piedi e delle mani.
- SIIIII!
- Bene. Che gli sia tolto il bavaglio. Che le sue urla salgano al cielo. Che anche la luna si accorga del suo dolore! Che sia eseguita la sentenza.
I tre spettatori si avvicinarono al ragazzo e gli tolsero il bavaglio. Per tutta risposta, appena ebbe la bocca libera, questi tentò di morderli.
- Bastardo! Cane rabbioso! – disse Claudio tirandogli un sonoro ceffone, mentre gli toglievano le scarpe. Mentre due a fatica lo tenevano fermo, Andrea prese un paletto di legno da terra e lo brandì con due mani. Lo posò sull’alluce sinistro del ragazzo, prendendo la mira. Poi lo alzò al cielo e vibrò il primo colpo.
L’urlo del ragazzo scosse la campagna. I suoi occhi si iniettarono di sangue e la voce si fece più roca. Un filo di bava scivolò via sulla guancia.
Tutti risero di gusto. Lothar invece si era messo seduto davanti al ragazzo con le gambe incrociate, a godersi la scena e lanciò una feroce occhiata ad Andrea, che si preparò subito al secondo colpo. Giulio nel frattempo riprendeva tutto, con impegno.
Il secondo colpo frantumò l’indice e il medio. Il ragazzo emise un urlo rabbioso.
- MAMMMAAAAAAAA!!!
- Chiama la mamma, che tenero! – disse Giulio rivolto a Lothar, che scosse la testa.
- MAMMMAAAAAAAA!!! – la voce si fece ancora più roca e rabbiosa.
- Sì sì, come no! Mamma, chiama mamma!
Lothar vide cadere il paletto per terra, con una delle due mani di Andrea ancora attaccate. Alzò lo sguardo.
Un essere alto circa due metri, con la testa di cane staccò l’altro braccio di Andrea con un morso.
- Mamma! – disse sospirando il ragazzo seduto per terra.

venerdì 14 novembre 2008

Racconto - Il bottone


Il suono del vecchio Siemens squarta l’ultimo scampolo di paradiso. Ma che male ho fatto per merirarmi questo? L’ho ucciso io Gesù Cristo? Mi pare proprio di no.
E tu? Come risolveresti il problema del bottone ostinato, al quale hai spiegato varie volte che è ineducato stringere a morte la pancia quando viene chiamato a fare il suo dovere? Basta mangiare di meno, bere di meno e rifiutare gli inviti a pranzo e a cena, mi diresti. E io? Potresti per cortesia cominciare a pensare a quella domanda su Gesù Cristo, alla quale ancora non mi hai risposto?
Una cosa posso provare a farla. Una corsetta. Un amico mi ha detto che è semplice. Mezz’ora e hai risolto i tuoi problemi.
Però. Che ci vuole? Mi metto la maglietta, i pantaloncini, i calzini bianchi di spugna e le scarpette mezze sfondate. Poi mi infilo al buio nella camera di mio figlio, alla ricerca dell’emmepitrè.
Eccomi. Chiavi, marsupio, auricolari di ordinanza. Venti secondi per decidere. Soundgarden o Alex De Grassi. Alex no. Non vorrei addormentarmi mentre corro.
Primo giro. Vado bene. Piano, senza correre, la signora infreddolita mi passa davanti e mi ignora completamente. Secondo giro, comincio ad avere qualche problema di respirazione, ma è normale, portare a spasso cento chili non è una passeggiata, è un allenamento. Sul Siemens sono passati dieci minuti scarsi. E quando ci arrivo a mezz’ora?
Seiedieci. Mancano cinque minuti alla fine del supplizio e Black Hole Sun mi sta trapanando il cervello. Mi sento meglio di quando sono uscito e peggio di quel ragazzo con lo zainetto che si avvia al cantiere, incazzato ma almeno riposato, che sicuramente avrà appena preso il primo caffè della giornata e sta per accendersi la prima siga della giornata.
Fatto. Di mezz’ora avrò corso sì e no un quarto d’ora. E tutto per farti piacere a te. Poi dici che l’uomo non si affeziona a delle cose inanimate.
Ok. Che ne dici di darmi un po’ di respiro oggi? Dai.
Ignorante che non sei altro. Un’altra giornata in apnea.

sabato 18 ottobre 2008

"Quaranta" - A-Zine di Ottobre 2008 sul sito di A.S.I.MOV.

Beh, a quanto pare, qualche volta i miracoli si ripetono. Non vorrei che ora la gente mi prenda per uno scrittore in gamba. Ancora non lo sono.
Almeno non come vorrei essere.
Il racconto "Quaranta" è l'A-Zine n. 4 di Ottobre 2008 sul sito di A.S.I.MOV.
Mica male, a ripensarci!

Ciao
Piero

Racconto - Quaranta*


Che freddo avevo stamattina, Ale. Solo tu puoi capirmi. Sono andata in cucina e ho guardato fuori, attraverso la porta a vetri. Pongo scodinzolava. Sa bene come lo tratto, io. Altro che la stronza.
Ho guardato sulla tavola. Stamattina sopra c’era un settantadue, nel vasetto bianco e verde. E poi un ottantadue, nel bicchiere, con un po’ di caffè.
Ho chiuso gli occhi. Vedevo solo il quaranta. Nero, sullo sfondo rosso.
Tu sai come sono. Appena sveglia sono sempre incazzata. Il signor ottantadue e il suo amichetto settantadue sono volati nel cesso. Dura come il marmo, Ale!
Già che ero in bagno, l’ho fatto, Ale.
Quarantaquattro. Merda. Ma tu come hai fatto a scendere?
Mia madre era uscita. Oggi polpette, Ale. Mi ci gioco quello che vuoi. Come faccio? Saranno ottocento, se va bene.
Sono tornata in camera. Ho messo il riscaldamento a palla. Mi sono ranicchiata vicino al termosifone, sotto la coperta e con il phon acceso al massimo. L’ho inventato io, questo sistema contro il freddo. Che ne dici, Ale?
Ho acceso la tele. A quell’ora non c’è niente, solo cartoni e pubblicità. Però c’era quel programma sulla collezione primavera-estate. Che cazzo, Ale. Ma le hai viste?
Ho dovuto cambiare canale. E lì dolci, cioccolata! Lo stomaco mi stava facendo male.
Ma capita anche a te, Ale? Non credo. A te no. Non ti viene mai in mente di andare in cucina. Dovrei bere un cucchiaio di aceto, come fai tu, per farmi passare questa voglia.
Anzi. Mi prendo un lassativo. Ecco, ottima idea, ho pensato. L’ho comprati l’altro ieri, ne dovrei avere ancora. Mi fanno un po’ male alla pancia, ma almeno non penso ad altro.
Niente. L’ho finiti.
Quaranta.
A un certo punto mi sono svegliata. Sai quando ti guardi in giro e dici dove sono? Mi girava la testa. Che cazzo ci faccio in cucina, mi sono chiesta.
Mi sono guardata le dita. Poi sul tavolo. Ale, se mi avessero dato una coltellata, non avrebbero trovato neanche un po’ di sangue.
Davanti a me c’è solo il barattolo di nutella, vuoto.
Ale! Ma hai visto che cazzo ho fatto? Ale, mi devi aiutare, non ce la posso fare da sola! Sei o no la mia socia?
Sono corsa in bagno e mi sono infilata lo spazzolino in gola. Quella merda alla nocciola non mi avrà, ho pensato.
L’ho vista la chiazza rossastra. All’inizio mi faceva paura. Adesso so bene che è buon segno. Significa che è uscito tutto. Pensa che prima che tu me lo spiegassi mi sembrava la buccia di una mela. Ma sarò scema o no?
Poi quando vomito mi sento bene. Mi sento come Dio. Ho il controllo. Decido io.
Mi sono rimessa sotto la coperta con il phon. Mi sentivo stanca, Ale. Mi sono appisolata.
A un certo punto, la voce della troia mi ha svegliato. Indovina un po’? Mi ha comprato le polpette!
Vaffanculo. Tanto anche queste se le mangia Pongo.
Ma come facevi tu a metterti nuda davanti allo specchio e a mangiare lentamente? Non avevi freddo?
Chissà se quando una muore sente questo freddo.
Ma che mi viene da pensare! Tra qualche giorno starò benissimo. Sarò bellissima! Anzi, ora mi alzo e vado a correre. Almeno un ora. Mi copro per bene e mi faccio cinque volte il giro del parco. Milleduecento. Milleduecento calorie in meno. Poi oggi pomeriggio ti vengo a trovare.
Quella troia mi ha nascosto la tuta. Dice che la devo smettere di andare al parco tutti i giorni, che è pericoloso.
Che bello infilarsi i pantaloni senza doverli sbottonare, Ale, avevi proprio ragione. Poi oggi pomeriggio ti vengo a trovare. Vengo a vedere come fai a non mangiare, con tutti quei dottori intorno. Solo io lo so cosa ti serve, Ale. Ma perché non ci lasciano in pace?
Quaranta chili. Taglia trentotto. Ancora qualche giorno, Ale.

* vincitore del concorso A-Zine del mese di Ottobre 2008 su A.S.I.MOV.

venerdì 26 settembre 2008

Racconto - Kustor


-Affari. Solo affari.
La voce di Kustor si fermò un attimo. Si accese una Gitanes e riprese a raccontare.
-Il mondo è cambiato, Mike. Quando iniziammo eravamo degli idealisti, combattevamo pensando che un giorno saremmo riusciti a costruire un mondo migliore, un posto senza guerre, senza poveri e ricchi. Facevamo la guerra alle cose che non ci piacevano. E così ho fatto, per anni. Poi un giorno arriva un ometto. Un impiegato di banca, a prima vista.
-Mi manda Frank Wise.
-Ah. E sentiamo un po’. Che cosa vorrebbe Frank Wise da me?
-Dobbiamo parlare di affari.
-Niente da fare - gli faccio io - alla gente come voi io gli piazzo una bomba sotto il culo e li faccio sparire. Qualunque cosa mi vuoi dire non mi interessa. Anzi, fai bene a sparire anche tu.
-Direi che ti conviene ascoltare la mia proposta.
-Direi che non ho tempo.
-Ripeto che ti conviene. Dammi retta.
Quel tono minaccioso mi fece ribollire il sangue. Lo avrei strozzato con le mie mani, li’, subito. Poi invece decisi di starlo a sentire.
-Sappiamo delle tue imprese. Sei bravo. Molto bravo. Per un po’ di tempo ti abbiamo anche dato la caccia. Poi abbiamo deciso che era meglio lasciarti fare quello che volevi. In fondo non facevi niente altro che il nostro gioco. Più tu attaccavi una caserma, più noi avevamo un pretesto per aumentare la nostra presenza nella zona. Una base saltata in aria? Tre nuove basi nelle vicinanze. Andavi alla grande. Perché metterti i bastoni tra le ruote? Poi hai cominciato a mirare più in alto. Invece di continuare a colpire militari e corpi speciali ti sei montato la testa e hai iniziato con i politici. Poi i finanzieri, le multinazionali… tu capisci, abbiamo dovuto per forza ricominciare a darti la caccia… ed ora ti faccio vedere una cosa.
Apre la sua borsa e tira fuori una serie di fogli.
-Vedi questi elenchi? Dagli un’occhiata.
Prendo due o tre fogli e comincio a leggere. Poi ne prendo altri. E poi altri.
-Ci sono tutti - mi fa – Hai visto? Ci sono proprio tutti gli uomini della tua organizzazione. Basi, finanziatori, fiancheggiatori. Ma anche indirizzi, nomi dei familiari…
-Ok, basta - gli faccio io, puntandogli il ferro in mezzo agli occhi – non mi spaventi con questa roba. Sai benissimo che se distruggete la nostra organizzazione in due mesi abbiamo una nuova rete solida e collaudata pronta per entrare in azione. Non mi freghi. Nossignore. Dimmi che c’è qualcos’altro nella tua proposta, dimmi che non mi hai fatto perdere tutto questo tempo inutilmente…
- Si. Ascolta. Ora viene il bello. Potremmo continuare a farci la guerra, passare i prossimi dieci anni a farci saltare in aria. Ma ci conviene? Sei vecchio ormai, Kustor. La smetti di fare l’idealista? Il Don Chisciotte dei miei stivali? Lo sai di cosa parla il futuro? Parla di fame di petrolio, di fame di energia. I popoli della Terra sono completamente dipendenti dal petrolio e dal gas naturale. E lo saranno ancora di più nei prossimi anni. Pagheranno qualsiasi prezzo. Oro, diamanti… non varranno più nulla. Petrolio, petrolio… si parlerà solo di questo, da adesso in poi. Noi non vogliamo che tra dieci anni i russi e gli arabi comandino il mondo. E stiamo organizzandoci per opporci a questo predominio.
La discussione stava prendendo una piega diversa. Rimisi il ferro in tasca.
-Semplice. Andiamo a prenderci il petrolio dove sta. Nei paesi arabi occidentalizzati e moderati, non c’è verso. Sono potenti, ben organizzati. Diventeranno i nostri nemici, tra pochi anni. Andiamo nei paesi islamici. Sono paesi arretrati, dove chi è più forte la fa da padrone. Non ci sono organizzazioni sociali, strutture di governo, nulla. Solo una massa di tribù che si scannano tra di loro. Andiamo li’ e ci prendiamo il petrolio.
-Ma mi prendi per il culo? Come farete a prendervi il petrolio?
- Quello che tutto il mondo già sa è che sono stati islamici, che hanno basi terroristiche e armi non convenzionali, anche se non è mai stato vero. Ma non basterebbe a giustificare un’invasione. Un invasione costa. Migliaia di soldati, navi, aerei… dovremmo essere aggrediti, per poter reagire in quel modo… insomma, questo è il tuo lavoro, Kustor.
Che ti devo dire – disse alla fine Kustor, spegnendo la sigaretta sul marmo - ho fatto un bel lavoro. Non mi pento. Ho progettato un attentato fantasmagorico. Ho dato tutte le indicazioni e Frank Wise ha eseguito il compitino. Tremila morti? Magari fossero solo cosi’ pochi… questa è una delle cose che sono uscite dai notiziari… ma la cosa più divertente era vedere la faccia del capo di quella organizzazione terroristica finta che ha inventato la CIA. Che ridere, vedere quella faccia da ebete con la barba bianca. Ogni tanto esce in televisione e minaccia il mondo dai suoi monti. Vive sui monti, come Heidi, in un area non più grande di un piccolo paese europeo. Trecentomila marines, più un esercito multinazionale non è stato in grado di trovarlo. Anzi, una volta che lo stavano per prendere è fuggito in moto. Ma dai…
Kustor rise di gusto. A me devo dire non veniva molto da ridere. Non sapevo come, né quando, ma sapevo che sarebbe successa qualche altra cosa, prima che riuscissi ad uscire da lì.
- Ora sai tutto. Ma di te non mi fido, Mike. Sei troppo in gamba. Un amico come te non lo voglio. Figuriamoci un nemico.
Mentre diceva così, Kustor fece un cenno con la testa ad uno degli uomini che mi tenevano le braccia dietro la schiena. Un dolore lancinante mi attraversò il collo.
L’ultima cosa che vidi fu il mio corpo ammucchiato per terra, come un sacco vuoto, coperto dal sangue che mi sgorgava da sotto la bocca.

Racconto - Colpo di muso


Che hai da guardarmi? Hai la coscienza sporca?

Umani. Non capite niente. Mi guardi con quegli occhi imploranti e mi fai delle domande, come se io ti potessi rispondere.

- Come ti chiami?
- Hai fame?
- Perché sei arrabbiato con me?

Lascia stare, ho le mie ragioni, per essere incazzato.
E poi occhio, che io non sono un randagio, uno di quei cani sporchi e brutti che si vedono per strada.
Sto in una casa grande, con un giardino enorme. Una cuccia con tutti i confort, pranzo e cena, finestrina con venticello che quando ho caldo mi ci butto dentro e sembra l'aria condizionata. Poi, al pomeriggio, Marco e Alessio che mi fanno correre a riprendere il legnetto. Sempre più lontano, e io corro. Sempre più veloce, e io sempre più veloce.

E poi gioco a pallone. Loro mi fanno un passaggio a mezz'altezza e io faccio un salto per prenderla con il muso. Colpo di muso, lo chiamano i bambini.

- Dick corri, c'è il gatto!

E io corro e lo faccio scappare. Mica c'ho paura, io. Una volta ce ne erano tre, l'ho rincorsi fino a quando sono scappati e non sono più tornati.

Sono io il padrone del giardino, altroché! La mattina passa Andrea, là fuori dal recinto. - Ciao Dick - mi dice e io abbaio due volte. Mi hanno insegnato a salutare così. Poi si alza la serranda della cucina e la padrona mi butta qualcosa della sera prima. Roba di prima scelta. E tutte le mattine, mica storie!
E quando esce il padrone? Mi metto vicino alla macchina e lo aspetto per salutarlo. Solo scodinzolare, perché lui odia quando mi infilo nella macchina.
Per non parlare di quando gli metto le zampe sui pantaloni per giocare. La volta che ci ho provato mi ha tirato un calcio in pancia che ho vomitato verde per due giorni. Ora lo so, botte non ne prendo più.

Strani, siete proprio strani, voi umani. Stamattina il mio padrone è stato dieci minuti a piangere come un bambino per farmi salire in macchina.
Alla fine per non sentirlo ho deciso di salire. Ma invece di farmi salire davanti con lui, come mi sarei aspettato dopo quella sceneggiata, mi ha aperto il bagagliaio, per farmi mettere sopra una busta di nailon nera e appiccicosa. Ma se hai tanta voglia di stare con me, mi metti così lontano che per parlarmi devi urlare più forte dello stereo? Ma guarda che tipo.

E continuava a urlare, e io su quel nailon, con quella puzza di lavanda che odio. E Dick di qua, e Dick di là, mi diceva che stavamo andando al lago, in un posto fantastico. Siamo arrivati e mi ha fatto scendere.

Non mi ha neanche fatto vedere un po’ di lago che mi ha fatto:
- Dick, vediamo se prendi questo!

e mi ha lanciato un legno più lontano che avessi mai visto prima.

Ah si? Ora ti faccio vedere quanto ci metto, ho pensato. Sono partito a razzo e sono tornato velocissimo.

Ma dove stai? Ma quella che va via è la tua macchina?
Umani. Ma come? Non volevi il legnetto? Corro a tutta velocità a prenderlo e poi te ne vai?

Così ho posato il legnetto e ho aspettato. Ho aspettato. Fino a che sei arrivato tu!
Appena ti ho visto ho capito tutto quello che è successo. E’ colpa tua, sicuramente. Mi ci gioco il collare.
Io stavo andando a prendere il mio legnetto e tu e il mio padrone vi siete messi anche voi a giocare a legnetto. Tu glielo hai tirato lontano, cosi’ lontano che il mio padrone ha dovuto correre in macchina per andartelo a prendere.

Dai, mi è passata, lo so che è un gioco. Può capitare di fare un tiro troppo forte. Guarda, smetto anche di abbaiare.

Giochiamo assieme. Hai un pallone? Ti faccio vedere il mio colpo di muso!

Dai, aspetta qui assieme a me. Io lo conosco bene, il mio padrone. Prima o poi ritorna, vedrai.