sabato 30 agosto 2008

Il Duca e le A-Zine

Venerdì. Prendo un folder trasparente e ci metto dentro le venti A-Zine stampate e preparate durante la pausa pranzo. Orologi e Niente di strano entrano nello zaino e mi incammino verso il parcheggio.
Una giornata pesante, come ultimamente mi capita spesso. Mi stanno togliendo di mezzo, non per scherzo. Una signorina di belle speranze, arrivata da non si sa dove e non si sa come, mi sta gradualmente sostituendo. Dal primo giorno che l’ho vista sapevo che sarebbe stata il mio sostituto. Ma oggi non mi va giù. Mi pagano lo stesso, ma è dura ingoiare tutta questa merda. E’ dura.
Vado verso casa. I quaranta chilometri scorrono lentamente, con Sanborn che carezza la mia depressione con il suo sax. Prima di arrivare, faccio un salto a LatinaFiori, il centro commerciale megagalattico. Voglio vedere gente. Magari piazzare qualche A-Zine.
Parcheggio e salgo al secondo piano, giro davanti al McDonald e mi infilo dentro il negozio di dischi. Voglio lasciare qui qualche A-Zine. Faccio un giro tra i banchi e trovo un CD che cercavo da tempo. Ziggy Stardust.
E’ proprio quello che mi ci vuole oggi. Metterò questo disco e mi crogiolerò nella mia tristezza fino a casa. Devo soffrire da solo.
Devo avere dieci centesimi di resto. La ragazza si scusa e vola alla velocità della luce in un negozio vicino. Non faccio neanche in tempo a dire che non serviva. Torna con il fiatone e quegli inutilissimi dieci centesimi. Non mi pare il caso di lasciare qui A-Zine. E’ chiedere un po’ troppo.
Ringrazio, saluto e vado verso il nastro trasportatore. Scendo e mi metto in fondo, dove c’è un bel mobiletto di legno, con dentro il motore. Tiro fuori il pacchettino con le A-Zine e lo sparpaglio con indifferenza sul legno. Poi mi allontano e mi apposto, per vedere cosa succede.
Lo sapevo. Questo posto è talmente perfetto che le A-Zine richiamano l’attenzione dei passanti come una composizione floreale. La gente si ferma per imboccare il nastro per pochi secondi. Le donne sono le più curiose, quasi tutte notano quei bei libbricini colorati. Gli uomini, manco a dirlo. Tranne qualcuno, si guardano i piedi o per aria.
Qualche donna allunga la mano e inizia a rigirare tra le dita e a sfogliare quella meraviglia, pur strattonata da qualche marito/compagno/fidanzato che fa una faccia come per dire “Ma che te metti a ffà, namo che ciavemo fretta”. Ma loro dure, mettono l’A-Zine nella borsetta e lo conservano per dopo.
Una coppia di anziani si ferma e guarda con attenzione quei curiosi disegni di barche ed orologi. Anche loro li rigirano tra le dita, si guardano e annuiscono.
Sono venti minuti che osservo la gente e sono soddisfatto. Una decina di A-Zine hanno preso il volo.
Mi sento quasi meglio. Me ne posso andare.
Salgo in macchina, metto il Duca nel lettore e parto. Qualche minuto e una macchina bianca, con i finestrini abbassati gira per le strade di Latina. Alla guida, un uomo quasi calvo, che canta a squarciagola.
Chi l’avrebbe detto, che le A-Zine e il Duca avrebbero avuto il potere di farmi dimenticare una giornata così?

“Starman… waiting in the sky…”

lunedì 25 agosto 2008

"Orologi" - A-Zine di Agosto 2008 sul sito di A.S.I.MOV.

Come faccio a spiegarvi in due parole cosa è il concorso A-Zine? Impossibile fare meglio di Luigi Bruno Cristiano, meglio conosciuto in giro per il web come "remote", che sul sito A.S.I.MOV. lo descrive così:

Il concorso A-Zine è un concorso che l'Associazione A.S.I.MOV. organizza per i Soci:
I racconti vincitori verranno stampati in un semplice foglio A4.
Quel foglio A4, piegato in un determinato modo, produrrà una sorta di libretto che sta comodamente
in un taschino, e non ha bisogno di rilegatura.
Il nostro sogno è questo:
se ognuno di noi scaricasse il racconto vincitore in formato A-Zine che verrà
confezionato dalla redazione e contenente il racconto del mese e se ne preparasse
almeno 10 copie spargendole in giro; dandole alle librerie, ai passanti, abbandonandoli
sui tram, otterremmo una cosa che non si è mai vista.
Gli scrittori A.S.I.MOV. sono in movimento e lo saranno anche i loro racconti.
In pratica porteremo quel NON LUOGO che è la Rete nella Vita reale e dalla Vita Reale
porteremo i lettori alla Rete. Questo perché sulle A-Zine c'è un invito a chi le raccogliesse
di raggiungerci qui, nel Portale A.S.I.MOV., di registrarsi e di dirci dove l'hanno trovata.
Le A-Zine sono il biglietto da visita dell'Associazione, sono la misura della qualità di quanto
scriviamo, siamo noi in molteplici luoghi, contemporaneamente, stando tranquillamente sul divano.

(da un'idea di Luigi Bruno Cristiano)


... il tutto per dirvi che "Orologi" è l'A-Zine di Agosto 2008.

Ciao
Piero

Racconto - Orologi*


- Guarda questo! Non è bellissimo?
- A me piace questo.
- Lo sapevo! Guarda, non ti mettere strane idee in testa che questa collezione è strettamente personale. Piuttosto…
Erika si gettò sulle labbra di Matteo con foga, infilandogli la lingua nella gola.
- Erikaaaa! Tra poco si mangia! – urlò una voce dalla cucina.
- Arriviamo! – rispose lei dopo essersi staccata meccanicamente, lasciando gli ormoni di Matteo in subbuglio.
- Non che ci tenessi a farti venire a cena - disse lei sottovoce – ma sai, mio padre è così. Se esco con un ragazzo lo vuole conoscere. Mi tormenta!
- Nessun problema. E poi tuo padre sembra uno a posto, l’ho visto prima…
- Sì, poi alla fine… - Erika si avventò nuovamente su di lui, riprendendo il discorso. Lui partì al contrattacco, infilandole le mani sotto il maglione. Mentre stava per toccare il paradiso, Erika si ritrasse.
- Aspetta! Sei matto? Se entra mio padre è capace di farti a fettine! – disse lei, ricomponendosi.
Mentre Matteo si stava chiedendo in quale modo lecito avrebbe potuto calmare quel branco di rinoceronti scatenati da Erika, lei prese un altro pezzo dalla sua corposa collezione e glielo porse.
- Guarda qua! L’ultimo arrivato. Questo modello lo usano i paracadutisti, se spingi qua diventa un altimetro!
- Bello. Il cinturino poi è stupendo! – Matteo cercò di trovare da qualche parte un pò di interesse.
- E il tuo? Fa vedere! – Erika prese il polso di Matteo e lo tirò con forza verso di sé. Matteo sorrise.
L’irruenza di Erika non faceva altro che eccitarlo ancora di più.
- Ma questo è diverso da quello che avevi l’altro giorno.
- Si, l’ho comprato stamattina. E’ la prima volta che compro un orologio da sub – disse lui, che ben sapendo della passione di lei, si era premunito.
- Ma che colori! – disse lei, continuando a girare e rigirare il polso. Poi prese a baciargli l’avambraccio, il bicipite, via via salendo, fino al collo.
Quando fu il momento della bocca, arrivò il richiamo da dietro la porta.
- Ragazzi! E’ pronto!
- Veniamo subito! – e poi rivolta a Matteo, in un orecchio – dopo cena i miei vanno a letto presto. Restiamo a vedere la televisione sul divano…
Non fece tempo a finire la frase che prese il lobo dell’orecchio tra le labbra, sospirando. Matteo pensò che quella sarebbe stata la cena più lunga della sua vita.
Mano nella mano, arrivarono in sala, dove trovarono la tavola apparecchiata e si sedettero entrambi. Matteo notò che aveva la porta della sala alle spalle e la cosa lo metteva a disagio. Ma il pensiero del dopocena sovrastava tutto.
- Assaggia questo vino, lo fa mio nonno, è buonissimo – disse Erika, riempiendo il bicchiere di Matteo – non hai ne mai assaggiato uno così!
- Poco però - e si portò alla bocca il calice di cristallo. Il vino era molto forte e aveva un leggero sapore di mandorla che lo rendeva piacevole.
Chiacchierando con Erika, Matteo bevve gradualmente tutto il calice. Dopo qualche minuto, mentre si sedevano il fratello di Erika e la mamma, Matteo cominciò a sudare. Parlava e sudava.
Si rese conto che era meglio darsi una rinfrescata, ma le gambe non rispondevano. Fu preso dal panico.
- Erika, accompagnami al bagno. Sto male! – disse sottovoce.
- Non ti preoccupare, il vino è molto forte.
- Ma…
Svenne sulla sedia.
Il papà emerse dalla porta, con un contenitore in mano.
- Prima io – disse Erika, aprendo il contenitore.
Estrasse una mannaia e prese il braccio di Matteo. Lo posò sul tavolo e lo tranciò di netto.
- Quest’orologio mancava proprio, alla mia collezione! – disse trionfante, mentre il papà, con un taglio da chirurgo, staccò di netto la testa di Matteo e la porse alla moglie, per la cena.

* vincitore del concorso A-Zine di agosto 2008 su A.S.I.MOV.

martedì 19 agosto 2008

Il razzismo secondo Bertold Brecht

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare."

Bertold Brecht

giovedì 7 agosto 2008

Il sacco del Circeo

Se ne è sempre parlato poco. Ma la camorra è infiltrata nella provincia di Latina da anni. Ho trovato questo servizio sul sito del TG LA 7 ed è bene che si sappiano queste cose, visto che il comune di Sabaudia multa chi parcheggia sulla duna, mentre chiude gli occhi davanti ad altre situazioni.



Ciao
Piero

giovedì 17 luglio 2008

Racconto - La mia amica verde


Dove ho messo le chiavi? Ah, eccole. Finalmente a casa.
Apro la porta e poso lo zaino. Mamma mia, che stanchezza! Prima di tutto, mi metto qua sul divano, a vedermi un po' di CSI.
Oddio, ma che ore sono? Mi sono addormentato. Le dieci! Ma come le dieci! Sono due ore che dormo e non ho neanche cenato. Alle undici devo andare a prendere Ferruccio. E' ora di muoversi.
Allungo la mano verso il telecomando. Poso le dita sui tasti ed è come se prendessi la scossa. Ma che è? Uno scherzo?
Guardo bene dove ho posato la mano. I tasti dei canali saranno grandi come una moneta da un euro.
Stendo istintivamente il braccio in avanti. Il polsino abbottonato penzola nel vuoto, al di là delle dita protese della mano.
Ma che succede?
Salto giù dal divano e faccio per correre, ma inciampo sulle scarpe ed i pantaloni, intrappolato dai vestiti.
Mi libero a fatica da quel groviglio e ne esco nudo come un verme. Mi guardo intorno. La sedia della sala è alta come me.
Ok, ok. Tranquillo. sto sognando. Devono essere state quelle pasticchine gialle che Mara mi ha dato come antistaminico. Conoscendo le sue abitudini, chissà cosa mi ha dato.
Suona il telefono. Allungo la mano in alto, sopra il tavolo e prendo il cordless. E’ pesantissimo e lo devo reggere con due mani. Me l'appoggio sull'orecchio e il microfono mi finisce all'altezza del torace.
Dall’altra parte del telefono sento la voce di mia madre.
- Pronto! Tonino! Pronto! Mi senti!
- Si mamma, sto qui. Sto bene.
Mamma riattacca. Non mi ha sentito.
Comincio ad avere dubbi che sia un sogno. Come mai ho cosi' tanto freddo? Non ricordo un sogno in cui hi sofferto il freddo.
Calma, calma. Ci deve essere una spiegazione per tutto questo. Mettiamo in ordine le cose. Cosa mi è successo ultimamente? Vediamo.
La zingara. Quella maledetta che quando chiedeva l'elemosina l'ho spinta cosi' forte da farla cadere. Chissà cosa mi ha detto quando mi ha puntato la mano contro e mi ha sbraitato contro quelle parole oscure...
Ma dai! Ma cosa mi viene da pensare! Certo che è un sogno. Adesso dò un calcio alla sedia e mi sveglio. Semplicemente. E mi sveglierò seduto sul divano, con il mio piccolo telecomando a fianco.
Ok. Uno, due, tre.
AHIA. Ahhh… che male! Ma che mi è venuto in mente di dare un calcio alla sedia. Adesso sono un nano con un dolore atroce al piede.
Aiuto. AIUTO!!!
Via di qua. VIA!
Corro verso la porta. Provo a scappare. Ormai non arrivo più neanche alla maniglia. Faccio un salto. Niente da fare.
Devo andarmene. Provo a prendere una sedia per salirci sopra. Non ce la faccio a spostarla.
No.
NOOOOOO!!!
Mi siedo per terra e appoggio la schiena al termosifone. Sento un ronzio. Guardo in alto.
Un animaletto svolazza attorno alla luce del soffitto. Sta disegnando una spirale e discende lentamente verso il basso.
Sta scendendo verso di me.
Il ronzio si fa sempre più forte.
Ora è vicinisimo. Mi metto le braccia davanti agli occhi, per non vedere quello che sta per succedere.
Silenzio.
Sento un solletico sulla gamba. Apro gli occhi.
Una cimice, grande come un gatto, sta camminando sulla mia gamba.
Via. Via. Scalcio disperatamente, per liberarmi e fuggire da qualche parte.
Niente. Non si stacca. E’ come se fosse tatuata sulla gamba.
E sale. Ormai mi è arrivata sul ventre. Provo a toglierla con le mani. Niente. Un odore fortissimo sale verso le mie narici. Mi viene da vomitare.
Mi metto le braccia sulla faccia per proteggermi. Sento camminare sul braccio e poi sull’avambraccio. Poi nulla.
Resisto. Non voglio aprire gli occhi. Sto soffocando dalla paura.
Sento qualcosa che si insinua tra le mie braccia e la faccia. Per quanta forza ci metta, non riesco a resistere. No. NOOOO!
Ho le braccia bloccate sul petto. Una cosa appiccicosa mi prende la palpebra destra. Io la stringo a morte, urlando a più non posso.
Non posso più resistere. Apro gli occhi.
Una minuscola bocca si apre, emettendo un sibilo.

giovedì 19 giugno 2008

Addio, sergente.

Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all'età di 86 anni.
Leggi l'articolo.

sabato 14 giugno 2008

L'attesa è stata lunga....

Beh... da qualche parte bisogna pur iniziare. Capisco che avere tra le mani il proprio primo romanzo è un'altra cosa.
Io però sono un principiante e credo che quando ho scritto "La lisca", a Maggio 2007, non immaginassi che un giorno sarebbe uscito in un'antologia della De Agostini, chiamata "Tremilaseicento battute, spazi inclusi" assieme al fascicolo n. 56 del corso "Scrivere".
Insomma, non la facciamo tanto lunga. Sono felice e volevo condividere questa gioia con voi.

Alla prossima!
Ciao
Piero

domenica 1 giugno 2008

Racconto - If the sun refused to shine *



If the sun refused to shine,
I would still be loving you.
When mountains crumble to the sea,
There will still be you and me.
(Thank you - Robert Plant-Jimmy Page, 1969)


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26 Giugno 1970, porto di Dover


Chicco e Piero scendono dal traghetto. Se l’inferno è un posto dove piove, probabilmente assomiglia al porto di Dover.

Piove che non si vede dove mettere i piedi.

- Ma qua, è sempre cosi’? – chiede Piero.
- Te l'avevo detto che a Londra c'era un tempo di merda!
- Vuoi che sia peggio di Amsterdam?
- Poi vedrai...

Chicco saltella tra la gente e vola sotto una tettoia sgangherata, seguito da Piero e da un altro centinaio di persone.
- Un altro minuto e saremmo affogati! – dice Piero, guardando sconsolatamente la sua camicia multicolore, zuppa.
- Se continua questo schifo di tempo, sai che palle!
Chicco fa un cenno con la testa verso l’esterno della tettoia, dove ombre di persone appaiono e scompaiono sotto l’acqua, come fantasmi.
- Siamo venuti per vedere qualche concerto. Quello degli Zep poi, non me lo voglio perdere, costi quel che costi!
Mentre dice cosi’, Piero cerca di strizzarsi l’orlo dei pantaloni gocciolanti, col risultato di trasformare la zampa di elefante in qualche cosa di indefinito.
- Si. E dove lo fanno?
Mentre i due ragazzi italiani litigano sul da farsi, delle voci femminili, poco distanti, canticchiano un brano familiare.
“Ramble on…, and nows the time the time is now… to sing my song…”

- Ecco qualcuno che ci può aiutare. O che almeno, ha lo stesso problema! – fa Chicco
I due amici si avvicinano al gruppo. Non sembrano inglesi, anzi hanno un accento molto familiare.

Napoletano!

Chicco parte in quarta e batte la mano sulla spalla della prima ragazza del gruppo, una ragazza mora, con i capelli lunghi.
- Scusa, sapete dove suonano gli Zep?
- Grande! anche voi italiani, meno male non ci capiamo niente con st'inglese! - fa lei.
- Gli Zep dovrebbero suonare a Bath e noi ci stiamo andando! State con noi?- fa un’altra ragazza del gruppo.
- Piacere Caterina! – fa la ragazza mora, allungando la mano.
- Piacere Piero, e questo e' Chicco, non fate caso ai suoi baffi, hanno preso fuoco con la canna di stanotte!

Grandi risate di tutte le ragazze. Chicco si aggiusta il baffo e fa una smorfia di fastidio verso Piero, con un effetto ancora più comico.
- Chiedo io informazioni di solito, - spiega Caterina a Piero - perche' sono quella che ne capisce di piu d'inglese, le mie amiche iniziano a ridere come delle cretine mentre mi sentono pronunciare “ai spic inglisc so so”, ma appena sentita la voce di un italiano, non potevo non aggregare il gruppo, se tutto va male ci divertiamo come matti!
- Poi, se sono antipatici possiamo sempre seminarli tra la folla! – pensò Caterina.
Mentre si districano tra la folla, Piero e Caterina si sono già raccontati mezza vita, facendo a gara a chi va a memoria sulle parole di Heartbreaker. Nel frattempo, per fare colpo sull’amica bionda di Caterina, Chicco imita Jimmy Page.
O almeno è quello che pensa di fare. L’imitazione è cosi’ insulsa che nessuno del gruppo ha capito chi potrebbe essere un chitarrista così ridicolo.

- ECCOLI! ECCOLI!
Il gruppo si rivolge indietro. Chicco è fermo, con le mani sulla testa. Davanti a lui, su un muro diroccato, un manifesto alto almeno tre metri, con Robert Plant a torso nudo, bocca spalancata e asta del microfono brandita come un mitra.
Sotto, una scritta.

“The Bath Festival – June 27-28, 1970”

- Ma dov’è questo posto?- fa Chicco, razionalizzando quanto ha visto.
- Io lo so – fa Caterina, sistemandosi i capelli – è vicino Bristol, il festival lo fanno tutti gli anni. L’anno scorso ci è andato mio fratello.
- E come ci si arriva?
- Qualche ora in macchina, non ci vuole molto.

Un giorno e mezzo dopo, i cinque ragazzi italiani stanno camminando in un campo incolto, alla periferia di Bath. Seguono una moltitudine di persone, chi suona, chi canta, chi si bacia.
- Meno male che ci voleva solo qualche ora. In autostop sai quando parti e non sai quando arrivi! – commenta Chicco, con un po’ di fiatone.
Anche Piero e Caterina camminano, ma un passo dietro agli altri. Ogni tanto si sfiorano la mano.
- Ma lo sai che hai una bella voce? – gli dice Caterina all’orecchio.
- Tu invece, sei… sei…
- Sono cosa? – fa Caterina, mettendosi con le mani sui fianchi, attendendo minacciosamente la risposta.
- Sei una ragazza speciale. Profonda. E anche carina.
Caterina scioglie piano piano la sua espressione in un sorriso.
- Si. Vabbè. Jamme.
I nostri si fermano su una collina, rapiti dallo spettacolo. Davanti a loro un orizzonte di teste in movimento e di suoni. Lontano, un palco piccolo piccolo.
Sulla destra della collina, un ragazzo con la barba incolta e un cappellaccio in testa sta facendo delle foto con una polaroid a quella scena.

C’è anche il posto dove acquistare i biglietti. Una tenda bordò, con un cartello “Tickets”.
C’è fila. Senza dubbio. A occhio e croce, almeno cinquecento persone. Un serpentone piegato e ripiegato per una decina di volte.
- Si, ma che siamo venuti a fare qui? Noi mica c’abbiamo i soldi! – ammette candidamente Chicco.
- Come non avete i soldi!! – Caterina lo incenerisce con un’occhiata.
- Non vi preoccupate, ci penso io – fa Piero, indicando sé stesso con il pollice.
Chicco e Piero si scambiano un’occhiata complice, sorridendo, atteggiandosi a veterani dai mille concerti.
- Seguitemi! - Piero inizia a correre, portandosi dietro tutta la combriccola. Fanno il giro del recinto, fino a dietro il palco. In quel punto non c’è proprio nessuno; aldilà della protezione, un paio di ragazzi, stanno scaricando degli strumenti.
- E ora, che si fa? - domanda Caterina
- Chiediamo a quei due - dice Chicco. Poi mette le mani attorno alla bocca e urla:

- EHI! JOHN! JOHN!

Uno dei due ragazzi si avvicina al recinto e si rivolge a Chicco, sottovoce.
- Hi, whats the matter?
- Hi, sorry… for the tickets… money…
Il ragazzo guarda quella strana combriccola in modo interrogativo. Poi sottovoce:
- Ue’ guaglio, non alluccate. Aspettate ‘nu poco, a vuje ci pienz je.
Caterina si caccia la mano in gola per non urlare dalla contentezza.
Il ragazzo anticipa la domanda.
- Song’ e Portici. Avet’ aspettà, vel’ agg ritt.
Dopo mezz’ora, magicamente, i cinque ragazzi, dopo essere usciti da sotto il palco, si sono mischiati alle prime file.

Appena in tempo. Si spengono le luci, sul campo di Bath.
L’ovazione assordante di centocinquantamila persone prende quota.

Un minuto. Un uomo biondo, illuminato da uno spot, esce dal buio del palco con un microfono e saluta il pubblico urlando.
- ROOOOBERT! – urla di rimando Caterina, implorando il cielo affinchè quell’angelo biondo si giri dalla sua parte.
L’attesa è finita. Bonzo rotea la bacchetta e inizia a martellare. Jimmy inizia a mulinare la Gibson.

L’attacco di Immigrant Song esplode sulla spianata davanti il palco, trasformandolo in una bolgia. Le ondate di gente si scaricano sulle prime file, dove i cinque ragazzi italiani urlano a squarciagola.
Caterina si avvicina a Chicco, urlandogli nell’orecchio.
- Ma tu, come facevi a saperlo?
- Cosa? – fa Chicco.
- Che dietro al palco c’era un italiano?
- E chi lo sapeva? E chi sono, il mago Zurli’?
- Ma vaff… - Caterina gli dà uno spintone, ridendo.
- Sai quanto rosica Marco quando gli raccontiamo questo? – fa Chicco, indicando con il dito Bonzo durante l’assolo.
- Marco? Quello scoppia! – fa Piero, non smettendo di saltare.
Mezz’ora di sudore e musica, gioia e adrenalina.
Verso la fine, in un silenzio irreale, Jimmy stacca il distorsore e comincia un arpeggio. Il pubblico inizia a cantare e a muovere le mani a tempo.
Thank you.
Caterina e Piero incrociano i loro sguardi, complici.
“ My love is strong, with you there is no wrong,
together we shall go until we die. My, my, my.
An inspiration is what you are to me, inspiration, look... see.”


- Come staiiii? -grida Caterina.
- Mai stato megliooo- rispose Piero, sorridendole.
- Ho capito. Ho capito che non sei mai stato meglio. Ma mi lasci dormire? – Caterina, infastidita, dà uno scossone a Piero, risvegliandolo dal suo meraviglioso sogno.
- Ma… scusa amore… - fa Piero sforzandosi di tenere gli occhi aperti - …stavo sognando di Bath.
- Di Bath? e che sognavi? Racconta!
Lo sguardo della ragazzina innamorata di Robert Plant illumina la stanza a giorno.
Sono le tre di notte. Ma di dormire non se ne parla. Piero e Caterina hanno tirato fuori la scatola magica dei ricordi, quella con tutte le foto di quando si sono messi insieme.
Poi, ne tirano fuori una. Una vecchia foto polaroid, con i colori ormai sfumati ed i bordi consumati dal tempo.
La guardano lungamente, abbracciati.




* scritto con caterina (away)

venerdì 30 maggio 2008

Racconto - Dicevano


Mi hanno detto che sei tornato.
L’ho saputo stamattina da mia madre, ma ancora non ci posso credere. Mi dovevi vedere. Ho fatto un salto dalla sedia alto cosi’. Poi ho iniziato a rotolarmi per terra dalle risate, non riuscivo a smettere.
E pensare che dicevano che non saresti tornato mai a casa tua. Me lo hanno ripetuto talmente tante volte che alla fine avevano convinto anche me.
E stasera non ci sono santi. Non sarà certo questo caldo che mi terrà lontano da te!
Ti conosco bene. Sono sicuro che se passo vicino casa tua, la finestra della tua camera è socchiusa. A te manca sempre l’aria.
Mi avvicino quatto quatto. La tua finestra è al pianterreno. Sotto, accovacciato per terra, c’è il vecchio Toby, che non sta mai a più di tre metri da te.
Non voglio svegliarlo. Piano piano, lo scavalco ed entro. Mentre sono a cavallo del davanzale, lui alza la testa e addrizza le orecchie. Ma poi si rimette giù. Io entro e mi siedo ai bordi del tuo letto.
Guarda che roba! Sai che faccio? Prima di svegliarti, mi voglio godere queste pareti cariche di foto. Forse non te l’ho mai detto, ma questo era uno dei motivi per cui venivo più volentieri qui a casa tua.
Non ci credi? Guarda questa. Questa foto l’ha fatta mio nonno a casa sua. Ci siamo io e te, avevamo si e no otto anni, con le bici. E guarda che bici! Ma le fanno ancora con il freno a pedale? Non s’era mai visto un sistema per frenare che non frenava mai.
Ma quando pedalavamo andavamo veloci come Toby quando inseguiva le lepri. C’era lo stradone dietro il podere del nonno dove facevamo le gare. E quelle gare richiamavano anche tutti i bambini del vicinato. Un tifo da stadio. Anche se in quelle gare non vincevo mai, secondo me perché mi mettevi di nascosto la sabbia sulla catena.
Io e te passavamo le ore sugli alberi, a raccogliere i fichi, mentre Toby abbaiava e scodinzolava con le zampe appoggiate al tronco. Fino a che non arrivavano le vespe e dovevamo scappare per tutta la campagna.
E la gara dei cocomeri? Mangiavamo un cocomero a testa. Poi ci mettevamo all’inizio del campo. Pronti, via. Camminavamo all’indietro, pisciando, vinceva chi faceva la scia più lunga.
E qui non vincevi mai. Ma sono sicuro che se te lo chiedessi, mi diresti che non è vero.
E questa? Questa è bellissima. Ci siamo sempre io e te. Ma eravamo un po’ più grandi.
Guarda che faccie. Tronfie e aggressive. Come a voler avvertire il mondo. Attenti, arriviamo. Sedici anni e la voglia di spaccare tutto. Colpa degli ormoni.
Ma questo l’ho capito solo un bel po’ di tempo dopo.
Poi la vita ha scelto per noi strade diverse, come succede spesso. A diciotto anni ci siamo separati.
Non c’era più molto da divertirsi. Tuo padre tornava spesso la sera ubriaco. Io lo sentivo strillare da casa mia.
Chi ti incontrava, sentiva dai tuoi racconti storie di cadute dalle scale, inciampi, porte sbattute accidentalmente in faccia. Nella tua espressione tumefatta c’era sempre un perchè.
Tuo padre era amico di tutti. Del maestro, del farmacista, del maresciallo. Perfino del prete. E se per caso ti fossi lamentato con qualcuno, chi ti avrebbe creduto?
Poi, un giorno, sei sparito. E sai come è qua da noi, non si fanno domande, non è educazione. Ma di te si dicevano tante cose.
Dicevano di averti visto partire, una notte, di nascosto. Sembravi un ladro che scappava, inseguito dalla paura dei propri ricordi, più che da quella di essere ripreso.
Dicevano di averti visto andare in città, da un tuo amico, a cercare lavoro, per restare li’.
Dicevano di averti visto piangere, che maledivi tuo padre, che ancora lo sognavi la notte e che avevi terrore di quello che stava succedendo a tua sorella.
Quante volte avrei voluto sapere cosa facevi, dov’eri.
Ma qua da noi, non si fanno domande, non è educazione.
Dicevano di averti visto scappare ancora, che eri andato ad abitare in una capanna a qualche metro dal mare.
Per poterti alzare la mattina presto e andare a guardare il sole che sorge. E respirarne il calore che cresce dalla spiaggia.
Dicevano che c’era un vento caldo, giù al porto, quella notte che ti picchiarono in quattro, come se tu da solo avessi potuto anche solo pensare di poter dare uno schiaffo a qualcuno, magari solo per difenderti.
Dicevano che la mattina dopo ti hanno trovato in fin di vita, a metà strada tra la capanna e il mare, con il viso sorridente e lo sguardo rivolto a est.
Poi tuo padre è morto. E tu sei tornato a casa.
Oggi, non appena l’ho saputo, sono venuto qui a trovarti. Non stavo nella pelle dalla gioia. Ho preso il mio scooter e ho attraversato tutto il paese per andarti a comprare quel CD che ti piaceva tanto e che finalmente dopo anni ho trovato.
Spero ti piaccia ancora.
Guardo l’orologio sul muro. Purtroppo s’è fatto tardi.
Mi avvicino alla finestra chiusa e guardo fuori. C’è tanta gente, lampeggianti, polizia.
Tra le gambe della folla riguardo lo scooter rovesciato e il lenzuolo bianco. Vicino, un CD in mille pezzi.
Ma si. Stasera ormai non c’è più tempo per svegliarti.
Domani.
Si.
Domani magari ritorno.
Tanto so dove trovarti, ora.