domenica 16 dicembre 2007

Racconto - L'amico di Marco



Pino smise di parlare. Fece un tiro profondo di sigaretta e trattenne il fiato, chiudendo gli occhi. Come a voler assorbire tutto il potere calmante della nicotina.
“Come te lo devo dire che io non ne sapevo niente. Guarda che ho messo la testa a posto. Stavolta ho fatto le cose per bene, te lo giuro. Come non le ho mai fatte. Ho aperto un bell’ufficio, assunto una segretaria, messo sotto contratto un broker…”
Diede un’occhiata all’orologio della macchina. Poi guardò fuori, quel freddo pomeriggio di Novembre. Discuteva con Marco da più di un ora. A memoria sua, non ricordava di aver mai avuto altrettanta pazienza. Decise che quel ragazzino avrebbe dovuto capire quanto la situazione fosse seria. E Pino sapeva essere convincente, quando c’era bisogno.
Lo prese per la gola, con una mano, schiacciandolo verso il finestrino della Mercedes, fino quasi a strozzarlo. La sua voce roca era calma, risoluta.
“Trentamila euro. Hai capito? TRE-NTA-MI-LA! Quei soldi mi servono. Subito. Se sei abbastanza vivo per ascoltarmi in questo momento è solo perché se muori nessuno potrà darmi quei soldi. Hai capito? HAI CAPITO?”
Il suo viso, segnato da una cicatrice sotto l'occhio destro, non lasciava trasparire alcuna emozione. Con l’età aveva imparato a controllare i propri istinti violenti.
Pino decise che il colloquio poteva considerarsi concluso. Lasciò andare il collo di Marco.
"Scendi. Ci vediamo domani sera qui. Con i soldi".
La Mercedes di Pino ripartì sgommando, allontanandosi nella nebbia, verso la tangenziale. Marco si toccò istintivamente il collo, deglutendo, come a verificare che tutto fosse al suo posto. Poi si avviò di corsa verso la sua utilitaria, componendo nervosamente un numero al cellulare.
Si diresse fuori città, nel quartiere dormitorio verso la collina.
Sconvolto, Marco guidava e provava disperatamente a chiamare qualcuno al telefono. Sei, sette, otto volte.
"Il numero da lei chiamato..."
Al decimo tentativo, Marco tirò infuriato il telefono contro il cruscotto.
Dopo una decina di minuti, parcheggiò di fronte ad un condominio di nuova costruzione. Arrivò di corsa al citofono. Affannato, iniziò a leggere in sequenza i nomi, scorrendoli con il dito. "Farelli, Farelli, Farelli... Eccolo!". Iniziò a suonare ripetutamente. "Rispondi... rispondi, bastardo! RISPONDI!!!"
Nessuna risposta. Al colmo della disperazione, scaricò tutta la sua rabbia contro il portone, prendendolo a calci. Si sedette per terra in lacrime, appoggiando la schiena al muro.
Mentre Marco stava cercando di capire quale sarebbe potuta essere la sua prossima mossa, in un paese vicino due donne, sedute al tavolino di un bar, chiacchieravano sottovoce.
“Allora, è una settimana che ti rincorro. Non te ne vai se non mi racconti tutto!”
Carla rise di gusto, a quelle parole. Giulia le aveva già detto che era come se avesse conosciuto un’altra persona, completamente diversa. Gioiosa, ironica, ottimista.
Non che Carla non fosse già una persona positiva di suo, intendiamoci. Ma tra la Carla delle vacanze in Sicilia e la Carla che sedeva davanti a Giulia, in quel bar del centro, c’era una differenza. Sostanziale.
Di questa cosa, se ne erano accorti, nell’ordine, oltre a Giulia, il barista, i passanti e i muri del bar.
Era felice. Finalmente felice.
“Allora? Sto aspettando!” fece Giulia, fingendo scherzosamente un rimprovero e sgranando gli occhi.
“Prima prendiamoci un tè. Sto morendo di freddo!”. Carla si fregò le mani. Poi le mise davanti alla bocca e le riscaldò con il suo respiro.
Dopo qualche minuto, Giulia era presa a spiegare il motivo per il quale preferiva il tè alle erbe aromatiche invece di quello al mirtillo. Carla, con il viso assorto, appoggiato tra le mani e i gomiti sul tavolino, decise di calare l’asso.
“E’ uno di Roma”.
“Di Roma?” Giulia sgranò gli occhi e cominciò ad inzuppare ritmicamente la bustina di tè alle erbe aromatiche nella tazza fumante, non perdendo neanche per un secondo di vista le espressioni della sua interlocutrice.
“E come l’hai conosciuto?”
“E’ una cosa un po’ complicata. Te la ricordi Antonella, quella ragazza che canta nel coro?”
“Quella biondina, con i capelli cortissimi?”
“Si, lei. Insomma. Senti la scena. Era sabato mattina. Esco di corsa da casa per andare da mia madre. Mentre mi avvio alla macchina, mi sento chiamare a gran voce. Ma chi è questa cafona che urla, penso. Dall’altra parte della strada, davanti alla pasticceria, c’era lei. Mi giro e la vedo che mi saluta con tutte e due le mani e poi mi fa segno di andare da lei.
Non faccio in tempo ad arrivare che mi fa
-Carla, ti voglio presentare il mio ragazzo.
Mentre sto stringendo la mano a questo tipo, che non ricordo neanche come si chiama, pensa un po’ quanto l’ho trovato interessante, l’occhio mi va su un altro ragazzo, un paio di metri più indietro, che parla al telefono. Appena lo vedo penso: e questo chi è?”
“Allora, la pianti? Mi dici chi è e soprattutto come è?”
“No no, devi aspettare che finisca di raccontarti tutto. Mentre sto li’, imbambolata a guardare questo ragazzo, Antonella capisce la situazione e mi anticipa.
-Ah, Carla, dimenticavo! Questo è Lucio-
Mi avvicino e gli tendo la mano. Lui si gira verso di me e mi guarda negli occhi, continuando a raccontare al telefono di un gruppo che aveva visto la sera prima al pub vicino al porto. Mi guarda e mi riguarda. Trenta, quaranta secondi. E non mi stacca gli occhi di dosso.”
“Mamma mia! E poi?”
“E poi mi sorride e chiude la telefonata.
– Carla – gli faccio io, guardandolo fisso negli occhi.
- Lucio. E’ veramente una giornata splendida, non trovi? – mi fa, stringendomi la mano con tutte e due le sue.”
“Con tutte e due le mani?”
“Che ti dico? Se fosse stato qualcun altro a presentarsi in quel modo, mi sarei ritratta. Non so spiegarti perché. Ma in quel momento mi aspettavo che accadesse proprio quello. Ho sentito che qualche cosa stava per succedere. Il cuore voleva uscire dalla camicetta a farsi un giretto!”

Carla si fermò, per sorseggiare un po’ di tè.
“Che fai? Racconta, dai! Com’è? E’ biondo, è moro, è giovane, è zoppo… me lo dici?”, incalzò Giulia.
“Un attimo! Mi si stava freddando il tè! Guarda. E’ moro, corporatura normale, non muscoloso. Ha un pizzetto ben curato e porta un minuscolo orecchino con un teschio all’orecchio destro. E poi...”
Carla fece un sospiro, chiudendo gli occhi.
“E poi?”
Poi ha una voce così sexy... è profonda, impostata, sembra quella di un attore. E’ il cantante di un gruppo heavy-metal, questo l’ho saputo dopo…”
“Dopo quando?”
“Quella domenica stessa. Abbiamo parlato un po’, poi sono andata da mia madre. Al pomeriggio, Antonella mi ha chiamato, chiedendomi se avessi dei programmi o ci saremmo potuti vedere tutti e quattro al porto.”

“E tu? Già ti vedo! - Mi dispiace, la sua richiesta non è accettabile. Ho degli impegni improrogabili-”, disse Giulia, imitando ironicamente una segreteria telefonica.
“Si. Come no. Neanche ha finito di parlare, che gli ho detto –Ci dovrei pensare un attimo… a che ora ci vediamo?-“
"Ma proprio un attimo!"
Giulia e Carla risero di cuore, fino alle lacrime.
Carla bevve l’ultimo sorso di tè. Poi sorrise e scosse la testa. “Ogni volta mi ritrovo incredula a riflettere su come una persona sola possa riempirti la vita in questo modo. Come possa farti vedere tutto da un altro punto di vista, facendo sembrare i tuoi problemi piccoli piccoli.”
“A proposito di problemi”, cambiò discorso Giulia “come è andata con quella finanziaria?”
“Lasciamo perdere, guarda” il tono di Carla cambiò bruscamente. “Che ti devo dire? Mio padre ha detto che quei soldi li avrebbe riavuti. Con ogni mezzo. Ma fino ad ora…”
“Certo, a pensare che con Marco siamo cresciuti assieme… non ci si può fidare proprio di nessuno.”
“Già. Non affrontiamo questi discorsi che mi intristisco.” Carla fece un gesto con la mano, come a scacciare via i pensieri che la infastidivano. “Non ti ho raccontato della casa di Lucio! Abita vicino al mare!”
“Ma dai!”
Giulia e Carla ordinarono altri due tè. E se la raccontarono tutta, quel pomeriggio.
Qualche giorno dopo. Domenica mattina.
“Come mi sta?”
Carla si gira, aggiustandosi il foulard davanti a Lucio.
“Meravigliosamente, direi”
“Ma tu non ti compri niente?”
“Non ho ancora deciso, faccio un giro nel reparto uomo”

Al di fuori dello stesso negozio arriva Marco a piedi, ansimante. Si guarda in giro, cercando di capire se c’è qualcuno che lo segue.
Cerca di darsi un aria dignitosa, aggiustandosi i capelli ed entrando anche lui nel negozio.
Nel bar di fronte, un uomo sta seduto ad un tavolino e osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“E’ qui. Nel negozio di abbigliamento di fronte al bar degli artisti. La dritta era giusta. A dopo”.
Marco si dirige verso il bancone all’ingresso. L’uomo dietro al bancone lo accoglie con un sorriso.
“Marco! Chi non muore si rivede!”
“Ciao Franco. Ho bisogno di te”
, fa Marco, visibilmente agitato.
“Che succede?”
“Non è il momento. Trovami un posto in cui stare.”

Franco è un vecchio amico di Marco. Sa come affrontare certe situazioni, per esserci trovato dentro con tutti i piedi. Più di una volta. La prima cosa da fare è sbrigarsi. Il perché ed il come saranno affrontati al momento giusto.
“Ci penso io. La vedi quella porta? Dietro c’è una scala che porta giù al magazzino. E’ un posto abbastanza grande e dispersivo, pieno di posti in cui nasconderti. Vai. Ti vengo a cercare io, al momento giusto.”
Marco sparisce dietro la porta. Dopo qualche secondo, Lucio e Carla arrivano al bancone e posano i loro acquisti vicino alla cassa.
“Bello quel giubbotto. Ti sta proprio bene!”
“Sono proprio contento, erano mesi che lo cercavo. Proprio questo, fatto proprio cosi’.”
“Questi giubbotti vanno tantissimo, quest’anno”
commenta Franco, mentre fa il conto. “Blu marine, con il pellicciotto. Ecco qua. Sono seicentoventi euro”.
“Carta”, fa Lucio, dando la Visa a Franco.
Poi si gira e dà una carezza sul viso di Carla.
“Me lo metto subito. Non resisto!”“Ma dai!” fa Carla, ridendo.
“Non ci credi?”
Lucio estrae dalla busta il giubbotto con e se lo infila.
“Ecco qua. Pronto!”
“Arrivederci!”
“Arrivederci!”

Lucio e Carla escono sorridenti dal negozio. Dal fondo della strada, una moto, con due persone a bordo, si avvicina lentamente all’ingresso del negozio.
Lucio si ferma a frugarsi le tasche, cercando le chiavi della macchina.
La moto si avvicina ai due. Il passeggero allunga la mano verso la faccia di Lucio. Due esplosioni. La moto schizza via veloce.
Lucio cade in una pozza di sangue sull’asfalto. Carla comincia ad urlare disperata, mentre la gente accorre.
Nel bar di fronte, l’uomo seduto al tavolino osserva la scena. Poi prende il cellulare.
“Ok, Pino, tutto a posto. Ciao”. L’uomo del bar di fronte chiude la comunicazione. Si alza e si allontana.
Approfittando della confusione, Franco scende a chiamare Marco.
“Qui fuori è successo un casino. Hanno ammazzato uno. C’è la polizia. Esci da quella porta laggiù. C’è un furgone che sta portando della roba ad un magazzino fuori città. Nasconditi li’.”
Marco obbedisce. Si abbottona per bene il suo giubbotto blu con il pellicciotto e si infila nel furgone.
Nel frattempo, in strada, la polizia sta facendo i rilievi. Arriva il questore.
“Chi è?”
“Lucio Farelli”
“Ma chi? Farelli… quello della finanziaria?”
“Si. Proprio lui.”



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mercoledì 5 dicembre 2007

100 anni fa, la tragedia di Monongah - da "la Repubblica"

100 anni fa, la tragedia di Monongah

(5 dicembre 2007)

Era il 1907 quando nella città del West Virginia a causa di una deflagrazione morirono almeno 362 minatori:171 erano italiani. E tanti bambini

di Mario Calabresi, corrispondente di Repubblica da New York

(a cura di Matteo Pucciarelli)

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